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venerdì, novembre 1

UN GIORNO A MILANO - Antologia con autori vari.

Arriva “Un giorno a Milano” e nasce Calibro9, collana di gialli e noir diretta da Paolo Roversi

La festa di presentazione è fissata il 12 novembre.
Un giorno a Milano nasce da un’idea di Paolo Roversi, a cura di Andrea Carlo Cappi – è un’antologia straordinaria: 9 racconti nerissimi ambientati tutti lo stesso giorno, il 12 novembre, e tutti nella stessa città, Milano, anche se accuratamente dislocati nei diversi quartieri per riuscire a mapparla per intero. E proprio il 12 novembre l’antologia sarà sugli scaffali di tutte le librerie, con un’attenzione particolare a quelle indipendenti, che verranno coinvolte in un rapporto diretto di valorizzazione, con l’idea che anche negli anni della crisi un’editoria diversa, fuori dalle logiche dei grandi gruppi, sia possibile. Editore indipendente, libraio indipendente, lettore indipendente.

lunedì, giugno 10

UNA CALIBRO 20 PER LO SPECIALISTA a cura di Stefano Di Marino

La dimostrazione che il marketing e la distribuzione non capivano molto una volta come adesso sta nel titolo di questo film di Michael Cimino del 1974. Il titolo originale è Thunderbolt & Lightfoot, dai nomi dei due protagonisti. Che Thunderbolt diventi l’Artigliere, ci sta. Che Lightfoot, bizzarro nome indiano per l’americanissimo ed esordiente Jeff Bridges, diventi Caribù nella versione italiana è un po’ più tirato per i capelli. La cosa insopportabile è che si ammicchi al successo dei film  sull’ispettore Callaghan (che già in originale era Dirty Harry) inserendo quel ‘ calibro 20’ come se fosse una 44 Magnum. Il calibro 20 in questione è un cannoncino e ... lo Specialista dovrebbe poi essere Eastwood, impegnato qui in un film che più lontano non potrebbe essere dalla serie sul mitico ispettore 41.  Un film Malpaso diretto da un esordiente Cimino, prodotto da Daley e  caratterizzato da tutti quegli elementi che rendono ad anni di distanza inconfondibile il cinema di Eastwood più ispirato. Che il popolare divo sia saldamente al timone di tutta l’operazione si capisce da un aneddoto riguardante la ben nota tendenza di Cimino nel travalicare i limiti imposti dalla produzione. Eastwood, sempre molto attento a tempi e spese, era abituato a girare con una estrema precisione.

domenica, giugno 2

UN COLPO ALL’ ITALIANA a cura di Stefano Di Marino

Spesso la variante inglese del ‘caper film’ pone l’accento sulla commedia, sottolineando  atmosfere e personaggi surreali, pur senza scordare le regole del genere. Un colpo all’italiana(The Italian Job del 1969) di Peter Colloinson resta un po’ il prototipo del  modo in cui  gli inglesi affrontano il tema. Ne è alfiere Michael Caine qui ancora piuttosto giovane che tratteggia il personaggio di Charlie Crocker, rapinatore professionista, che appena uscito di prigione pensa subito a rifarsi con un colpo da maestro e, naturalmente a godersi la vita nella Swinging London. Sotto questo profilo nessun problemi, la fidanzata Lorna lo va a prendere all’uscita dal carcere con una limousine rubata all’ambasciata del Pakistan, così per dare un tocco di classe al suo rientro in società. Crocker si fa rifare il guardaroba, gusta con piacere il  ‘regalino’ della sua fidanzata (un’intera squadra di escort offerte in un albergo di lusso) e cerca di godersela come può. Sotto il profilo professionale le cose sembrerebbero  mettersi altrettanto bene.

lunedì, maggio 27

CITY ON FIRE a cura di Stefano Di Marino

Ringo Lam è uno dei nomi più significativi della new wave noir del cinema di  Hong Kong  tra gli anni 80’ e 90’. Poco importa che all’handover della ex colonia inglese alla madrepatria la sua sortita hollywodiana si sia risolta in alcuni poco memorabili film americani con van damme e un ritorno non ispiratissimo in patria. In quegli anni firmo alcuni dei migliori film  ‘neri’ di HK. City on Fire del 1987 uscì nello stesso periodo di A Better Tomorrow di Woo e in qualche modo  propone una coppia di attori che, sebbene a ruoli inversi, ritroveremo in The Killer. Chow Yun Fat e Danny Lee non sono solo action  heroes, sono attori completi e qui lo dimostrano in una vicenda di rapine ispirata a un famoso colpo a una gioielleria avvenuto a Kowloon. Poche ma efficaci sparatorie, City on Fire è un ritratto al nero di una Hong Kong invernale, insolitamente fredda, lontana da ogni stereotipo cartolinesco dei film occidentali, verissima e sfaccettata. Notevole il commento jazz e la canzone che accompagna i momenti clou che mescola sonorità orientali ad altre più vicine a noi e al genere.

lunedì, maggio 20

IL CLAN DEI SICILIANI a cura di Stefano Di Marino

Verneuil torna a raccontare una storia di ‘guardie e ladri’ ma con un tono decisamente più drammatico  di quanto non avesse fatto con Melodie au sous sol. Lo  ispira l’omonimo romanzo di Auguste LeBreton e può contare sui dialoghi di un altro maestro del genere, Josè Giovanni. In scena tutti i volti più amati del poliziesco francese, anche (ma in una piccola parte) un giovanissimo Marc Porel.  Una storia intrigante e spettacolare sotto diversi profili. La rapina in sé, il furto dei gioielli dapprima esposti a Villa Borghese a Roma e poi trasportati in aereo a New York via Parigi, è vagamente inverosimile ma eseguita con un taglio secco che annulla  ogni dubbio. La spettacolarità del dirottamento di un aereo di linea su un’autostrada dove è in attesa un piccolo esercito di mafiosi capeggiati da  Amedeo Nazzari risulta sicuramente di grande effetto.  Il  film, però, è tutto giocato sulle contrapposizioni tra i protagonisti. Gabin è Malanese, un perfetto ‘siciliano a Parigi’ che nella versione nostrana parla come il Padrino, governa la famiglia distribuendo  spaghetti e ordini pesanti come macigni e sogna di tornare all’isola natia per rivalersi contro quelli che da piccolo gli facevano la carità. Lui e il suo nucleo di siciliani, parenti e lavoranti, costituiscono un’organizzazione che non ha legami con il milieu abituale, vive con la copertura di una ditta di biliardini e porta a segno colpi perfetti come meccanismi. Ma anche in questo microcosmo  (che intuiamo sconosciuto alla  polizia) si inserisce un elemento estraneo. Aldo, uno dei figli ha sposato Jeanne, ragazza francese che porta abiti troppo corti e mal sopporta il clima di segregazione in cui vivono le altre donne del clan. Di più. Jeanne è una donna moderna, libera, attratta dalle sensazioni forti. E queste arrivano in casa sua sotto le spoglie di Roger Sartè (Delon) che interpreta l’abituale ruolo di  ‘ribelle senza causa’, bello e dannato sino in fondo. Rapinatore assassino viene salvato proprio dalla banda dei Siciliani . Paga la sua spettacolare evasione con francobolli rarissimi e usa la sorella come intermediaria. Il vecchio Malanese non giudica di buon occhio chi non ha le sue stesse origini ma si compiace per la scelta di investire in francobolli e accetta di tenere nascosto il giovane lestofante.  Sulle tracce di questi c’è il commissario le Goff (Lino Ventura) che più duro non si può. Pronto a sparare, minacciare, sbatacchiare i testimoni ma, alla fine , quasi sempre battuto sul tempo da Sarté. Il giovane ha portato in dote i piani di un super colpo ai gioielli di cui parlavamo inizialmente e, in virtù della sua amicizia con Aldo, è ammesso nel colpo. Essendo però Delon l’uomo che ha infiammato le platee femminili degli anni ‘70 ci si può aspettare che crei dei problemi con le femmine. Jeanne lo provoca, gli chiede cosa si ‘ prova a uccidere’. La prima volta lui la allontana specificando però ‘che sono due anni che non tocca una donna’. Frase questa che, probabilmente fa cadere l’elastico delle mutandine della signora in meno di un secondo.  Avendo trentacinque anni ed essendo animato da sani appetiti, il nostro si rifà la bocca con una ‘bella di notte’ che sembra una mannequin e per poco Le Goff non lo prende. Sparatoria e fuga tra i tetti di Parigi. Il vecchio Malanese è sempre più contrariato ma il bottino lo alletta. Si allea allora con il compaesano Nicosia (Nazzari) per rapinare l’aereo dopo averlo dirottato. Il film procede intrecciando le indagini di Le Goff e la preparazione del colpo. Trasferitisi in Riviera i gangster  mettono a punto un piano d’azione malgrado il loro fornitore di documenti falsi sia beccato da Le Goff. Roger gioca all’uomo virile pestando un’anguilla sugli scogli, immagine emblematica che scatena  i peggiori impulsi di Jeanne che gli si offre nuda dietro i faraglioni. Mal ne incoglie ai due amanti che il nipotino Roberto li veda. Al momento tutto sembra appianato ma, una volta portato a compimento il colpo (con non poche difficoltà tra le quali si inserisce l’imprevisto intervento della moglie di un agente delle assicurazioni), il pargoletto porta allo scoperto la tresca. L’onore dei Siciliani va lavato con il sangue. Roger, messo sull’avviso dalla sorella che è diventata amica di Jeannette, riuscirebbe però a farla franca. Fa arrestare infatti tutti i figli di Malanese e propone uno scambio, sperando di rimettere le cose a posto e prendersi i suoi soldi. Fa male i conti perché l’onore non è acqua e il vecchio padrino uccide lui e la femmina scostumata sul bordo di una cava prima di consegnarsi senza troppe storie al commissario. Un ottimo film che nella versione originale ha un paio di scene in più a quella circolata in Italia e affronta con brio quasi tutti i luoghi comuni del filone. Se l’immagine dei Siciliani è quella stereotipata il tutto risulta credibile e avvincente. Di fondo è la storia del gruppo contro il singolo. Della banda contro il cane sciolto, dalla famiglia contro la donna libera, della burocrazia contro il commissario spaccateste. Secco e privo di moralismi come deve essere un vero gangster movie, Il clan dei Siciliani è uno dei miglior polar francesi della sua generazione.

Articolo a cura di Stefano Di Marino/Stephen Gunn

domenica, maggio 12

CHI UCCIDERÀ CHARLIE VARRICK? a cura di Stefano Di Marino

Dal maestro Don Siegel  una storia di rapina adattata dal  romanzo The Looters di John Reese. Walter Mattahu non è stato solo un divo di commedie sofisticate. Qui è inserito in un ambiente che quasi ricorda il West anche se siamo nel più puro nero criminale americano. In una piccola banca del New Mexico l’ Organizzazione (da sempre sinonimo di ogni tipo di criminalità organizzata non solo mafiosa) ammassa e ricicla fondi sporchi. Varrick, ex pilota acrobatico, con la moglie Sybil e due complici di mezza tacca crede di poter realizzare un ‘piccolo’ colpo facile. Invece si ritrova vedovo, ricercato da tutti dopo una violenta sparatoria con la polizia durante la quale è morto anche un altro complice. Resta solo con il malloppo assieme ad Andrew Robinson, bel viso da delinquete disturbato che, l’anno precedente, era stato l’assassino psicopatico di Ispettore Callaghan il caso Skorpio è tuo. Si accorge però che il frutto del colpo ammonta a tre quarti di milione di dollari, decisamente troppo per una banca di quelle dimensioni. E infatti John Vernon, altra bella faccia da galera del cinema di quegli anni, responsabile della mafia per la regione, si mette subito in caccia scatenandogli dietro un sicario dal poco virile nome di Molly ma che è una carogna patentata.

domenica, maggio 5

BANDITI A MILANO - a cura di Stefano Di Marino

Comincia tra la folla impazzita il film di Carlo Lizzani, girato a tempo di record nel 1968 per ricostruire un celebre fatto di cronaca avvenuto solo pochi mesi prima. Di Milano si vede una prospettiva dall’alto, un uomo in fuga e una torma di cittadini infuriati che invocano il linciaggio. A stento le forze di polizia riescono a sottrarlo all’ira del popolo, caricandolo in auto. Una voce fuori campo si domanda cosa ha potuto scatenare a tal punto l’odio dei cittadini. Banditi a Milano inizia come un ‘mondo-movie’ di quelli che fingevano di riproporre la realtà ma erano dichiaratamente finti. Lo si vede nelle sequenze iniziali in cui un commissario-divo con tanto di bocchino (Tomas Milian che un po’ si atteggia a Calabresi) finge di parlare alle telecamere ma svela che la ricostruzione della realtà criminale milanese è riproposta in maniera fittizia. Si vede persino la ricostruzione di un falso scippo. Non sembri inutile la premessa. È un quadro della Milano degli anni ‘60 ormai proiettata verso un’epoca di cambiamento, di subbuglio sociale. Cinematograficamente parlando siamo agli antesignani del ‘ poliziottesco’ che nascerà solo nel 1972, ma che nel costume ha già messo radici. Qualcosa è cambiato nella malavita come dice il ‘bel lader’ intervistato che rimpiange i tempi della ‘ligera’,  la mala vecchia di  Milano in cui i rapinatori erano gentlemen. Adesso, dice, leggono i fumetti e sparano. Insulsa ma emblematica impressione del sentire di quegli anni.

domenica, aprile 21

TOPKAPI a cura di Stefano Di Marino

Jules Dassin torna nel 1964 a dirigere un caper, ma con ambientazioni e ispirazione completamente differente da Rififi. Alla base c’è il romanzo di Erci Ambler, oggi forse un po’dimenticato maestro del thriller e della spy story , amato da Ian Fleming e dal suo eroe. Il tono generale è quello della commedia, supportata soprattutto dalla verve di Melina Mercuri e di Peter Ustinof, oltre che da altri ottimi caratteristi come Maximilian Schell e Peter Morley. Come si intuisce già dal titolo il bersaglio è il famoso Topkapi, la sala del tesoro del sultano di Istanbul, e in particolare un favoloso pugnale kanjar, incastonato con diamanti e smeraldi di eccezionale valore. La difficoltà si presenta prima di tutto sotto forma dei sistemi di allarme che impongono un’acrobatica operazione di equilibrismo per sostituire il vero pugnale con un falso senza scatenare un pandemonio e poi uscir e dal paese senza farsi beccare. Schell, ladro di origine svizzera, preciso e affascinante come uno 007 del crimine, organizza il ‘colpo’ secondo le regole del furto: Programmare con efficienza, Eseguire con accuratezza e Non farsi beccare mai  prima, durante o dopo.

lunedì, aprile 15

STERMINATE LA GANG! a cura di Stefano Di Marino

Armored Car Robbery, ossia La rapina al furgone blindato sarebbe stato un titolo migliore per questo Sterminate la gang! Girato nel 1950 nell’ottica dei film da doppio spettacolo (appena 67 ‘) da Richard Fleisher.  Si segnala soprattutto per il taglio narrativo che è secco, giornalistico, senza alcuna partecipazione emotiva peri suoi protagonisti. Quasi un Police Procedural (considerata l’attenzione messa nel ritrarre gli interni e i procedimenti della polizia di Los Angeles). Uno stile da A sangue freddo di Truman Capote e, se vogliamo, molto simile ai primi romanzi di Richard Stark incentrati sulla figura di Parker. Eppure gli elementi noir che sono presenti nelle migliori opere del genere ci sono tutti. Dave Purvis, un rapinatore senza scrupoli con un viso di pietra e un cuore di sasso, organizza un colpo a un furgone blindato che raccoglie i proventi di vari centri commerciali e ippodromi. Tutto dovrebbe svolgersi in tre minuti con l’ausilio di una macchina truccata, uno scoppio di gas e relative maschere per i gangster.

domenica, aprile 7

COLPO GROSSO AL CASINÒ a cura di Stefano Di Marino

Melodie au sous sol  è il titolo originale di questo caper francese del 1963 diretto da Henri Verneuil che affronterà in seguito le stesse tematiche del ‘nero da rapina’ con uno sguardo ben più cupo, ispirato da LeBreton in Il clan dei siciliani. Qui è coadiuvato dallo specialista Simonin che sceneggia dal romanzo The Big Grab di Zekial Marko. Un film godibilissimo ed esemplare di quella branca del filone che, se pure destina  il colpo al fallimento, mette in scena quasi una commedia. Charles, l’attempato ma sempre gagliardo Gabin, esce di prigione e torna a Les Sourcelles nella banlieue parigina. Non riconosce il vecchio quartiere diventato un labirinto di casermoni popolari… chissà che direbbe oggi se sapesse che è diventato un ghetto teatro di feroci battaglie etniche. Malgrado gli anni al ‘gabbio’, Charles di farsi una vita comoda con la moglie che lo ha atteso pazientemente non ci pensa proprio. Ha infatti elaborato un piano a per svaligiare un prestigioso casinò di Nizza con l’aiuto di Mario che ne conosce ogni segreto. Mario, compagno di galera uscito qualche anno prima, però si fa indietro.

martedì, aprile 2

RIFIFI' - a cura di Stefano Di Marino

Tony il laureato ha un aspetto ingannevole. Lo vediamo sofferente, mal rasato, senza un soldo dopo una notte passata al tavolo da gioco in compagnia di lestofanti poco affidabili e men che mai disposti a dargli credito. Ha l’aspetto di un omino qualunque, uno sconfitto. Invece è un vero duro. S’è fatto 5 anni senza cantare, assicurandosi così il rispetto di Jo, un giovane  ‘truand’ del cui figlio è padrino. Quando ritrova l’amata Mado che si è rifatta una vita nel locale dei fratelli Grutter, la prende implacabilmente a cinghiate. Sì, un po’ si commuove quando capisce che lei non l’ha tradito ma alla fine rimane un  dur a cuire. Il tipo giusto cui affidare l’organizzazione di un colpo perfetto che potrebbe dare a tutti ciò che desiderano. Dopo qualche tentennamento Tony accetta e, oltre a Jo entrano in gioco Cesare (che è lo stesso Dassin con lo pseudonimo Perlo Vita e che nella versione originale è Il Milanese, mentre nella versione nostrana diventa Marsigliese) gran scassinatore ma con un debole per le donne facili e pericolose e Mario, un altro italiano con una bella amante e la passione per la canzone napoletana.  Dassin, in fuga dall’America  dove era stato inserito nelle  liste nere per sospette attività filocomuniste  ebbe non pochi problemi con questo film che ancora fa storia. Budget ridicolo (non si vede) e soprattutto grossi diverbi con Auguste LeBreton autore dell’omonimo e molto più complesso romanzo. La ragione del contendere fu proprio lo sfrondamento di alcune parti della storia originale che è un affresco della mala  parigina anni ‘50 e che, forzatamente, si riduce a un film già piuttosto lungo centrato sul colpo alla gioielleria. Tra l’altro pare che LeBreton  si fosse presentato a discutere con il regista con la sua ‘berta’. Alla fine fu trovato un accorto e anche un’idea geniale. La sequenza del colpo, che in effetti viene portato a termine senza violenza e con una precisione millimetrica, diventa un piccolo capolavoro di cinema della tensione. 32 minuti scanditi solo da rumori soffusi, primi piani tecnici e umani. Un esempio mai  uguagliato anche se di Rififi, nei romanzi e al cinema, ce ne furono parecchi altri. Ma… Rififi non è solo rapina. Indica un tafferuglio, un inghippo di violenza, passioni e soldi. Una parola che non si trova nei vocabolari come canta la sciantosa Viviane interpretata da magali Noel in un bellissimo numero di musica e danza nel locale dei  Grutter. Come sempre il ritratto della Parigi malavitosa degli anni 50 è preciso, trova scorci della città inediti, passa dai locali di lusso agli appartamenti più squallidi, dai passages stretti ai larghi viali della banlieue e arriva sino alla defense. Una volta messo a segno il colpo, però cominciano i guai perché la legge del cinema è implacabile. Le storie di rapina sono destinate a finire male. I Grutter (tra i quali riconosciamo anche un giovanissimo Robert Hossein che anche allora faceva davvero paura) intuiscono che dietro il colpo favoloso c’è Tony ed essendoci ruggine tra il maggiore dei fratelli e ‘il laureato’ per via di Mado, si passa presto alle vie di fatto. Causa di tutto il pasticcio è proprio Cesar che offre un anello troppo vistoso alla cantante Viviane e così si tradisce. Torturato , parla portando quindi alla morte di Mario e della sua bella. Da qui il rapimento del figlio di Jo che darebbe tutto il malloppo per salvare il bimbo. Tony giustizia Cesar che si lascia uccidere consapevole della sua colpa ma è convinto che i Grutter non molleranno mai il bambino. Si mette quindi in caccia da solo e proprio grazie a Mado risale allo spacciatore che rifornisce di cocaina il giovane Grutter. Recupera il piccolo ma ormai Jo, disperato, è caduto in trappola. Il giovane muore ucciso dal più grande dei Grutter, furibondo per la morte dei fratelli , uccisi da Tony poco prima. Quasi una resa dei conti da film western il duello nella villa in costruzione alle porte di Parigi. Tony la sfanga ma si becca una pallottola nel polmone. Con le ultime forze riporta il grisbì e il Bimbo sino  acasa della madre poi muore per strada solo, pur in mezzo alla folla. Girato in poche strade, con attori perfettamente aderenti al ruolo Rififi chez les hommes(ci fu anche un Rififi chez les Fammes sempre da LeBreton) è un film ancora oggi magnifico e se è pur vero che tutto ruota intorno al colpo riesce a dare una immagine d’insieme della mala parigina poche volte superata.


Articolo a cura di Stefano Di Marino/Stephen Gunn


domenica, marzo 24

GRISBI' - a cura di Stefano Di Marino

Siamo sempre negli anni ’50 ma, dall’altra parte dell’oceano, la prospettiva sembra completamente diversa. Almeno in questo Gribsì (1959 ma ambientato nel ’53) diretto da Jacques Becker. Il Grisbì, ormai lo sanno tutti, è un’espressione nel gergo della mala parigina che trovò in quelle stagioni tutto un lessico suo nei romanzi di Simenon, di Josè Giovanni e di Auguste le Breton. Il Milieu, il Rififi, i Duristi e le Nanas, tutti contro i Poulets e… attenti ai Doulos, ossia i ‘ cappelli’, gli informatori. Alla fine con pochi termini si definiva un mondo che è appunto quello della Pégre, della malavita che si muove tra i locali di Pigalle, insospettabili palazzoni di  boulevard Haussmann e ritrovi pubblici. Non è il mondo disperato e amatoriale dei colpi descritti nel cinema americano d’epoca. I gangster come Max, Riton, Angelo e Pierrot (per citare i protagonisti di questo film) svolgono una intensa attività criminale a livello professionale. Rapine, prossenetismo, droga, ricettazione. Formano un circolo in cui, come sempre, si esalta l’amicizia virile ma, in fondo, ognuno fa il suo interesse. Sono  i dritti opposti ai gonzi’ che vengono nelle charcuteries di Pigalle solo per provare il brivido della mala.

domenica, marzo 17

STRATEGIA DI UNA RAPINA a cura di Stefano di Marino

È il vento, così insistentemente enfatizzato sin dal principio del film, a spingere i protagonisti verso il loro destino. Odds against Tomorrow  del 1959 esprime nell’originale il senso di condanna al fallimento che pervade una storia che Robert Wise diresse da un romanzo di William McGivern (autore anche di parte  della sceneggiatura). Strategia di una rapina parla sempre di un ‘hold –up’ in cui la destrezza dovrebbe superare la violenza. Il condizionale è d’obbligo perché, malgrado gli sforzi profusi, caso e manchevolezze personali degli esecutori porteranno fuoco e fiamme. Dave, anziano poliziotto scacciato dal corpo per indegnità, vive in un albergo di New York con il suo cane, sogna il colpo di una vita e avrebbe messo anche a punto un piano perfetto, almeno nelle sue intenzioni. L’obiettivo è una banca di Melton, tra NY e Albany, un posto  tranquillo che, dopo le sei di sera, si richiude in se stesso. Gli impiegati terminano i conti, una sola guardia -con l’artrite e sulla soglia della pensione - un garzone nero che porta i caffè, immancabile alla stessa ora. Per mettere le mani su un  bottino di 50.000 dollari Dave (Ed Bagley) ha pensato di far ricorso non a dei professionisti ma a due disgraziati che, sulle prime, proprio non ne vorrebbero sapere.

domenica, marzo 10

RAPINA A MANO ARMATA a cura di Stefano Di Marino

 Nel 1956 Stanley Kubrick scrive con l’aiuto del noto noirista Jim Thompson ( per i dialoghi) un film che dirigerà traendolo dal romanzo Clean break. Rapina a  mano armata (The Killing) è un altro capolavoro del genere caper. Filmato in un fascinoso bianco e nero, pone al centro della storia ancora una volta Streling Hayden, qui meno energumeno rispetto a Giungla d’asfalto, ma perfettamente aderente al ruolo del ladro professionista. Ed è proprio nella demarcazione tra professionisti e dilettanti alla ricerca di un’occasione per rifarsi una vita che la storia gioca le sue carte migliori. Si comincia in mezzo all’azione, poi una voce fuori campo, quasi giornalistica, ci riporta indietro con l’orologio per presentarci tutti i partecipanti al colpo e i comprimari. Quindi si procede nuovamente in avanti e infine ancora indietro. La scansione del tempo e la voce fuori campo destabilizzano le regole della narrazione ma non la sua fruibilità. Subito intuiamo i punti deboli e quelli forti di ognuno dei personaggi.

domenica, marzo 3

GIUNGLA D’ASFALTO a cura di Stefano Di Marino

Quando uscì, nel 1950, il film diretto da John Huston tratto dal romanzo di W.R. Burnett fu considerato dalla critica un film di serie B. Riprova che chi non sa fare giudica… Giungla d’asfalto è un grande noir e al tempo stesso uno dei film più significativi del filone caper. C’è, nell’intera vicenda, tutto l’animo oscuro dell’America degli anni 50, persino nel paterozzo finale che il capo della polizia impartisce ai cronisti che gli rimproverano la corruzione dello sbirro Dietrich. In effetti che nella polizia ci siano anche degli onesti sembra un concetto imposto in una storia dove il confine tra moralità e indegnità etica è spostato nel più ambiguo territorio che divide chi i soldi ce li ha e chi invece vorrebbe averli. Nel romanzo la divisione tra l’avvocato faccendiere Emmerich e la banda di rapinatori ‘proletari’ è ancora più marcato. Huston racconta freddamente la sua storia, con un succedersi di scene secche che solo occasionalmente indugiano sulle sfumature umane. La fine dei principali artefici del colpo, il vecchio pianificatore Riedenschenider e l’energumeno Dix, sono esemplari. Ultimi rimasti della banda, finiscono tragicamente a un passo dalla salvezza.

domenica, febbraio 24

NERI DA RAPINA a cura di Stefano Di Marino

Il noir è uno straordinario contenitore di storie, dal thriller alla spy story, dal mystery all’avventura e, ovviamente, il nero criminale, le storie di malavita e crimine. È una questione di sfumature, di nero e di rosso, di atmosfere e personaggi. La ‘noirceur’ è una qualità dell’anima che mescola desiderio di riscatto, senso di un destino ineluttabile e consapevolezza della sconfitta. Come sapete le storie che più mi piacciono in questo  filone sono quelle che vedono protagonisti uomini e donne legati al mondo della mala, al limite della società. Un panorama di facce e psicologie di perdenti, di gente che ritiene di essere vincente eppure sa che  quella non è la verità, di professionisti e velleitari. Storie disperate il cui sfondo è sempre la Città.

martedì, dicembre 25

PIGALLE, LA NUIT di Stefano Di Marino/Stephen Gunn


Non solo per chi ama il noir francese Pigalle è un punto di riferimento. Pigalle è il Moulin Rouge, Tolouse Lautrec, il cancan e tutta un’atmosfera peccaminosa e al limite della legalità. Una tappa imperdibile per qualsiasi turista. Chi , come me, a Parigi ha trovato un po’ le sue radici d’ispirazione(almeno per un certo filone) non può non conoscere quel crocicchio di vie che salgono dal Sacro Cuore sino a boulevard de Clichy che ha proprio in Place Pigalle il suo centro nevralgico. Il professionista viveva , appunto, al numero 66 di Rue de LaRochefocault che s’allunga verso la Senna tra vecchie fumetterie e boites à filles e sex shop.

domenica, dicembre 9

PIETRAFREDDA: Storia e visi del Milieu - Di Stefano di Marino


Non c’è molto da stupirsi se, periodicamente, torno a raccontare le mie storie ambientandole a Parigi. È una città dove ho trascorso momenti importanti, ci vado spesso, poi c’è tutta un cultura che, per aspetti differenti, mi ha molto influenzato. Più di venti anni fa ho cominciato ad andarci perché era là che si praticavano gli sport da combattimento come li concepivo io. Boxe Thai, Full Contact, BF Savate, interdisciplinarietà. Gente ‘ vera’, gente  ‘dura’. Forse non tutti adamantini. Taxisti, scaricatori, con i maghrebbini era come fare un incontro a ogni allenamento. Poi si usciva. Birra per noi, ZamZam cola per gli islamici,  kebab , musica, les Boites de Nuit, inevitabilmente le nanas…. Un mondo che ho sfiorato perché un animale da ring, non lo sono stato mai.

domenica, dicembre 2

DURISTI E NANAS a cura di Stefano di Marino


Forse è stato il primo Giallo Mondadori che ho letto. Il clan dei siciliani. Io che all’epoca divoravo decine di Segretissimo guardavo con sospetto il Mystery inglese ma quella copertina che Jacono aveva tratto liberamente dal flano dell’omonimo film con Jean Gabin e Alain Delon fu come una calamita. Quella era ‘ roba diversa’…  Entravo nel mondo di Auguste Le Breton cantore del Milieu della ‘malagrossa’, la malavita francese fatta di ladri, di sfruttatori di donne forti, di gente di cui è meglio non fidarsi. Uomini e donne che parlavano uno strano argot che suonava esotico. Gente brutta, gente triste, gente sola, alla fine. Il mito del colpo impossibile, quello che ti mette a posto per tutta la vita e che, irrimediabilmente finisce in malora. Un noir differente da quello americano che aveva sempre una speranza di ritorno alla normalità. In più il noir francese di  LeBreton non aveva poliziotti. I francesi non avevano (al cinema perché anche in questo caso narrativa e cinema erano strettamente legati) il codice Hays che obbligava le produzioni a stelle e strisce a una autocensura morale autoimposta. Nella narrativa Pulp d’oltreoceano era nato il personaggio del detective, malvisto da gangster e sbirri, per dare un po’ d’ambiguità alle storie. In Francia non c’erano limitazioni e le storie erano tutte vicende del milieu. Altrimenti non avrebbe potuto essere per Auguste Monfort, orfano di guerra -quella del 14- cresciuto tra orfanotrofi e riformatori,un giovane che impara a vivere nella miseria delle Banlieue, dei quartieri di Pigalle. Che impara la ‘mentale’, la mentalité della malavita che è un codice d’onore che però sembra valere solo per alcuni e non per altri. Sempre da Rififi (pubblicato nella Serie Noire e salutato da Marcel Savuges come il capostipite di una nuova epopea letteraria e criminale) sino a La Grande Razzia ( Razzia sur la Chnouf) a Rififi tra le donne i protagonisti restano tutti degli emarginati, a volte ricchi, a volte sfortunati, spesso violenti con una loro morale così contorta e contraddittoria da sembrare patetica. Vittorio Malanese e Roger Sartet nel Clan dei Siciliani,  Le Nantès  di La grande Razzia , Tony il Laureato  di Rififi sino alla magnifica e tragica Vicky la Berlinese di Rififi tra le donne sono personaggi tragici che vivono in un mondo tutto loro dove sentimentalismo, amicizia, odio feroce, violenza e avidità si mescolano in  maniera così contorta da formare un universo a sé che si accetta o si rifiuta. E io, in quegli anni di formazione che avrebbero germogliato in seguito creando il mio immaginario, ero terreno fertile. E se dai romanzi di Simonin( Grisbì , in particolare con quella sua magica capacità di spostare l’azione dai boulevards del centro ai vicoli della periferia, dove il buio diventa personaggio dinamico, cinico, quasi più importante degli umani)  e Le Breton arrivavano spunti e suggestioni che trovavo aderenti a certe esperienze vissute a Parigi nell’ambiente non sempre limpidissimo ma decisamente affascinante del mondo della Boxe Thai e degli sport da combattimento in generale, la folgorazione doveva arrivarmi da un’altra direzione all’inizio degli anni  ’90. Era un libro con la copertina scura pubblicato da Granata Press con l’etichetta Metrolibri. Copertina schizzata da Giancarlo Caligaris. Un uomo disteso in qualche camera di un albergaccio con la pistola in mano gli occhi coperti da una sorta dia bandana ricavata da una cravatta e un orologio incombente alla parete, come a significare una mancanza di tempo che di per sé creava tensione.  Fu Luigi Bernardi a regalarmelo una delle molte volte in cui ci vedemmo per lavorare alla mia serie a fumetti Benares Inferno. Erano tempi eroici non solo perché ero giovane e credevo di poter fare molto di più di quello che poi sono riuscito a realizzare in campo editoriale ma anche un’epoca in cui ero estremamente sensibile all’ampliamento dei miei  orizzonti creativi. Con noncuranza  Bernardi mi lancia  ‘sto volume intitolato Posizione di tiro di un autore che, mea culpa, ancora non conoscevo. Jean Patrick Manchette. Già il titolo mi intrigava - anche se quello francese La postion du tireur couché   era ancora più stimolante. Me lo porto in treno. Apro la prima pagina … nelle due ore di treno da Milano e Bologna  me lo sono letteralmente divorato. La storia del killer che vuole uscire dal giro e scopre che è molto più difficile di quello che pensa era un classico. Ma lo stile, il piglio , l’intrigo che era tutto urbano, parigino. Moderno, mordente (molto più del film che ne fecero con Delon, Il bersaglio,  che non era malissimo ma  secondo me non sfruttava al meglio gli spunti narrativi), mi  catturarono completamente. Il ritmo narrativo, in particolare, mi colpì incisivo, mai una parola fuori posto. Eppure consapevole di una traduzione letteraria che (lo avrei scoperto in seguito) veniva dalla conoscenza approfondita di autori come Ross McDonald . Per  me è sempre rimasto un modello, quel libro. Ne conservo ancora quell’edizione originale che, anzi ricomprai perché in quella  ‘staffetta’ che Luigi mi aveva regalato c’era un sedicesimo stampato due volte. E io, quella piccola bibbia della narrativa noir, la volevo perfetta. Di Manchette in seguito avrei seguito le tracce nelle librerie parigine e al cinema. Per la pelle di un poliziotto diretto e interpretato da Delon ( che lo dedica al suo maestro Melville) è una non spiacevole trasposizione di uno dei romanzi dedicati all’ex sbirro Tarpòn (Piovono morti/Ques d’Os e Un mucchio di cadaveri/ Morgue Plein) così sfacciatamente fuori dagli schemi del romanzo noir francese da apparire bizzarri se non si comprende la passione dell’autore per l’hard boiled americano, sia nella forma che nel contenuto. Il film l’avevo visto da ragazzo senza collegarlo direttamente ai miei interessi letterari sul noir. Un prodotto molto action in cui aveva un ruolo fondamentale l’accompagnamento musicale anche qui curiosamente fuori tono con una storia francese, molto americano. Interessante seguire il percorso  che aveva portato Manchette a concepire  le due avventure di Tarpòn in maniera così esterofila nel ritmo e Delon a realizzare un prodotto in cui  per un gioco strano di sceneggiatura Tarpòn  diventava Choucas lasciando il nome a un personaggio secondario che, nel romanzo, era un giornalista ebreo e, nel film, era un poliziotto in pensione. Annie Parillaud ( la futura Nikita ma soprattutto magnifica e terribile Nadia in Gangsters di Marchal ), al suo debutto aveva la sua parte nel fascino della storia che poi era una vicenda di trafficanti di droga ma anche di vecchi collaborazionisti del governo di Vichy. Insomma Manchette, scrittore politico entrato nella Serie Noire nel 1971 e poi passato per diverse esperienze editoriali sino alla morte prematura, mi aveva intrigato.  Jazzista, polemista impegnato, sceneggiatore di fumetti, traduttore era un modello per me che iniziavo la mia corsa a ostacoli nel mondo editoriale.  Uno di quegli esempi che per me  -che all’epoca mi consideravo un giovane narratore alla ricerca di stimoli-  divenne un mito. E ancora oggi lo è rimasto.



domenica, novembre 18

A CENA CON L'AUTORE - la serata.

Thrillerini, come promesso, vi lascio il resoconto della stupenda serata che si è svolta ieri sera a Milano, in occasione della "Prima" Cena con l'autore organizzata dal blog Thrillerpages e la fondamentale collaborazione di Ristorante New Sempione 42 di Cristina Monreali.
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