I migliori 15 libri del 2012 secondo Thrillerpages (10 Italiani e 5 stranieri)
In collaborazione col gruppo Thrillerpages di Facebook
Classifica libri Italiani
Con 34 votiIL METODO DEL COCCODRILLO di Maurizio De Giovanni "Napoli, così, non l'avevamo vista mai. Una città borghese, inospitale e caotica, cupa e distratta, dove ognuno sembra preso dai propri affari e pronto a defilarsi."
Con 30 voti NELLA CARNE di Sara Bilotti “Nella Carne” è una raccolta di dodici racconti, storie scritte in prima persona, molto diverse l’una dall’altra, ma che hanno in comune il tentativo di descrivere il Lato Oscuro che è in ognuno di noi, amplificato da ambientazioni claustrofobiche, contesti familiari malati, legami morbosi.
Con 17 voti UNA BRUTTA STORIA di Piergiorgio Pulixi "Una brutta storia è allo stesso tempo una grande saga criminale e un dramma poliziesco in piena filosofia Sabot/age, un romanzo di cruda verità davanti al quale è impossibile rimanere indifferenti."
Voto Uscito per l’affascinante collana di romanzi brevi di Perdisa, Madreferro è il racconto di un viaggio dentro il sé, un viaggio a ritroso fino all’infanzia, fino all’inizio di tutto, nell’utero di una Grande Madre, dea che esige sacrificio in cambio dei suoi agognati doni. Guidata da un senso superiore, quasi ultraterreno, la protagonista percorre i luoghi della sua infanzia, illuminata dai miti di un passato lontanissimo, che come fari le illuminano la via, insinuano il dubbio che esista il destino.
Voto Rileggere il meglio dei racconti di Lovecraft a distanza di anni è stato magnifico. Sorretta dalla traduzione modernissima e geniale di Sergio “Alan D.” Altieri, la lettura diventa ancora più profonda, la seduzione del Lato Oscuro –di cui sono entrambi sublimi esploratori- ancora più irresistibile. Nei racconti presenti nell’antologia è condensata la poetica dell’autore, secondo il quale l’uomo naviga, inconsapevole, in un universo alieno, su cui incombe l’abisso nietzschiano, e cerca inutilmente di sfuggire all’assedio del Male.
Voto: Credo che nessun titolo sia più azzeccato di questo.
Nella carne, viscerale , sottopelle, i racconti vanno a scuoterti fin nel profondo dell'anima. Non ho mai amato i racconti, troppo brevi per i miei gusti, non mi coinvolgono, troppo poche le pagine per permettermi di vivere una storia, lasciarmi trascinare dalle atmosfere e dai personaggi. Questi sono diversi: ti catapultano dentro alle pagine, ti fanno paura, ti fanno male, a volte. Ognuno di noi, credo, si è trovato davanti ad un baratro, in un qualche momento della vita, dove il filo sottilissimo che separa razionalità e follia, delirio, chiamatelo come volete, si poteva spezzare in qualsiasi momento.
Recensione a cura di Sara Bilotti Voto La protagonista ha un nome, eppure non ce lo racconta. Ci racconta invece della sua croce, che lei abbraccia con dolorosa e poetica rassegnazione. Usa parole dense, pesanti di significato, rende la prosa poesia, sublima il dolore con eroica e solenne sopportazione. Ogni frase è un quadro, un'immagine precisa della sua personale via Crucis, le cui tappe sono le infinite mancanze della sua vita: i genitori persi in un incidente automobilistico quando aveva cinque anni, uno zio che diventa padre per forza, rinunciando per dovere ai suoi sogni, un marito padrone, violento e perverso.
Recensione a cura di Sara Bilotti: Voto Accade che descrivere il passato, un tempo in cui la fame e la guerra ci riducevano a bestie, non basta per far comprendere ai contemporanei l'orrore. A volte ci vuole un linguaggio speciale, delle parole che scavano, bruciano, parole che si odiano eppure non si riesce a ignorarle.
Recensione a cura di Sara Bilotti Voto *****/5 Durante una guerra, La Guerra, due fratelli vengono catapultati in una realtà arida, disumana, brutale, e dovranno imparare a cavarsela da soli. Impareranno a non provare fame, sete, dolore. Amore. E le loro vite saranno per noi un labirinto, da percorrere trattenendo il fiato, respirando solo dopo aver svoltato gli angoli.
Di personaggi tormentati da totale o parziale perdita di memoria ne abbiamo conosciuti tanti, nella letteratura di genere. Ma Christine ha qualcosa di speciale: perde i suoi ricordi, perde se stessa, ogni volta che si addormenta. Con l'aiuto di uno psichiatra, che le ricorda ogni mattina di leggere un diario nascosto nell'armadio, Christine comincia a ricostruire il puzzle del suo passato. L'idea è piuttosto originale, lo svolgimento dell trama ben congegnato. Il ritmo si fa serrato, dopo un inizio incerto, come incerti sono i primi ricordi della protagonista. Ben presto Christine comincia a sospettare di tutti: del marito
Recensione a cura di Sara Bilotti: Sulla scia del grande successo ottenuto negli Stati Uniti e in Germania, arriva in Italia il thriller d'esordio
di Chevy Stevens: Scomparsa.I diritti di traduzione sono stati acquisiti in 23 Paesi e l’Associazione dei librai americani l'ha eletto uno dei dieci migliori thriller del 2010. Il libro è inoltre nella rosa dei cinque finalisti dell’International Thriller of the Year.
La lettura è dunque anticipata da una massiccia dose di aspettative, che in parte non sono state deluse.
La prima metà,in cui la protagonista descrive i lunghi mesi di prigionia nelle mani di un pazzo, è sicuramente d'impatto.
Annie è determinata, ironica, non si piange addosso. Ci racconta il suo orrore con una leggerezza che spaventa, e in modo
lucido ci spiega il progressivo annientamento della sua identità.
La seconda parte, in cui descrive il ritorno alla vita che faceva prima del rapimento, è decisamente più debole, come
debole è il concatenarsi degli eventi che ci porterà a scoprire le motivazioni nascoste dietro il suo rapimento.
Resta interessante l'elaborazione del trauma, il modo in cui Annie si rende conto di essere in qualche modo "ancora scomparsa",
(da cui il titolo originale), anche diversi mesi dopo la sua liberazione. E' qui che ha un senso il doppio livello di
narrazione scelto dalla Stevens: il paragone tra il prima e il dopo, la dolorosa consapevolezza che le vittime di un rapimento raramente riescono a liberarsi del senso di colpa, dei rituali che prendono il posto delle abitudini, del senso di vuoto che si lascia dietro l'identità perduta.
TRAMA: È una mattina d'estate qualunque per la giovane agente immobiliare Annie O'Sullivan. Quel giorno, le sue uniche preoccupazioni sono l'ennesima lite con la madre, l'open house da organizzare in una casa in vendita nel pomeriggio e la cena con Luke, il suo fidanzato. L'open house va per le lunghe, ma quando si presenta un potenziale acquirente dal sorriso gentile, Annie pensa che possa essere il suo giorno fortunato. Non è così. L'uomo le punta una pistola addosso e, dopo averla drogata, la chiude in un furgone. Al risveglio, Annie scopre di essere stata portata in una casa sperduta tra le montagne. Dove si trova? E chi è quell'uomo? Intrecciato con la storia dell'anno di prigionia che viene svelata durante gli incontri con la psichiatra - un secondo filo narrativo racconta l'incubo del ritorno dopo la liberazione: la lotta di Annie per ricomporre un'esistenza ormai spezzata, le ricerche della polizia per identificare il rapitore e il turbamento per la consapevolezza che questa esperienza, sebbene conclusa, è molto lontana dall'essere superata. Un thriller mozzafiato, una storia di paura e dolore, ma anche di sopravvivenza, della forza di raccontare e di esplorare i recessi più oscuri della psiche umana, dove la verità non sempre rende liberi.
Oggi c’è il sole. I raggi si arrampicano sul muro di cinta, sono le otto del mattino e fanno fatica. Piano, cominciano a leccare la finestra, mi fanno infine il solletico sul braccio. Sono distratta. E’ perché oggi è il mio compleanno. Compio dieci anni. La maestra Maria dice che avrebbe giurato ne compissi venti, e questa cosa mi fa ridere. La maestra dice sempre che sono una donna nel corpo di una bambina, e io penso che non è vero, perché se fosse così me ne sarei accorta, avrei sentito la pelle tirare ed avrei anche tutte quelle cose belle che hanno le femmine grandi, quello sguardo che sembra uguale a quello dei gatti, e la camminata sicura, un piede avanti all’altro, nonostante i tacchi. Giovanni è dall’altra parte dell’aula, e il sole gli ferisce gli occhi azzurri, perché li tiene sempre rivolti verso di me. Io invece lo guardo poco, perché non trovo mai niente che non mi piaccia, in lui, e allora arrossisco e mi vergogno. Anche quando mi ha dato il regalo, stamattina, non l’ho guardato, ma lui non se l’è presa: sorrideva. Era orgoglioso del ritratto che mi ha fatto, e aveva ragione a esserlo: sembra una fotografia. L’ho ringraziato, poi l’ho infilato nel quaderno grande, quello con i quadroni: è il più doppio di tutti e lo manterrà bello stirato. Oggi non ci sono quadri nell’aula, forse è per questo che mi annoio e mi distraggo, oltre al fatto che è un giorno speciale che viene una volta all’anno. La maestra Maria ci porta sempre i poster con le foto dei quadri, invece oggi non ha portato niente, ha detto che dovevamo parlare di un filosofo e che un filosofo non lascia niente di materiale, quando deve esprimere quello che sente. Allora Daniele le ha chiesto come si fa a capire quello che vuole dire un filosofo, e lei ha risposto che non c’è sempre bisogno di vedere, per capire, che a volte bastano le parole, se chi le pronuncia è abbastanza intelligente. -A me non interessano le parole.- ha detto poi Daniele, ma la maestra non si è arrabbiata, anzi, ha fatto su e giù con la testa. E poi gli ha detto: -Kant, che era un filosofo, ti avrebbe dato ragione. Le cose sono belle solo in maniera disinteressata, diceva lui. Se hai interesse a ritenere una cosa bella, essa non sarà mai bella. La bellezza è disinteressata, finalizzata solamente a se stessa. Nessuno può ricamarci sopra una morale, un secondo fine, una necessità. Io non la capisco bene, la maestra Maria. Però meglio di Luisa, Antonio e Michele, che non capiscono proprio niente e si mettono a fare disegni o a leccarsi le dita per pulire il banco. Daniele risponde sempre alla maestra, invece Giovanni la ascolta e basta. Questo succede perché Daniele è il più intelligente di tutti noi, sa usare le parole come fossero oggetti, te le tira addosso quando è arrabbiato e allora sono guai. Forse perché non gli interessano, forse è per questo che riesce a usarle con tanta leggerezza. Non che Giovanni sia stupido, anzi. Giovanni invece delle parole usa i pennelli, e la maestra Maria lo capisce lo stesso; comunicano così, scambiandosi i disegni. Io invece parlo con la maestra, però solo delle cose che faccio, e di quelle che provo. Parlo delle cose vere, non di quelle nascoste nei quadri, anche se vorrei tanto capirci qualcosa in più, della luce e delle ombre, del segreto nascosto dietro le figure, quello che le rende belle, come dice la maestra. Quando parla della bellezza, la maestra pensa sempre a Daniele, io lo so. Perché lo guarda e dice che un essere umano raramente è bello, più spesso è mediocre e ridicolo. E dice che c’è una sola persona nella nostra scuola che non è mai ridicola. Il nome non lo dice, ma io lo so che si riferisce a mio fratello. Daniele sembra già un ragazzo, uno di quelli che si vedono nei film americani: sempre in ordine, sempre sicuro, come un attore. Ha tredici anni e non dovrebbe essere così, io lo so. Lo so perché anche altri, all’istituto, hanno tredici anni, ma non sono come lui, sono buffi e camminano in modo strano e fanno cose schifose come misurarsi il pisello nei bagni e scoreggiare nelle bottiglie di plastica. Daniele non farebbe mai una cosa del genere. Io la vedo, la maestra Maria, che lo guarda incantata, ma anche le altre bambine, e le suore. Suor Germana gli chiede tutti gli anni di fare Cristo in croce durante la recita di Pasqua, ma Daniele si rifiuta categoricamente e dice che non ci crede, a Gesù. Allora suor Germana alza una mano sulla sua testa, sembra sempre che voglia dargli uno schiaffo ma poi non glielo dà e scuote la testa, andando a cercare la maestra per dirgliene quattro. Se la prende sempre con lei, quando uno dei ragazzi dice cose contro la religione, e io questa cosa non la capisco. Che c’entra la maestra Maria con Gesù? Solo perché si chiama Maria deve insegnare la religione ai bambini? Tanto la maestra non ce l' insegnerà mai religione, perché una volta l’ha detto sul serio che non crede a Gesù, e allora forse un po’ di ragione ce l’ha, suor Germana, a prendersela con lei. Ultimamente Giovanni passa il tempo con me, quando andiamo a fare la passeggiata in cortile. E’ strano, perché lui è Scheggia, quello che corre sempre, e appena si trova all’aperto parte in quarta e fila via. Be’, non proprio. Non può filare via, fa solo il giro della scuola, però almeno venti volte, e allora un po’ se ne va, capito? A volte sembra che voli. E’ una settimana che passa l’ora in cortile insieme a me, mangiando la frutta sul muretto più lontano dall’ingresso e lanciando occhiate a Daniele, che parla con il cuoco. Questa storia del cuoco non gli va giù, eppure Daniele divide sempre con noi quello che lui gli dà la sera, di nascosto. Ma forse Giovanni non si arrabbia perché Daniele ha un sacco di dolcetti e la parte più tenera della carne, forse si arrabbia perché il suo amico passa tutto quel tempo con il cuoco. E se ci avviciniamo loro non parlano più, come se parlassero di qualcosa di segreto, qualcosa che noi non possiamo capire. Questa cosa può sembrare normale, ma non lo è. Perché noi tre stiamo sempre insieme, non abbiamo segreti, io, mio fratello e Giovanni. Tranne quando il cuoco fa le passeggiate con Daniele, in giardino. Secco è grande, però a volte sembra un bambino. In bocca ha due denti, come i neonati, e ride sempre. E’ lui quello che controlla a che ora andiamo a dormire, e quando ci lamentiamo perché vogliamo ancora tenere la luce accesa dice che dobbiamo stare zitti e ringraziare la Madonna. Che anche lui è cresciuto in un orfanotrofio, solo che non era bello come il nostro. Lui doveva dormire in una stanza grande con cento bambini, anche due in uno stesso letto, e c’era sempre chi aveva la febbre, chi vomitava o faceva pipì a letto, e c’era una puzza infernale. Noi invece abbiamo le stanze. In una dormiamo noi tre, anche se non era così dall’inizio. Poi Daniele è andato a parlare con il direttore e gli ha detto se poteva dormire con me e Giovanni, che all’inizio dormivamo con Luisa. Secco dice che non va bene che dormiamo maschi e femmine mischiati, e che lo dice sempre alle suore, e che le suore sono sceme, non capiscono niente. Devo essere scema anche io, perché non lo capisco neanche io questo fatto, cioè che non dovremmo dormire insieme. Io dormivo con Daniele pure quando stavamo a casa nostra, con papà. E papà non ha mai detto che era una cosa strana. Però forse papà non se ne importava niente di noi, perché quando ha fatto le valigie e Daniele gli ha chiesto dove andavamo, lui ha risposto che partiva da solo, senza di noi. Ci ha lasciati a casa, anche se questa cosa qui non me la ricordo, se la ricorda bene solo Daniele, che aveva otto anni. Mi racconta che papà se n’è andato e ci ha lasciato tutto il frigorifero pieno, però poi le cose da mangiare sono finite e noi siamo stati portati qui dentro. Era meglio se papà lo riempiva di più il frigorifero, almeno il doppio, così noi eravamo ancora a casa quando lui tornava e non ci portavano dalle suore, e dal Secco che spegne la luce così presto. Il cuoco mi ha portato la torta, stasera. E’ bella, piena di panna e con la glassa rossa, che è il mio colore preferito. Ho spento le candeline e lui mi ha fatto le fotografie. Quando me le fa io mi vergogno, perché sono brutta. Mi metto le mani in faccia e il cuoco si arrabbia, dice che è meglio ancora se sono brutta. Faccio ridere di più. Non lo so mica se è una cosa bella, che faccio ridere. Nella stanza c’è solo la luce delle candele, e c’è il cuoco, Secco e Mosca, oltre a Giovanni e Daniele, che cantano a bassa voce Tanti Auguri. Mosca aveva detto di stare zitti, ma poi il cuoco, che ha studiato più di tutti, tranne che della maestra Maria, dice che si può parlare a bassa voce e si può pure cantare a bassa voce, perché le mura di pietra sono doppie e nessuno ci sente. E poi le suore dormono dall’altra parte, perché non vogliono essere scocciate se un bambino non si sente bene o se Marino piange. Infatti i bambini che dormono con lui dicono che Marino piange sempre, ma io non lo sento. Sarà per colpa delle mura doppie. Ci togliamo i vestiti e ci mettiamo nel letto, tutti e tre insieme, anche se ci sono tre letti, perché dobbiamo fare le fotografie. Non le facciamo sempre, solo quando Secco si mette a parlare dopo che ha spento la luce. Poi Secco si prende Giovanni e si mettono da una parte, nel buio. Giovanni piange, gli manca qualcuno, però non so chi, perché Giovanni la mamma non l’ha mai conosciuta. Forse qualcuna delle mamme adottive che l’hanno preso e poi riportato qui. Fossi in lui, non piangerei così per loro, visto che non l’hanno voluto. Che ci hanno giocato come fosse una bambolina, come dice Daniele, e poi si sono stufati e l’hanno riportato qui. Io però sono felice che lui sia tornato, perché l’ho detto già, di Giovanni mi piace tutto, anche se poi divento tutta calda in faccia e non lo riesco a guardare. Quando arriva il cuoco si arrabbia con Secco, dice che non deve farlo quando lui non c’è, però Secco a volte sembra sordo perché fa sempre le stesse cose, anche quando gli dicono di non farle, e poi si mette a ridere con quei due denti da neonato e il cuoco scuote la testa, con la faccia arrabbiata. Stasera che ho la torta, il cuoco chiede scusa a Daniele. Gli dice che domani penserà di nuovo a lui, ma che oggi è il mio compleanno e deve regalare una cosa a me. Poi gli dà uno schiaffo sulla faccia, ma Daniele non dice niente, non la muove neanche, la faccia, lo guarda e basta, e il cuoco ride e diceocchi di ghiaccio, ride con quel fischio nella gola, non lo so come fa. Quando Mosca mi prepara io dico che lo voglio fare pure io, quel fischio, e Mosca dice che prima devo ingoiare il fischietto di suor Angela, quello che usa quando finisce l’ora della passeggiata per farsi sentire da tutti i bambini. Il cuoco fa le fotografie e respira forte, e a me anche se dà fastidio la luce forte della macchina fotografica non dico niente, perché se parlo sento più dolore e il giorno dopo mi ricordo tutto bene.
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"I Signori della Cenere" di Tersite Rossi è il nuvo thriller finanziario edito da Edizioni Pendragon e recensito da ThrillerPa...
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