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lunedì, gennaio 16

Video Intervista a Donato Carrisi

Intervista a Donato Carrisi di Tiziana Sibilla della webtv Art Tv
Oggi vi proponiamo in esclusiva come unico blog un'interessante video intervista effettuata  a  uno degli autori di thriller nostrano più amati e seguiti in Italia e all'estero, Donato Carrisi.
Carrisi ha da poco pubblicato con Longanesi il nuovo romanzo Il Maestro delle Ombre dopo i successi ottenuti con capisaldi della letteratura thriller come Il Suggeritore, Il Tribunale delle Anime, La ragazza della nebbia, L'ipotesi del male, Il cacciatore del Buio, La ragazza della nebbia.
Grazie a Il Suggeritore, Donato Carrisi ha anche portato a casa, nel 2009, l'ambito Premio Bancarella.
Donato Carrisi è stato intervistato dalla brava e competente Tiziana Sibilla di Art TV che ringraziamo per aver scelto il nostro blog. 
Art Tv è una nuova realtà editoriale italiana indipendente partorita da Marcello Nisi, una web TV tra cultura, informazione, arte e a breve anche cucina che vi invitiamo a seguire anche per ascoltare, ogni tanto, voci fuori dal coro.


martedì, aprile 12

Blogtour - Intervista a Franco Matteucci

Intervista a Franco Matteucci autore de Lo strano caso dell'orso ucciso nel bosco

Siamo arrivati alla quarta tappa del blogtour dedicato al romanzo di Franco Matteucci Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco, pubblicato da Newton Compton. Al termine del blogtour voi lettori potrete vincere due copie del libro seguendo istruzioni semplicissime che troverete alla fine del post. In questa tappa vi proponiamo l’intervista completa all’autore: scrittura, genere, ambientazione.

Diamo il benvenuto a Franco Matteucci, autore e regista televisivo, docente universitario e scrittore di successo. 
Il suicidio perfetto, La mossa del cartomante, Tre cadaveri sotto la neve e ora Lo strano caso dell’orso ucciso nel bosco. Sono tutti i suoi romanzi gialli di cui è protagonista il commissario Marzio Santoni. Ma prima di creare questa fortunata serie, lei ha scritto romanzi assolutamente diversi. Cosa l’ha spinta a diventare uno scrittore di libri gialli? E cosa trova in questo genere letterario che risulta particolarmente congeniale per la sua scrittura?

domenica, marzo 27

Intervista a Stefano Santarsiere

Intervista a Stefano Santarsiere, autore de "La mappa della città morta" - Newton Compton Editori
La mappa della città morta è la storia di una doppia, forse tripla caccia all’uomo, sullo sfondo di più scenari esotici e con il tema classico della civiltà scomparsa. Come nasce una storia così?
Forse dalla voglia di intraprendere il mio personale viaggio nell’Ade, e tornarne vivo. Ciò che i greci chiamavano ‘catàbasi’, che è poi un motivo topico della letteratura. Oppure, più probabilmente, nasce dalla voglia di esplorare il confine tra la sete di conoscenza e l’avidità, e come funziona il conflitto tra queste due dimensioni. A un livello ancora più concreto, avevo in mente un esploratore che si perde nella giungla, misteriose e antichissime rovine, un enigma geologico e un giornalista specializzato in notizie insolite. Tre stesure dopo è nato il libro.

Ed è stato subito un successo del web. Pubblicato su Amazon, raggiunge in poche settimane le vette della classifica a pagamento. Poi arriva la proposta di Newton Compton… Da cosa dipende un esito tanto favorevole? 

lunedì, febbraio 22

Blogtour - "Il Principio del Male" di Stefano Tura

"Il principio del male" di Stefano Tura (Piemme Edizioni), contenuto esclusivo per ThrillerPages da parte dell'autore.
Il romanzo è ambientato per metà in Italia e per metà in Inghilterra. Un po’ come la tua vita da oltre dieci anni. La letteratura noir anglosassone ha influenzato il tuo modo di scrivere thriller? Anche tu come scrittore ti senti a metà tra i due mondi in cui vivi?  
 "Io credo di essere stato influenzato dai crime-writers anglosassoni sin dal primo romanzo. Ma ora ambiento anche le mie storie in Gran Bretagna perché, come hai detto giustamente, ci vivo da oltre dieci anni e conosco più la realtà di questo paese di quella italiana. Per ora, come scrittore, mi sento effettivamente a metà  tra i due mondi ma la mia metà britannica sta velocemente prendendo il sopravvento tanto da costringermi a full immersion in Italia per non perdere il contatto con le mie radici. E lo stesso dicasi per la lingua. Prima di scrivere devo sottopormi a numerose letture di romanzi italiani, mettendo da parte quelli in inglese".

venerdì, novembre 13

Intervista - Jean Christophe Casalini

Quest'oggi ThrillerPages ha avuto il piacere di incontrare e intervistare lo scrittore Jean Christophe Casalini, autore del thriller "Otto - Luce e Ombra" (Edito da Vertigo) che sta riscuotendo ottimo successo di pubblico e critica.  Acquista il libro


D) Buongiorno Jean Christophe. Come definirebbe “Otto”?
R) Otto è un uomo come noi, con le proprie aspettative e i desideri, con i propri difetti e debolezze. Soccombe di fronte agli insuccessi senza avvedersi che una passione non significa per forza di cose avere un talento. Deluse le aspettative di Anna, la sua compagna che ha coinvolto nel suo progetto professionale, nel suo caso attinente all’arte dell’illusionismo, egli si ritrova a dover fronteggiare il proprio riflesso che comincia a manifestare una propria autonomia fino a proporgli un patto diabolico con la promessa del successo e dell’amore. 

venerdì, novembre 6

Intervista a Simone Turri e Daniela Mecca

Quest'oggi ThrillerPages ha avuto il piacere di incontrare e intervistare gli scrittori Simone Turri e Daniela Mecca, autore del thriller "Il tatuatore" (Edito da GdS) che sta riscuotendo ottimo successo di pubblico e critica. Leggi qui la nostra recensione. Acquista il libro

D) Come definireste il vostro romanzo?
R) Il nostro romanzo lo si può definire un thriller psicologico dalle tinte forti e dal finale inaspettato, condito di mistero e suspance. Di sicuro in questa lettura non si rimane passivi, anzi si diventa protagonisti in prima persona delle vicende che accadono. 

D) Quanto del vostro vissuto c'è nel libro?
R) In ogni nostra opera c'è un pizzico di noi e siamo ben felici di innestare questa particolarità in tutta la nostra produzione letteraria. Certo è che solo gli autori sapranno distinguere queste sfumature. Prediligiamo scrivere nero su bianco le nostre impressioni, sensazioni, emozioni e condividerle con il nostro pubblico.

giovedì, dicembre 4

Intervista a Luigi Rossi

Quest'oggi ThrillerPages ha avuto il piacere di incontrare e intervistare lo scrittore Luigi Rossi, autore del thriller autopubblicato "Rosa Aeternum Nematocisti" che sta riscuotendo ottimo successo di pubblico e critica. Leggi qui la nostra recensione. Acquista il libro

D) Come definirebbe il suo romanzo?
R) Un racconto in cui tutti possono trovarsi coinvolti. Uno spaccato di vita che narra la fragilità della natura umana, capace, attraverso un intricato sistema di relazioni interpersonali, di amplificare il male che è proprio di ogni essere umano. Un thriller silenzioso e subliminale.

D) Quanto di suo vissuto c'è nel libro?
R) Quasi tutte le vicende narrate appartengono alla realtà e descrivono fatti e circostanze realmente accaduti. La libertà narrativa concessa ha solo permesso di legare questi eventi, seguendo uno schema ben preciso. Taluni accadimenti sono il frutto della mia percezione diretta, altri appartengono alla letteratura sociale.

mercoledì, novembre 5

Intervista a L. K. Brass

Quest'oggi ThrillerPages ha avuto il piacere di incontrare e intervistare lo scrittore L. K. Brass, autore del libro autopubblicato Il Deal dell'Apocalisse che sta riscuotendo ottimo successo di pubblico e critica. Leggi qui la nostra recensione. Acquista il libro

D) “Il Deal dell'Apocalisse”, un thriller finanziario, è d'accordo con questa definizione?
R) Mi sembra buona come etichetta. Calza molto bene a quello che ho scritto sulle righe di testo, ma fra di esse c’è qualcosa a cui tengo in modo particolare. Volevo scrivere un thriller senza rinunciare a inserire qualcosa della mia visione dell’economia mondiale. Proprio per quello ho creato McGregor. Nella prima stesura del romanzo il suo articolo postumo appariva come incipit ed era più corposo. L’ho sacrificato per iniziare come ogni thriller che si rispetti.

giovedì, maggio 1

INTERVISTA - Alberto Minnella

Intervista a cura di Massimo Minimo

Diamo il benvenuto sulle pagine di ThrillerPages ad Alberto Minnella, esponente della cosiddetta “New Wawe” siracusana.

D)Ciao Alberto, come nasce la “New Wave” siracusana?
R) In realtà non c’è stato nessun parto, nessuna nascita. È stato un caso che negli ultimi due o tre anni ci siano stati tanti autori siracusani armati di un romanzo, pronti a combattere i cattivi. Di recente Repubblica ha parlato di New Wave siracusana e come capita nei fumetti, una volta che la stampa ti affibbia un soprannome tu te lo tieni. 

D) Quali i motivi del fiorire di così tanti scrittori?
R) Questo non so davvero spiegarlo. Durante una presentazione corale, in occasione dell’Ortigia Film Festival, insieme agli scrittori Stefano Amato, Daniele Zito e Angelo Orlando Meloni (tutti e tre bravissimi e se non avete ancora comprato i loro romanzi fatelo perché ne vale davvero la pena, come per gli altri romanzi degli scrittori siracusani come Veronica Tomassini e Luca Raimondi, chiedo perdono a quelli che sto sicuramente dimenticando) mi è stata posta una domanda simile; a quel punto ho simulato un infarto schivando la risposta. Posso rifarlo se vuoi.

martedì, aprile 16

INTERVISTA a Loriano Macchiavelli

Diamo il benvenuto oggi ad un grande scrittore, Loriano Macchiavelli, che ha risposto ad alcune domande poste da Massimo Ricciuti. 

MR -Benvenuto Loriano. Fra le Sue tante attività, letterarie e non, Lei è anche il “padre” dell’ispettore Sarti. Un poliziotto, anzi un questurino, molto “sui generis”. Ci racconta la genesi di questo personaggio?

LM -È una storia lunga e complicata, come direbbe Poiana. Per farla breve e semplice, dirò che Sarti Antonio, sergente, è nato per caso durante una vacanza in terra di Spagna e, come spesso accade per le cose casuali, ha avuto fortuna.
Ne parlai a Franca, nell’ozio di un torrido pomeriggio marino, per passare il tempo e per capire come avrei proceduto io se avessi scritto un giallo. A lei piacquero le mie idee e glielo scrissi. Il mio primo giallo.

lunedì, ottobre 15

INTERVISTA a Piergiorgio Pulixi

Ciao Piergiorgio, benvenuto su Thrillerpages. Intanto comiciamo col dire che per la canzone di accompagnamento hai chiesto di mettere High and dry - RadioHead, quindi suggerisco ai thrillerini di cliccare Play per entrare in sintonia.
Inizio l'intervista chiedendoti di scrivere due parole sulla trama del tuo ultimo libro “Una Brutta storia”, così informiamo i pochi sciagurati che ancora non lo hanno letto.

Biagio Mazzeo è un ispettore superiore della Polizia di Stato a capo della Sezione Narcotici di una grande città. E' un uomo ruvido, violento, che non lesina a utilizzare “lavoretti sporchi” per ripulire le strade da tossici e spacciatori. Però i suoi metodi funzionano,anche perchè col tempo si è creato intorno una sorta di famiglia, o forse sarebbe meglio dire clan, formato soltanto da poliziotti come lui che hanno deciso di valicare la linea e sporcarsi, prendendo in mano il controllo totale del narcotraffico in città. Con loro Mazzeo è completamente diverso: è una sorta di patriarca generoso e protettivo che farebbe di tutto per la salvaguardia dei suoi uomini. Quando però Mazzeo e i suoi incappano nel cadavere sbagliato, quello di un criminale ceceno, si innescherà una lotta violenta tra i poliziotti corroti e la mafia cecena a cui apparteneva Goran, trascinando le pantere in un inferno metropolitano.

Com'è partita l'idea di scrivere questa “Brutta storia? A cosa ti sei ispirato?

A un fatto di cronaca: l'arresto di 16 poliziotti per associazione a delinquere. Da lì mi sono documentato sulla corruzione nelle forze di Polizia e ho deciso di scriverci su una storia.

Nel romanzo ci sono molti personaggi, com'è stato gestirli nella stesura del romanzo?

Ci è voluto parecchio tempo, molta pazienza, molta dedizione alla storia e pareti intere tappezzate di schemi e post-it che mi rendessero più facile i movimenti di trama, e l'individuazione anche geografico/cronologica dei singoli personaggi. Devo dire che in tutto questo mi ha aiutato tantissimo lo studio della drammaturgia classica e l'analisi delle sceneggiature di film e serie tv.

Che genere di ricerche hai fatto per scriverlo?

Per prima cosa devi trovare un'entratura, una fonte sicura, possibilmente all'interno, che possa instradarti e verificare quelle che inizialmente sono solo supposizioni e deduzioni logiche derivanti dallo studio delle carte. Una volta che ce l'hai, poi il gioco è presto fatto.

Un libro di 439 pagine, ben strutturato e molto curato. Una mia curiosità, quanto tempo hai impiegato a scriverlo?

Tre anni e mezzo che hanno messo seriamente a repentaglio la mia salute mentale. Parecchie riscritture, qualcosa come otto editing, tutto improntato alla ricerca di un prodotto più perfetto possibile da offrire ai lettori che oggi sono -giustamente- molto esigenti. Nel nostro il lavoro il lettore va rispettato ai massimi livelli e gli si deve offrire soltanto il meglio e qualcosa in più. E' l'unico modo per creare un sentimento reciproco di rispetto e fiducia.

Nel libro non è mai stata nominata la città di dove si svolge la vicenda, perchè?

Perchè non mi interessava. La mia attenzione si è concentrata più sulla geografia umana che quella per antonomasia. Tra l'altro, il fenomeno della corruzione è trasversale e non locale; quindi una città senza nome donava quel tocco di universalità a questo dramma poliziesco cosicchè ogni lettore poteva immaginarsi le pantere della Narco muoversi nella metropoli a lui più congeniale.

Ora un po' di domande personali. Quando hai scoperto di voler scrivere?

Quando una professoressa delle superiori mi relegò a una scrittura mediocre non passibile di miglioramenti.

Mi dai la tua definizione di noir?

Innaffiare i personaggi di benzina e poi buttarli all'inferno. Questo a livello letterario.
Far capire a coloro che non vogliono vedere alcune realtà che il semplice fatto di non guardarle non significa che quelle automaticamente spariscono. Questo a livello più socio-letterario.

Conoscendoti un po' nel gruppo di Thrillerpages su Facebook, ho visto che sei un lettore compulsivo, dalla quale prendo un sacco di spunti per le mie letture perché abbiamo gusti molti simili. Volevo approfittarne anche qui scroccandoti qualche consiglio sui libri che in assoluto ti sono piaciuti di più.

Rischi di mandarmi in corto-circuito il cervello così, lo sai? Mmm... Shella il buio nel cuore di Vachss. Eureka Street, se riuscite a trovarlo. L'oscura immensità della morte di Carlotto, e “Il conte di Montecristo” che è il mio romanzo preferito. Poi tutto Vachss, tutto Carlotto, tutto Ellroy, tutto Auguste Le Breton, tutto James Lee Burke, tutto Eschilo, tutto Euripide, tutto Shakespeare, tutto John Irving, tutto Stephen King, tutto Mauro Marcialis, tutto Eddie Bunker, un po' di classici russi, “Nella carne” di S. Bilotti e tutto Irvine Welsh. Se ne avete lo stomaco, anche tutto Derek Raymond, con J.R. Lansdale per poi ritirarsi su.

Libri di carta, e-book, o tutti e due? Cosa ne pensi?

Per ora passo già troppo tempo a leggere attraverso schermi vari (cellulare, tablet e pc) da pensare di poterci anche dedicare il mio tempo libero, quello specifico per la lettura. Preferisco in assoluto la carta, che Greenpeace mi perdoni.

Novità a riguardo per il prossimo tuo libro, che dovrebbe essere il sequel de “Un brutta Storia”?

Sì, sarà una storia molto dura, dove Biagio conoscerà “la notte buia dell'anima” e dovrà scegliere tra seguire il modello criminale di Sergej Ivankov e salvare un membro della sua famiglia. Il fatto che le pantere abbiano un conto aperto con la 'ndrangheta non aiuta... si parlera anche di più del passato di Biagio e del perchè è diventato quello che è, e di cosa ha perso per diventarlo...

Quest'anno purtroppo non sono potuto venire al Sugarpulp, ma tu hai fatto presenza, cosa ne pensi di questo evento letterario e degli eventi letterari in genere?

Sugarpulp nello specifico è un festival pazzesco con un'organizzazione che ha dell'incredibile. Strukul e i suoi portano sempre autori di altissimo livello e si svenano per diffondere letteratura di genere. Li rispetto tantissimo per questo. I festival in generale a mio avviso sono di vitale importanza. Lo dico prima da lettore che addetto ai lavori.

Cosa ne pensi dei blog e della rete?

Che sono un ottimo barometro di quello che si pubblica nel nostro paese. Ogni volta che entro in un blog del settore ne esco sempre arricchito sia come lettore che come romanziere.

Grazie Piergiorgio, aspetto il prossimo libro e ti faccio un grosso in bocca al lupo!

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INTERVISTA a Tersite Rossi









Diamo il benvenuto su Thrillerpages a Tersite Rossi e mettiamo il video consigliato da loro da ascoltare come sottofondo all'intervista. Ma ora diamo la parola all'intervistatore, Massimo Minimo.

Per quei pochi che ancora non lo sapessero, chi è, o meglio chi sono, Tersite Rossi? E da dove viene questo nome d’arte?

Tersite Rossi è lo psedudonimo di un duo di scrittori, Marco Niro, giornalista, e Mattia Maistri, insegnante. I nostri nomi di battesimo, però, oltre ad avere il difetto di appartenere a due illustri sconosciuti, hanno anche quello di contenere troppe troppe “emme” ed “enne” ed essere troppo cacofonici per risultare digeribili da un ipotetico pubblico. Così, abbiamo optato per uno pseudonimo. Tersite è un personaggio dell’Iliade di Omero cui ci sentiamo talmente vicini da vederlo come l’incarnazione del nostro manifesto letterario: un guerriero brutto, zoppo e gobbo, che a un certo punto, durante la guerra di Troia, invita gli altri guerrieri a disertare, opponendosi a un conflitto il cui bottino sarebbe stato spartito da altri; un antieroe che, col suo atteggiamento di scherno e irriverenza, è emblema di chi non si limita ad andare controcorrente, ma perde e finisce per questo dimenticato. Rossi, invece, è il cognome più diffuso in Italia, da noi scelto per compensare la vetustà di Tersite ed anche per mettere in rilievo quella vena popolare che, nonostante tutto, ci contraddistingue.

Ci raccontate come vi siete incontrati e come è nata l’idea di scrivere a quattro mani?

Marco aveva scritto un saggio di critica del giornalismo (“Verità e informazione”, Dedalo 2005), che non aveva letto quasi nessuno. Tra i pochi coraggiosi vi era stato Mattia, che, in seguito, volendo organizzare un corso di giornalismo per giovani, aveva deciso di chiedere proprio a Marco di fare da docente. Era il 2006. La proposta si scrivere un romanzo in due arrivò l’anno dopo. Era estate. Mattia, anziché andare a prendere il sole al lago o il fresco in montagna, se ne stava seduto a una scrivania, a meditare su una vecchia idea: quella di lavorare al vecchio soggetto di un romanzo che da tempo s’impolverava dentro un cassetto della sua mente. Se da solo finora non mi ci sono mai messo, si disse, forse insieme a qualcun altro posso riuscirci. E così lo propose a Marco. Il quale inizialmente ritenne folle l’idea, e l’ignorò. Ma Mattia seppe insistere, e così alla fine il sodalizio letterario ebbe inizio. E quel soggetto si trasformò in un romanzo, “È già sera, tutto è finito”, edito da Pendragon nel 2010.

A tal proposito, come organizzate il vostro lavoro quando create un romanzo? Vi dividete i compiti o che altro?

Assieme sviluppiamo il soggetto e la scaletta del romanzo, che nascono da lunghe chiacchierate a ruota (e mente) libera. Poi ciascuno prende in carico determinate parti, in genere distribuite equamente. La scelta avviene in base a quanto ciascuno si ritiene più vicino a un certo personaggio o a una certa vicenda. Scriviamo rispettando la scaletta, tranne che per il finale, che di solito scriviamo prima. Il nostro punto di forza pensiamo sia quello che chiamiamo “palleggiamento”. Quando ciascuno ha finito di scrivere un suo capitolo, lo invia all’altro, che lo sottopone a un vero e proprio lavoro di editing, estremamente rigoroso, dopo il quale lo rimanda al mittente, che a sua volta effettua le sue contro-deduzioni. In pratica, facciamo, con risultati a volte sorprendenti, quello che normalmente uno scrittore fa soltanto dopo aver consegnato il manoscritto all’editore, nel momento in cui si confronta con l’editor della casa editrice.

Immagino che scrivere in due abbia i suoi pro ed i suoi contro. Ci sono mai stati momenti di forte discussione fra voi?

Certo! Lo chiamiamo “palleggiamento” anche per il suo esito: questo farsi le pulci a vicenda ha spesso come inevitabile conseguenza, come forse puoi immaginare, il vorticoso giramento di palle dell’uno o dell’altro, e a volte anche di entrambi. Ti raccontiamo un aneddoto. Stavamo scrivendo il nostro primo romanzo e una volta accadde che il “palleggiamento” di cui sopra terminò subito, perché il ricevente del capitolo, il più pignolo dei due, liquidò il lavoro dell’altro scrivendogli tre semplici parole: “È un disastro”. L’altro, il più permaloso dei due, reagì chiedendo un incontro faccia a faccia, al quale esordì con un cordiale “O lo teniamo così o vaffanculo!”. Poi il pignolo, che è anche un abile diplomatico, seppe ricucire il rapporto col permaloso, che è anche una persona estremamente ragionevole, e il romanzo fu salvo (per la cronaca, di quel capitolo alla fine non rimase alcuna traccia…)

Siete entrambi trentini. Quanto è stretto il legame con la vostra terra?

A dire il vero, entrambi viviamo in Trentino, ma solo uno di noi – Mattia – è nato lì. L’altro, Marco, è apolide: nato da genitori molisani a Casalmaggiore, in provincia di Cremona, ha studiato a Reggio Emilia e poi è emigrato in Trentino per motivi sentimentali. Questa nostra diversa discendenza ha inciso molto sulla nostra scrittura. Nel nostro primo romanzo, la vicenda del Gruppo è ambientata a Gazzolino, piccolo paese del Nordest vittima dell’inaridimento dei rapporti sociali dovuto alla cieca applicazione del motto “tasi e laora”, che in Trentino non abbisogna di traduzione. Mentre l’altro protagonista di quel romanzo, il giornalista Antonio Castellani, nasce in Molise da contadini poveri di denaro, ma non di spirito. In “Sinistri”, invece, il legame col territorio si stempera fino ad annullarsi, e questo non succede a caso: nel 2023 la furia omologatrice della felicità imposta per decreto non ammette differenze geografiche…

Passando a “Sinistri”, è un romanzo molto particolare nella struttura. Quale la sua genesi?

“Sinistri” nacque in una birreria il 26 dicembre 2008 come romanzo che si proponeva di raccontare il Novecento italiano e i suoi molteplici “tradimenti” attraverso dieci racconti, ambientati ciascuno in una decade diversa del secolo passato e scritti nell'irriverente rispetto dei diversi generi letterari: dall'horror all'erotico, dal grottesco al noir, dal satirico al sentimentale. Una volta scritti i racconti ci accorgemmo che, letti in fila uno dopo l'altro, ci proiettavano direttamente nel futuro, in mezzo al guado della Terza Repubblica italiana. A quel punto è stato naturale scrivere la cornice che racchiudesse i racconti e che fosse ambientata in un futuro prossimo: un futuro anestetizzato, governato con “mano tecnica” e ammantato dalla retorica fasulla e artificiosa della felicità a tutti i costi. Più che un futuro, un presente alle porte.

Domanda scontata: quanto siamo vicini all’Italia del 2023 descritta nel libro?

Purtroppo molto. Nel 2023 è al potere il Partito della Felicità, che guida una tecnocrazia dittatoriale che impone di trovare la felicità ad ogni costo, comprandola a buon mercato dentro gli “shops”, i nuovi templi del consumismo in cui i cittadini si accalcano prima che il coprifuoco scatti inesorabile alle ore 21. Detta così, sembrerebbe solo la fantasia – inquietante – di due scrittori pessimisti. Invece, a guardare bene, già oggi la democrazia è stata svuotata prima dalla videocrazia ed oggi dalla tecnocrazia, e l’unica libertà “socialmente accettata” è quella di consumare. E in effetti abbiamo voluto ambientare il nostro romanzo nel futuro proprio per disorientare il lettore: alle prime battute, può consolarsi pensando di avere tra le mani un semplice “fantasy”; ben presto, però, si accorge che il nostro 2023 non è altro che la proiezione caricaturale di quanto già oggi sta accadendo.

“Sinistri” fa parte della Collezione Sabot/age curata da Massimo Carlotto. Come siete entrati in contatto con lui?

Al termine della stesura del nostro primo romanzo “E' già sera, tutto è finito” ricevemmo il suggerimento da un nostro amico di inviare il manoscritto a Massimo Carlotto, di cui lui aveva un recapito. Nessuno avrebbe mai immaginato che Carlotto non solo si mettesse a leggere il nostro lavoro, ma che al termine della lettura ci scrivesse per complimentarsi con noi e per invitarci a non abbandonare la strada della scrittura, benché fossimo ancora privi di un editore. Poi l'editore di quel primo romanzo arrivò (Pedragon di Bologna) e da lì Tersite Rossi cominciò a farsi notare, a partire dal Salone del libro di Torino dove lo stesso Carlotto intervenne nel corso della nostra prima presentazione. Un anno dopo volle leggere il manoscritto del nuovo lavoro (quello che poi sarebbe diventato “Sinistri”) e rimase così ben impressionato da volerlo all'interno della Collezione Sabot-age delle Edizioni E/O, che lui stesso cura (con la moglie Colomba Rossi a dirigerla). Ed eccoci a oggi, orgogliosi dei passi fatti e degli apprezzamenti ricevuti da uno scrittore eccezionale quale è lui.

Il vostro primo romanzo, “E’ già sera, tutto è finito” (al quale sono, personalmente, molto affezionato), ha ispirato uno spettacolo musical-letterario. Lo stesso sta accadendo con “Sinistri”. Quanto è importante la musica per voi?

Moltissimo. E non solo perché, a valle, risulta spesso più efficace delle parole nella presentazione dei nostri lavori. Ma soprattutto perché, a monte, ci accompagna nella stesura dei nostri testi. Oltretutto, abbiamo gusti musicali anche molto diversi. Uno di noi è più incline al cantautorato, meglio se popolare, l’altro è più eclettico, forse più elitario. E così nei nostri romanzi e nei nostri spettacoli il pubblico può trovare Francesco Guccini insieme a Leonard Cohen, Rino Gaetano insieme ad Astor Piazzolla, i Modena City Ramblers insieme ai Kraftwerk.

Per restare in tema, scegliete un brano che accompagni quest’intervista. Per non scatenare una rissa, potete indicarne anche uno a testa, ve lo concediamo.
“Carnival” di Roberto Vecchioni (Mattia).
“Galvanize” dei Chemical Brothers (Marco).

Last but non least, a quando il prossimo libro?

Non abbiamo ancora fissato una scadenza. L’unica cosa certa è che c’è un soggetto forte, cui crediamo molto, sintesi dei due precedenti romanzi, completamento – perdonateci l’espressione abusata e modaiola – di una sorta di trilogia dell’antieroismo. Ma lavorarci richiede tempo. E la tua domanda ci offre l’occasione per un piccolo sfogo. Le attuali logiche del mercato editoriale impongono ad uno scrittore di scrivere come un forsennato e di buttare fuori almeno un testo all’anno, per tenere in vita il nome dell’autore visto che quello del singolo romanzo dopo tre mesi rischia di essere già dimenticato, spazzato via dagli scaffali per far posto ai prossimi. Noi respingiamo questa dinamica. Per carità, ci sono bravi colleghi che riescono a scrivere un libro all’anno salvaguardando la qualità, ma sono la minoranza. Tersite Rossi ha bisogno di sporcarsi le mani di terra e di polvere, prima di iniziare a scrivere. E adesso è questo che stiamo facendo.  

Grazie per l'intervista Tersite Rossi, alla prossima!

CLICCATE QUI per andare all'intervista di Piergiorgio Pulixi

domenica, settembre 30

INTERVISTA a Patrick Fogli

Cari amici di Thrillerpages, diamo il benvenuto oggi a Patrick Fogli, autore del libro "La puntualità del destino", edito da Piemme. Ad intervistarlo ci ha pensato come al solito Massimo Minimo. Il brano consigliato da Patrick come sottofondo musicale per leggere questa intervista è  Radio Nowhere, del Boss, Bruce Springsteen.
Ma ora diamo il via alle domande:



Dopo "Il tempo infranto" e "Non voglio il silenzio" ti sei dedicato di nuovo a scrivere un thriller nel senso più stretto del termine. C'è un motivo particolare dietro questa scelta?

No, avevo questa storia in testa e l’ho scritta. E non credo che sia un thriller, forse può sembrarlo sintetizzando la trama. Ma non ne ha lo svolgimento classico, per certi versi non ne ha neppure la scrittura. Di certo avevo voglia di raccontare una storia più semplice, con meno personaggi e uno svolgimento più lineare. E di guardarmi intorno senza partire dal passato.

Ne "La puntualità del destino" torna Gabriele Riccardi. Senza svelare troppo per chi ancora non ha letto il libro, ci racconti un po' l' evoluzione del suo personaggio in questi sei anni di "assenza"?

martedì, giugno 5

INTERVISTA a Gianni Simoni


Diamo il benvenuto a Gianni Simoni, autore della serie che ha per protagonisti l'ex giudice Petri ed il commissario Miceli. Nel suo ultimo romanzo si è invece dedicato alla creazione di un nuovo, affascinante personaggio, l'ispettore Lucchesi. Ma ora lasciamo la parola e la prima domanda a Massimo Minimo. se volete, cliccando play sul video di you tube qui alla vostra destra, sarete accompagnati dalle note della Brahms Symphony No.3, pezzo musicale scelto da Simoni per questa intervista. Buona lettura.

domenica, marzo 18

INTERVISTA a Marco Buticchi


Con grande piacere e con un po' di timore reverenziale ospitiamo il Commendator Buticchi, durante una delle pause dall'ennesima tournée per la presentazione de "La voce del destino", il suo ultimo successo letterario.
Quindi, cliccate il video You tube e col sottofondo di ITACA del grande Lucio Dalla, leggetevi l'intervista curata da Massimo Minimo e Patrizia Seghezzi.

Marco Buticchi, da trader petrolifero a scrittore di successo. Un
cambiamento di vita non indifferente. Come è maturata questa scelta

Nel momento in cui mi sono reso conto che la frenesia da lavoro stava
togliendo spazio alla mia vita ho pensato di ritagliarmi un’esistenza
sicuramente meno eclatante, ma altrettanto ricca di soddisfazioni “di vita”. E,
alla luce della mia personale esperienza, sono le soddisfazioni che contano di
più.

lunedì, marzo 5

Intervista a GIULIANO PASINI

Diamo il benvenuto oggi a Giuliano Pasini, Autore de "Venti corpi nella neve" che ha risposto alla nostra intervista, realizzata da Massimo Minimo. Cominciate a leggere cliccando PLAY al video You tube, sarete così accompagnati alla lettura con "Generale" di De Gregori, Canzone scelta dall'autore come colonna sonora del suo libro.

giovedì, dicembre 29

INTERVISTA a Maurizio de Giovanni


Oggi abbiamo il piacere di intervistare l'autore che ha dato vita a uno dei più amati commissari Italiani, Il commissario Ricciardi. 

Tu ti definisci spesso “ scrittore per caso”, ti va di raccontarci come lo sei diventato?

Io a scrivere non ci pensavo affatto. Avevo quasi cinquant’anni, una situazione familiare finalmente equilibrata, un lavoro che non lasciava molto tempo al resto. E l’hobby della lettura, una voglia famelica di leggere che mi ha accompagnato per tutta la vita e mi accompagna ancora. Poi alcuni amici, per scherzo, mi iscrissero a un concorso per giallisti esordienti che si teneva proprio a Napoli e io, per non mostrare poca voglia di misurarsi, mi dissi: perché no? Il concorso lo vinsi, contro ogni previsione. E lo vinsi con un racconto il cui protagonista era un certo commissario Ricciardi.

Come è nato Ricciardi? E come mai hai scelto di dargli il suo “fardello”, cioè la facoltà di vedere gli ultimi istanti di vita dei morti e sentire le loro parole?

Come ho detto Ricciardi è nato per puro caso. Ero in cerca di ispirazione quando, all’esterno del caffè dove si teneva il concorso, passò una bambina che si fermò a guardarmi, al di là della vetrata, e poi mi fece una boccaccia; mi voltai e mi accorsi che gli altri concorrenti, impegnati a scrivere furiosamente, non l’avevano vista. Allora mi chiesi come doveva essere la vita per qualcuno costretto a vedere qualcosa che nessun altro vede, e dovendo scrivere un racconto giallo fu naturale immaginarlo poliziotto e fargli “vedere” qualcosa di terribile, come la morte violenta. Il resto del Fatto, la caratteristica di Ricciardi, si è sedimentato racconto dopo racconto nel tempo, e ancora vado conoscendolo io stesso.

I tuoi romanzi sono ambientati negli anni ’30, perché questa scelta? E come sei riuscito a descrivere quegli anni con tale precisione e partecipazione? 

La prima motivazione è casuale, e riguarda la struttura liberty del Caffè Gambrinus, il locale storico napoletano dove si svolse il famoso concorso e nel quale, per celebrare la circostanza, ambiento almeno una scena di ogni romanzo; l’altra è più strutturale, e riguarda la mia idiosincrasia per l’eccessiva scientificità delle indagini che allontana inevitabilmente dalla quota emotiva e passionale che c’è in ogni delitto. Gli anni ’30 sono gli ultimi nei quali la polizia scientifica non faceva sentire pesantemente la propria presenza, e come ambientazione mi pareva (e mi pare ancora) interessantissima da raccontare: un’epoca non lontanissima, ma dimenticata, sulla quale è difficilissimo ma molto stimolante ricercare dati e informazioni. Comunque sono molto meticoloso e quando inserisco un dato qualsiasi l’ho prima verificato con la massima attenzione.

Napoli e i napoletani sono cambiati molto da quegli anni o l’ironia, la dignità, la tolleranza , la forza e la rassegnazione che si trovano nei tuoi personaggi sono rimasti inalterati?

Alcuni aspetti della napoletanità sono perenni e quindi passano intatti dagli anni trenta ai giorni nostri, sia in positivo che in negativo. La disperazione, l’ironia, la testarda lotta per la sopravvivenza, l’incapacità di pianificare a lungo termine; ma anche la dignità, l’amore per la propria famiglia, per il proprio territorio. Cerco di raccontare tutto questo, senza commentare o inquinare con le mie opinioni, semplicemente descrivendo i caratteri e i comportamenti, perché il lettore possa costruire una sua immagine. La scrittura è innanzitutto questo.

Quanto è importante Napoli per te e per i tuoi libri? 

Centrale, direi. Napoli non si adatta, non rimane sullo sfondo. Si impone, è invadente e rumorosa, guadagna la scena e la mantiene. Non è mai una semplice ambientazione, è un vero e proprio protagonista, nei libri come nella nostra vita quotidiana. Credo che non saprei scrivere storie ambientate altrove, la mia voce nasce e muore nell’ambito della mia città.

I tuoi personaggi e la tua scrittura sono “avvolgenti”, precedendo nella lettura se ne rimane affascinati, dimenticandosi spesso che c’è anche un giallo da risolvere, sei conscio di questo ? Ti fa piacere o ti dispiace?

Ti ringrazio, il tuo è un meraviglioso complimento, anche se tutta la fatica che faccio per “costruire” il giallo, gli indizi veri e quelli falsi, ne esce un po’ mortificata. Il segreto è emozionarsi, come sempre: seguire i personaggi con passione, vivere con loro e sentire le stesse cose, amore, odio, simpatia e antipatia. E ricordare costantemente che ognuno di loro, anche il più marginale, il più secondario, ha una sua storia personale che va rispettata.
Posso dire che hai una prosa “ poetica”?

Cerco l’introspezione, le immagini pensate, le emozioni e gli echi delle passioni. Forse è questo che dà l’idea della poesia a chi legge. Ma cerco comunque di raccontare la storia, ogni singola parola è funzionale a questa esigenza. Un linguaggio apparentemente poetico nasconde indizi per il lettore, forse è questo che piace dei miei romanzi. Anzi, lo spero. 

Come procedi quando scrivi? E’ tutto ben delineato dall’inizio o i tuoi personaggi ti scappano dalle mani e diventano indipendenti?

Quella che è delineata e costruita con cura è la storia gialla. Quando comincio a scrivere so chi è morto, come, perché, chi lo ha ucciso e in quale circostanza, chi sembra o può sembrare che l’abbia fatto e perché. Il resto, tutte le interazioni e le relazioni che intercorrono tra i personaggi, lo sviluppo dei caratteri, l’evoluzione delle vicende personali, le lascio andare liberamente secondo il corso che la storia determina. La parte più interessante e divertente della scrittura, e anche la più creativa, è proprio questa: l’indipendenza dei personaggi. E’ là che divento il mio primo lettore, ed è là che lo scrittore si diverte.

Ti sei definito uno che scrive “ con la pancia e con il cuore”…,ci spieghi cosa intendi?

Rifletto poco, preparo poco. E soprattutto non mi pongo mai il problema di quello che può piacere o non piacere ai lettori, e non perché non gli voglia bene (li adoro tutti!), ma perché sono convinto che una storia debba conservare la propria autonomia. Allora lascio andare l’istinto, mi metto alla finestra e racconto quello che vedo accadere. Né una parola in più, né una in meno. Intendo questo, quando parlo di pancia e di cuore: sono poco razionale e molto istintivo.

Qual è la cosa più bella dello scrivere?

La faccia di chi ti legge, o di chi ti ha letto. E’ come aver fatto un lungo sogno, svegliarsi e scoprire che in tanti l’hanno condiviso, hanno provato le stesse emozioni e che il loro coinvolgimento è maggiore del tuo. Un vero incanto.

Dove trovi l’ispirazione per le tue storie?

Non saprei da dove nascano le singole storie. Mi basta andare con la mente nella città di allora, nella specifica stagione, sentire sotto le scarpe il terreno sconnesso delle strade, ascoltare il rumore del mare e delle ruote delle carrozze o dei motori di quelle antiquate automobili, e guardarmi attorno. Finora è bastato a scrivere i romanzi, e anzi spesso devo forzarmi per non raccontare tante piccole storie che mi vengono agli occhi mentre scrivo. Se dovessi, prima o poi, non avere più idee, allora magari aprirò il giornale.

Secondo te, quali sono le caratteristiche che rendono un libro un buon libro?

Penso che un libro buono, così come un film, una canzone o un quadro, debba lasciarti un po’ diverso da com’eri prima di leggerlo. Una piccola cicatrice sull’anima, una ruga o una lacrima, un sorriso. Una parola che di là a mesi o anni ti faccia ricordare quella storia, l’incanto e il rapimento che hai avuto nel leggere, anche solo per un attimo. Io sono pieno di queste cicatrici, tanto da dirti che non credo di aver mai letto un libro così inutile o brutto da non lasciarmi qualcosa, anche di minuscolo. Non sono un buon critico, temo; mi emoziono troppo facilmente, sarà l’età.

Sei molto amato dal pubblico, quanto è importante per te il filo diretto che intrattieni con i lettori?

Assolutamente fondamentale. I lettori sentono la passione, la riconoscono e la ricambiano con gli interessi. In particolare un gruppo di lettura, i Corpi Freddi dell’omonimo blog, partecipa alla mia scrittura; parlo con loro della trama del prossimo romanzo, mi confronto, li consulto e poi aspetto con trepidazione l’opinione che avranno del romanzo, soffrendo molto se a qualcuno non piace il romanzo. In generale quello che condivido coi lettori è la curiosità, l’amore per il mondo e i personaggi che ho inventato. Credo sia una prerogativa dei personaggi seriali.

Credi che i social networks e i blog dedicati ai libri siano un valido aiuto per gli autori?

Come ho detto prima, credo che non sia una buona idea per lo scrittore indagare i gusti dei lettori. Se ne rimane inevitabilmente influenzati e questo toglie spontaneità alle storie. Penso che i social network e i blog restituiscano però l’affetto, la passione di chi condivide i racconti e il mondo dei romanzi, ed è una sensazione meravigliosa e impagabile. Ecco, direi che per gli autori sono contesti importantissimi ma a valle della scrittura, non a monte.

Il 2011 è stato per te un anno di grandi soddisfazioni, premi e riconoscimenti, cosa ti aspetti dal 2012 e cosa dobbiamo aspettarci da te noi lettori?

Non cerco i premi e i riconoscimenti, anche se è innegabile che mi faccia felice rilevare il riscontro positivo che le mie storie hanno. Mi aspetto quello che vorrebbe ogni scrittore, cioè ancora più lettori e ancora maggiore condivisione. In cambio vorrei dare, oltre al Ricciardi… d’ordinanza, un altro romanzo. Magari contemporaneo. Così. Giusto per vedere se lo so scrivere. Tu che ne dici?

Intervista a cura di Cristina Aicardi

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venerdì, novembre 25

INTERVISTA a Roberto Costantini

L'autore di TU SEI IL MALE è arrivato anche tra grinfie di Thrillerpage. 
Grazie a Roberto Costantini, che ha concesso questa intervista curata da Massimo Minimo
 per gli amici del blog.
La prima domanda è quasi obbligata: ti aspettavi un tale successo?

Risposta quasi obbligata: no. Risposta vera, tanto ormai ho abbastanza anni per rischiare di passare per immodesto: sì.

Il protagonista del libro, Balistreri, è nato in Libia come te. Oltre a questo, c’è altro di autobiografico nel suo personaggio?

Anche per prudenza ho inserito il fratello Alberto, come me ingegnere, dirigente d’azienda, felicemente sposato con due figli. Per il resto mi appello al quinto emendamento.

Nella prima parte del romanzo il commissario, più che svolgere il suo mestiere, si preoccupa di bere, giocare a carte e divertirsi con le donne (quest’ultima cosa gli riesce benissimo, con mia somma invidia …. ). Non proprio l’esempio del bravo poliziotto, insomma. Ti sei ispirato a qualche modello letterario per creare la sua figura?

All’opposto, non ho trovato nessun investigatore come volevo io. Nel senso che nei noir l’investigatore per il lettore è sempre il Bene ( anche quelli un po’ violenti, stropicciati, malinconici ecc ecc) e il killer è il Male. Ma in TSM , chi è il Bene e chi è il Male?

Uno dei tanti temi affrontati nel romanzo è quello della presenza dei campi rom e della difficile convivenza con buona parte degli Italiani. Quale è la tua idea in proposito?

Che l’unico paese dove l’integrazione multirazziale è perfettamente riuscita, nel senso della reale parità di opportunità , sono gli Stati Uniti, cioè un paese con pochissima storia e poca cultura da difendere. Evidente la cultura ( ciò che so già) e la storia ( ciò che è accaduto) non sono la via migliore per l’integrazione.

Altro argomento è l’ “ingombrante” presenza del Vaticano. Ritieni sia giusto che abbia un tale peso ed una tale influenza nella vita del nostro Paese?

Il Bene che predicava Cristo è per esseri perfetti, così il cristianesimo sarebbe stato cosa di pochi eletti. La Chiesa ha avuto ben presto degli uomini una visione più realistica e li ha legati a sé con i misteri e i miracoli, assolvendoli dalle loro bassezze e promettendo loro la vita eterna in cambio della fede. Come avviene in TSM. Non era questo che voleva Gesù, per Lui la fede nasceva dalla libertà di scelta, non dal baratto. E’ questa mentalità, che in Italia si estende a tutti i settori della società, ad essere ingombrante.

Cosa ti ha spinto ad intraprendere la carriera di scrittore?

Parlare ai miei figli e ai giovani. Mi illudo che , oltre che un bel noir, Tu sei il Male sia quasi un romanzo di formazione. Ma forse mi illudo e basta. Vorrei dir loro che esiste una terza via tra l’assuefazione e l’isolamento, ed è quella che Balistreri intraprende nel finale: avere l’umiltà di combattere col male , in un ring dove scorre anche il proprio sangue ma si è vivi, non morti viventi.

Hai scelto di scrivere una trilogia sul commissario . Pensi sia la “formula” adatta, quella della trilogia, per sviluppare completamente un personaggio?

Non necessariamente, ma lo è nella mia impostazione. Il male è un virus che in piccola parte si annida in tutti noi. Nel 99%dei casi resta sopito e innocuo. Ma per l’1% no, e le condizioni di partenza si formano nell’adolescenza, nei danni veri o presunti subiti durante quell’età. Per questo bisognerà tornare indietro nel tempo, al Michele Balistreri adolescente, quando il danno crea la sua impronta nell’anima.

E’ già prevista una versione cinematografica di “Tu sei il male”. Chi vedresti bene nei panni di Balistreri?

Chiedere al gentil sesso.

Sei finalista al Premio Scerbanenco. Ci racconti i tuoi pensieri e le tue emozioni in proposito?

In sintesi : è un onore essere insieme ad autori ben più conosciuti di me. Ma è un onore ancora maggiore per il nome a cui si ispira il premio. Ho letto Scerbanenco da giovane e ultimamente, mentre scrivevo tu sei il male, ho riletto quello che è forse il suo libro più agghiacciante sul male, I ragazzi del massacro. Sembra scritto oggi.

Ultima domanda, che credo siano in molti a rivolgerti: quanto dovremo attendere per il secondo capitolo delle avventure di Balistreri, che tratterà della sua gioventù in Libia?

Siamo a metà dell’opera, deciderà poi l’editore i giusti tempi. Io sono ancora un apprendista in questo settore.


Intervista a cura di Massimo Minimo
Per la recensione al libro Tu sei il male

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domenica, novembre 13

INTERVISTA a Tim Willocks


VIRESCIR VULNERE VIRTUS

Cari Thrillerini, sono particolarmente contento oggi per essere riuscito, con la collaborazione di Corrado Artale, ad intervistare un'autore dal mio punto di vista molto interessante. Come sempre vi consiglio di cliccare Play e farvi trasportare dalle note di "God's Gonna Cut You Down" di Johnny Cash per leggere questa intervista a Tim Willoks, autore de "Il fine ultimo della creazione"







Da dove è nata la trama de “Il fine ultimo della creazione”?
Come psichiatra mi stavo occupando dello Stress Post Traumatico quando sull ‘ American Journal of Psychiatry lessi un articolo riguardante una terribile rivolta avvenuta nella prigione del New Mexico.
Mi resi conto che un ambientazione del genere, uno dei posti peggiori sulla faccia della terra, avrebbe potuto offrire non solo grande adrenalina, ma anche lo spunto per riflessioni di tipo etico , per contradizioni e paradossi e avrebbe permesso la creazione di grandi personaggi. Mi piace scrivere storie che si svolgono in un breve lasso di tempo, e avevo l’idea che il personaggio principale stesse per essere rilasciato proprio il giorno dello scoppio della rivolta ; questo avrebbe offerto spunti per sfide drammatiche e riflessioni morali ( e questa idea infatti è stata ripresa poi pari pari nel film “Con Air” con Nicholas Cage)


In pochi libri ho trovato una scrittura così potente, perfetta. Dove hai imparato a scrivere così? Autodidatta o corsi di scrittura? 

Non ho avuto nessun tipo di insegnamento particolare per quanto riguarda la scrittura, se non i normali corsi scolastici fino all’età di 15 anni. Da ragazzo scrivevo Western ( “all’Italiana” a dire il vero) e racconti di guerra e da lì è nata la mia passione. Amavo leggere e scrivere allo stesso modo, anzi, forse scrivere ancora di più perché durava più a lungo e potevo avere tutta l’azione e la violenza che volevo, per me non ce n’era mai abbastanza negli altri libri. E ancora oggi mi sento allo stesso modo.
Non ho mai seguito corsi di scrittura. Ho partecipato al laboratorio “Story” di Robert McKees ( 3 giorni) e ho letto i suoi libri, che raccomando per la grande analisi che fa del dramma, anche se il suo lavoro si rivolge principalmente a chi scrive soggetti cinematografici e non ai libri.
Come autore, trovo che sia fonte di grande ispirazione e di grande insegnamento incontrarsi con altri autori e parlare di scrittura. Per esempio al Sugarpulp ho visto Joe Lansdale, Massimo Carlotto, Matteo Strukul e Victor Gischlerl. Perciò trovo che l’incontro con altri autori sia meraviglioso e sono molto diffidente riguardo ai corsi che ti insegnano un metodo giusto o sbagliato, buono o cattivo, corretto o scorretto per quanto riguarda trama, stile e contenuti. La scrittura deve essere libera. Non è la fisica.
Ho letto un sacco di libri sul “Come si scrive”, ma non li ho mai trovati utili. L’insegnante migliore è un buon libro. Molti buoni libri. O meglio : non dovrei dire “ buoni libri” ma “ I libri che uno ama ”. Perché il “buono” è discutibile, cio che “ami” non lo è. La passione per la scrittura può venire solo da una grande passione per la lettura, e per questo i miei corsi di scrittura sono rappresentati dalle centinaia, probabilmente migliaia di libri che ho letto.



mercoledì, novembre 2

INTERVISTA a Bastasi Alessandro

Oggi scambiamo due parole con l'amico Alessandro Bastasi sul suo ultimo libro Città contro.
Ad intervistarlo ci ha pensato il nostro thrillerino Massimo Minimo.

Partiamo dal titolo : perché “Città contro”?
Perché, attorno alla vicenda che racconto nel romanzo, ruotano personaggi, istituzioni, cittadini che sono effettivamente l’uno contro l’altro: gran parte della cittadinanza che è contro il fenomeno dell’immigrazione e quindi contro le iniziative “buoniste” nei confronti degli immigrati (simboleggiate dalla Opus Christi di don Vittorio Ruffini); la polizia giudiziaria contro la procura della repubblica; conflitti all’interno dello stesso mondo degli immigrati tra chi è sfruttato e chi si dà alla criminalità (il Moro, Selim, …) diventando a sua volta sfruttatore.
Il romanzo è ambientato nella tua città, Treviso, che non ne esce molto bene. Hai ricevuto critiche o qualcosa di peggio per questo?
Al momento no, forse perché ancora il romanzo non l’hanno letto! Vedremo dopo la presentazione che farò a Treviso il 24 novembre che cosa succederà… Mi presenterà un giornalista della “Tribuna di Treviso” (gruppo Repubblica-Espresso) cui il libro è piaciuto molto e che curerà la recensione sul suo giornale. “Hai descritto uno spaccato della vita trevisana ahimé molto fedele”, mi ha detto. Stiamo a vedere…
Treviso, emblema del ricco nord-est italiano e specchio di una società in cui conta più ciò che hai rispetto a cosa sei. Da dove nasce tutto questo secondo il tuo parere?
Secondo me il fenomeno, che non è certo limitato a Treviso e zone limitrofe, nasce da un improvviso passaggio da un’economia di tipo essenzialmente agricolo, povera e culturalmente chiusa tra le prediche del prete e lo strapotere del padrone, a un’economia basata su mille piccole imprese industriali e commerciali nate velocemente come i funghi. Una transizione repentina, vissuta senza elaborazioni culturali, che ha portato a una sorta di rivincita sul passato: adesso anch’io “posseggo”, anzi, possiedo più degli altri! Non c’è tempo, per chi deve arricchirsi dopo tanta depressione (ricordiamoci che il Veneto era negli anni Cinquanta e Sessanta terra di emigranti), di stare a pensare alla cultura, un lusso che non ci si può consentire, soprattutto se può mettere in discussione uno stile di vita faticosamente guadagnato. Di qui, anche, il carattere profondamente conservatore della maggioranza di quella società, che spesso fa vedere il “foresto” come un pericolo. Treviso, scrivo nel romanzo, è “orfana dello spirito, troppo ricca di concretezza inutile”
Tema centrale del libro è la questione degli immigrati e della loro difficile convivenza con gli italiani, che spesso sfocia in tragici eventi. Pensi che un giorno sarà possibile un’integrazione pacifica o è pura utopia?
Domanda difficile! Non lo so. Ma non sono molto ottimista. Affrontare il tema dell’immigrazione solo come problema di ordine pubblico certo non aiuta. D’altra parte l’immigrazione, lo spostamento di masse di persone da aree del pianeta più arretrate verso aree ricche, è un fenomeno epocale, inarrestabile, e se non lo si governa con politiche che favoriscano il dialogo tra culture, che accettino l’affermarsi della multiculturalità andremo davvero incontro a situazioni conflittuali che non riusciremo a controllare.
Descrivi le drammatiche condizioni del campo in cui sono costretti a vivere gli immigrati . Hai potuto verificare di persona la loro situazione?
Come ho già detto in un’altra intervista, qualche anno fa sono andato a visitare un campo di migranti, anch'esso alle porte di Treviso, anche se collocato diversamente da quello del romanzo. Nel campo insegnava l'italiano (come l’Alberto Sartini del romanzo) una mia amica, una maestra in pensione, che non solo mi ha illustrato le condizioni di vita, ma mi ha raccontato le storie di queste persone, alcune delle quali ho trasportato nel romanzo. Sono poi diventato amico di un senegalese che, a Milano, incontro tutti i sabati nei pressi di un mercato, dove vende la rivista Terre di mezzo, e lui mi racconta del terrore di vivere senza permesso di soggiorno, lui che, come il Moussa del libro, non fa nulla di male se non raccattare quattro soldi da inviare a casa.
Due personaggi mi hanno colpito in particolare : uno, Moussa, in positivo, l’altra, Betti, in negativo. Puoi dirci qualcosa di loro, senza svelare troppo a chi ancora non ha letto il libro?
Moussa è il tipico migrante che lascia il suo paese, e i suoi affetti, in cerca di fortuna. E’ un senegalese, proveniente da un villaggio senza prospettive, deve mantenere la moglie, i figli e il vecchio padre. Lui lavora, ha il permesso di soggiorno, è in regola. Ma con la crisi è stato licenziato, e il permesso gli sta per scadere. Moussa ha fama di persona onesta, integra, è sensibile ed educato. E Giovanna, che coopera con la Opus Christi, lo aiuta, affidandogli il compito di farle da segretario. Moussa lavora in casa di Giovanna, dove ha la ventura di passare molte ore gomito a gomito con Betti, la giovane colf. E qui succede quello che si può immaginare. Moussa è un uomo vigoroso, e Betti, nonostante i suoi pregiudizi sugli uomini di colore, non se lo lascia scappare…
Betti invece è l’emblema di certa gioventù di provincia, poco colta, succuba delle mode, di uno stile di vita imposto dai canoni pubblicitari, insoddisfatta del suo stato. E’ irrequieta, sessualmente disinvolta, il mondo che sogna è quello delle Gregoraci, delle starlette della TV, delle Noemi Letizia… meta che ritiene di poter raggiungere grazie alla sua bellezza prorompente anche se un po’ volgare. “Aveva sentito dire dell’agenzia di un tale a Milano, il tizio delle dive della televisione. Ecco, quello sarebbe stato il prossimo passo. E se le avessero chiesto di darla a qualche potente, non si sarebbe di certo tirata indietro.”
Sei già al lavoro sul prossimo libro?
In realtà di idee nella mia mente ne stanno girando parecchie. Una di queste vede ancora come protagonisti Alberto Sartini e sua moglie Valentina, già personaggi della “Gabbia criminale” e di questo “Città contro”, in una nuova storia di sangue e delitti. Ma quello che mi intriga di più è uno spunto del tutto nuovo per un romanzo noir ambientato a Milano, dove il protagonista è un ex terrorista delle Brigate Rosse, che a un certo punto si trova a fare i conti con la propria storia. Il plot è già abbastanza definito, devo trovare il tempo di mettermi al lavoro.
Parliamo un po' di te, di cosa ti occupi nella vita oltre a scrivere?
Oltre a scrivere recito, un’antica passione che mi ha portato negli anni Settanta a lavorare con Gino Cavalieri, uno dei grandi del teatro veneto. L’ultimo lavoro cui ho partecipato è “Virginia”, un atto unico andato in scena alla fine del 2010, e che ancora portiamo in giro, scritto da un magistrato-scrittore, Giuseppe Battarino, e da Dolores Fusetti e Luciano Sartirana. La messa in scena analizza il rapporto tra un giudice (io), una giovane imputata di spaccio di stupefacenti e il suo avvocato (una donna), nella fase istruttoria in cui il GIP deve convalidare o meno un arresto. E poi ho un lavoro, sono amministratore delegato di una società di software. Ancora per qualche anno…
Cosa ti ha portato a diventare scrittore?
“Scrittore” è una parola grossa. Sarò “scrittore” se e quando potrò vivere dei miei libri. Per ora sono uno “scribacchiante”. In realtà ho sempre scritto, arrivato a Milano nel 1976 ho iniziato a scrivere cronache teatrali per riviste del settore e per un quotidiano, ho scritto un saggio sui media (“Antitrust e pluralismo”), e poi racconti, alcuni dei quali pubblicati in antologie o in siti letterari. A scrivere il primo romanzo mi ha portato una mia permanenza in Russia a cavallo tra il 1990 e il 1994. Le vicende storiche epocali cui assistevo (la caduta dell’URSS, la nascita della nuova Russia) mi hanno spinto a raccontarle in un’opera di fiction. Così è nata “La fossa comune”, così è nato il Bastasi “scribacchiante”.
Dimmi un nome straniero e uno Italiano, di autore che preferisci.
Raymond Chandler. Maurizio de Giovanni.

Se vuoi leggere altre interviste, clicca QUI 

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