martedì, aprile 16

INTERVISTA a Loriano Macchiavelli

Diamo il benvenuto oggi ad un grande scrittore, Loriano Macchiavelli, che ha risposto ad alcune domande poste da Massimo Ricciuti. 

MR -Benvenuto Loriano. Fra le Sue tante attività, letterarie e non, Lei è anche il “padre” dell’ispettore Sarti. Un poliziotto, anzi un questurino, molto “sui generis”. Ci racconta la genesi di questo personaggio?

LM -È una storia lunga e complicata, come direbbe Poiana. Per farla breve e semplice, dirò che Sarti Antonio, sergente, è nato per caso durante una vacanza in terra di Spagna e, come spesso accade per le cose casuali, ha avuto fortuna.
Ne parlai a Franca, nell’ozio di un torrido pomeriggio marino, per passare il tempo e per capire come avrei proceduto io se avessi scritto un giallo. A lei piacquero le mie idee e glielo scrissi. Il mio primo giallo.

MR -Nei romanzi Sarti dialoga spesso con il suo creatore, sorta di coscienza critica dell’ispettore. Com’è nata l’idea di far interagire i due?

LM -Che il dialogante sia l’autore, è una delle tante ipotesi. Per me è un’entità, una sorta di deus ex machina, che sta sopra gli avvenimenti e che tutto sa e potrebbe, ma che si limita a seguire personaggi e avvenimenti e a dialogare con Sarti, ma anche e soprattutto con il lettore. Infatti, commenta, spiega, fa domande, forse le stesse che vorrebbe fare il lettore, e così via.
Credo sia nato proprio per commentare, qua e là, la storia.

MR -Il primo romanzo della serie, “Le piste dell’attentato“, risale al 1974. In questi 40 anni o poco meno abbiamo preso atto dei cambiamenti di Bologna attraverso gli occhi dell’ispettore. So che in poche righe è difficile parlarne, ma in cosa è cambiata soprattutto la città?

LM -In pochissime righe: è cambiata in tutto, tanto che non la riconosco più.
Non attribuisco la colpa alla città. Una città è quella che è, al massimo, sono cambiati gli abitanti e i loro comportamenti. La colpa è certamente mia che non ho saputo seguire l’evoluzione, inevitabile nella nostra società, che avviene ed è sempre avvenuta nella società.
In parole ancora più povere: io ho preso una strada e la città è andata per la sua. Accade, fra innamorati.

MR -Nell’ultima avventura, “L’ironia della scimmia“, Sarti va in trasferta a L’Aquila e vede che la ricostruzione non è proprio rose e fiori come vorrebbero farci credere. Quale la Sua idea su questa drammatica situazione che, purtroppo, non è l’unica in Italia?

LM -Credo che la mia idea in proposito coincida con quella di molti e cioè: la maggior parte di coloro che dovrebbero affrontare i problemi della società e tentare (almeno tentare) di risolverli, si occupa dei propri affari e che il resto vada pure in malora. Mentalità ottusa, ovviamente. Se i loro affari non coincidono con quelli della comunità, alla malora andremo tutti, noi e loro.

MR -Condivide con l’ispettore la passione, che oserei definire maniacale, per il caffè?

LM -Assolutamente no e non è la sola cosa che non condivido con il personaggio. Per esempio, non soffro di colite, per dirne un’altra.

MR -Uno dei personaggi che mi ha sempre più incuriosito è quello del “talpone” Rosas. Vuole dirci due parole su di lui? 

LM -Dico solo che mi piacerebbe somigliargli.

MR -Dai Suoi romanzi è stato tratto un serial televisivo (a mio parere molto bello) con il bravissimo Gianni Cavina. Lei ha partecipato in qualche modo alla sceneggiatura ed alla realizzazione? E, comunque, è rimasto soddisfatto del prodotto e dell’interpretazione di Cavina?

LM -Per amore di verità, non si è trattato di un solo serial, ma di almeno tre. Infatti il totale dei film per la tv tratti da miei romanzi e racconti sono più di venti. Solo che sono stati girati e programmati negli anni novanta e nessuno se li ricorda più, ma sono un cult per molti che si occupano di televisione.
Sono stato rigorosamente tenuto fuori da ogni intromissione nelle riduzioni televisive. Avranno avuto le loro ragioni e adesso, guardando i nostri prodotti, li capisco.
Gianni Cavina è stato straordinario e ha avuto, all’epoca, un grande successo. Che meritava.

MR -Il Suo legame con Francesco Guccini a quando risale? E l’idea di scrivere a 4 mani?

LM -Il discorso si farebbe lungo e noioso. Per evitare l’uno e l’altro riferirò che ho conosciuto Guccini nei primi anni della sua carriera e poi ci siamo perduti di vista e questo nel senso vero della parola, perché in realtà io ho continuato a seguirlo nella sua vita artistica e lui mi ha letto spesso. Ci siano rincontrati nel 1995 e, guarda il caso, nel 1997 è uscito Macaronì, il nostro primo romanzo. Il resto della nostra collaborazione fa parte della mia vita e, spero, anche di quella di Guccini.

MR -Nel vostro prossimo romanzo tornerà il maresciallo Santovito o continueranno le avventure di Poiana, ispettore della Forestale?

LM -Continueremo con il nuovo personaggio. Anzi, stiamo continuando, perché i primi capitoli del secondo romanzo con Poiana è già nei nostri computer.

MR -Come “Strage“, romanzo incentrato sulla tragedia del 2 agosto 1980, anche “Funerale dopo Ustica” sta incontrando problemi per rivedere la luce. Io ho avuto la fortuna di trovarne una copia in biblioteca nell’edizione uscita sotto lo pseudonimo di Jules Quicher. Ci sono novità al riguardo?

LM -La ristampa di Funerale avrebbe dovuto uscire già nel 2012. L’aspettiamo ancora. Contrariamente a quanto accaduto per Strage, che è stato ristampato così com’era uscito in origine (1990) con la sola eccezione di alcuni nomi che sono stati cambiati per non incorrere in altre denunce, per Funerale ho rivisto gli ultimi capitoli e ne ho aggiunti due.
Temo che Funerale non troverà mai più la strada delle librerie e, delle due, una: o sono cambiati i tempi o sono cambiati gli editori. Il che vuol dire che o nel 1989 c’era maggior libertà di stampa o che stampare un romanzo oggi è più difficile che ventitré anni fa.

MR -Da ultimo, scelga un brano musicale con cui accompagnare la lettura di questa intervista.

LM -Preferirei di no. Se c’è una cosa che non riesco a capire (problema mio, ovviamente) è come si possano fare due cose così complesse come leggere e ascoltare nello stesso tempo, due attività che, separatamente, richiedono tanta attenzione e meditazione.
Capisco che viviamo nell’era dei suoni, ma quando è troppo e troppo.
Abbiamo, non richiesta (almeno da me), musica nei supermercati, nelle sale d’attesa del dentista, in palestra e in piscina, sul treno e nei cessi pubblici delle stazioni e la finisco qui. Insomma, non un momento di tregua.
Se provassimo un po’ a riprenderci il silenzio?
Certo, sarebbe uno sforzo inumano togliersi tappi e cellulare dalle orecchie. Poi, magari ci si potrebbe pure trovare male. Cos’è ‘sto silenzio? Che sono ’sti cinguettii? E il casino del vento tra le foglie del sassofrasso?

Loriano
Montombraro, 15 aprile 2013

Grazie mille Loriano, dal blog Thrillerpages, e da tutti gli amici che lo seguono.


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