giovedì, dicembre 29

INTERVISTA a Maurizio de Giovanni


Oggi abbiamo il piacere di intervistare l'autore che ha dato vita a uno dei più amati commissari Italiani, Il commissario Ricciardi. 

Tu ti definisci spesso “ scrittore per caso”, ti va di raccontarci come lo sei diventato?

Io a scrivere non ci pensavo affatto. Avevo quasi cinquant’anni, una situazione familiare finalmente equilibrata, un lavoro che non lasciava molto tempo al resto. E l’hobby della lettura, una voglia famelica di leggere che mi ha accompagnato per tutta la vita e mi accompagna ancora. Poi alcuni amici, per scherzo, mi iscrissero a un concorso per giallisti esordienti che si teneva proprio a Napoli e io, per non mostrare poca voglia di misurarsi, mi dissi: perché no? Il concorso lo vinsi, contro ogni previsione. E lo vinsi con un racconto il cui protagonista era un certo commissario Ricciardi.

Come è nato Ricciardi? E come mai hai scelto di dargli il suo “fardello”, cioè la facoltà di vedere gli ultimi istanti di vita dei morti e sentire le loro parole?

Come ho detto Ricciardi è nato per puro caso. Ero in cerca di ispirazione quando, all’esterno del caffè dove si teneva il concorso, passò una bambina che si fermò a guardarmi, al di là della vetrata, e poi mi fece una boccaccia; mi voltai e mi accorsi che gli altri concorrenti, impegnati a scrivere furiosamente, non l’avevano vista. Allora mi chiesi come doveva essere la vita per qualcuno costretto a vedere qualcosa che nessun altro vede, e dovendo scrivere un racconto giallo fu naturale immaginarlo poliziotto e fargli “vedere” qualcosa di terribile, come la morte violenta. Il resto del Fatto, la caratteristica di Ricciardi, si è sedimentato racconto dopo racconto nel tempo, e ancora vado conoscendolo io stesso.

I tuoi romanzi sono ambientati negli anni ’30, perché questa scelta? E come sei riuscito a descrivere quegli anni con tale precisione e partecipazione? 

La prima motivazione è casuale, e riguarda la struttura liberty del Caffè Gambrinus, il locale storico napoletano dove si svolse il famoso concorso e nel quale, per celebrare la circostanza, ambiento almeno una scena di ogni romanzo; l’altra è più strutturale, e riguarda la mia idiosincrasia per l’eccessiva scientificità delle indagini che allontana inevitabilmente dalla quota emotiva e passionale che c’è in ogni delitto. Gli anni ’30 sono gli ultimi nei quali la polizia scientifica non faceva sentire pesantemente la propria presenza, e come ambientazione mi pareva (e mi pare ancora) interessantissima da raccontare: un’epoca non lontanissima, ma dimenticata, sulla quale è difficilissimo ma molto stimolante ricercare dati e informazioni. Comunque sono molto meticoloso e quando inserisco un dato qualsiasi l’ho prima verificato con la massima attenzione.

Napoli e i napoletani sono cambiati molto da quegli anni o l’ironia, la dignità, la tolleranza , la forza e la rassegnazione che si trovano nei tuoi personaggi sono rimasti inalterati?

Alcuni aspetti della napoletanità sono perenni e quindi passano intatti dagli anni trenta ai giorni nostri, sia in positivo che in negativo. La disperazione, l’ironia, la testarda lotta per la sopravvivenza, l’incapacità di pianificare a lungo termine; ma anche la dignità, l’amore per la propria famiglia, per il proprio territorio. Cerco di raccontare tutto questo, senza commentare o inquinare con le mie opinioni, semplicemente descrivendo i caratteri e i comportamenti, perché il lettore possa costruire una sua immagine. La scrittura è innanzitutto questo.

Quanto è importante Napoli per te e per i tuoi libri? 

Centrale, direi. Napoli non si adatta, non rimane sullo sfondo. Si impone, è invadente e rumorosa, guadagna la scena e la mantiene. Non è mai una semplice ambientazione, è un vero e proprio protagonista, nei libri come nella nostra vita quotidiana. Credo che non saprei scrivere storie ambientate altrove, la mia voce nasce e muore nell’ambito della mia città.

I tuoi personaggi e la tua scrittura sono “avvolgenti”, precedendo nella lettura se ne rimane affascinati, dimenticandosi spesso che c’è anche un giallo da risolvere, sei conscio di questo ? Ti fa piacere o ti dispiace?

Ti ringrazio, il tuo è un meraviglioso complimento, anche se tutta la fatica che faccio per “costruire” il giallo, gli indizi veri e quelli falsi, ne esce un po’ mortificata. Il segreto è emozionarsi, come sempre: seguire i personaggi con passione, vivere con loro e sentire le stesse cose, amore, odio, simpatia e antipatia. E ricordare costantemente che ognuno di loro, anche il più marginale, il più secondario, ha una sua storia personale che va rispettata.
Posso dire che hai una prosa “ poetica”?

Cerco l’introspezione, le immagini pensate, le emozioni e gli echi delle passioni. Forse è questo che dà l’idea della poesia a chi legge. Ma cerco comunque di raccontare la storia, ogni singola parola è funzionale a questa esigenza. Un linguaggio apparentemente poetico nasconde indizi per il lettore, forse è questo che piace dei miei romanzi. Anzi, lo spero. 

Come procedi quando scrivi? E’ tutto ben delineato dall’inizio o i tuoi personaggi ti scappano dalle mani e diventano indipendenti?

Quella che è delineata e costruita con cura è la storia gialla. Quando comincio a scrivere so chi è morto, come, perché, chi lo ha ucciso e in quale circostanza, chi sembra o può sembrare che l’abbia fatto e perché. Il resto, tutte le interazioni e le relazioni che intercorrono tra i personaggi, lo sviluppo dei caratteri, l’evoluzione delle vicende personali, le lascio andare liberamente secondo il corso che la storia determina. La parte più interessante e divertente della scrittura, e anche la più creativa, è proprio questa: l’indipendenza dei personaggi. E’ là che divento il mio primo lettore, ed è là che lo scrittore si diverte.

Ti sei definito uno che scrive “ con la pancia e con il cuore”…,ci spieghi cosa intendi?

Rifletto poco, preparo poco. E soprattutto non mi pongo mai il problema di quello che può piacere o non piacere ai lettori, e non perché non gli voglia bene (li adoro tutti!), ma perché sono convinto che una storia debba conservare la propria autonomia. Allora lascio andare l’istinto, mi metto alla finestra e racconto quello che vedo accadere. Né una parola in più, né una in meno. Intendo questo, quando parlo di pancia e di cuore: sono poco razionale e molto istintivo.

Qual è la cosa più bella dello scrivere?

La faccia di chi ti legge, o di chi ti ha letto. E’ come aver fatto un lungo sogno, svegliarsi e scoprire che in tanti l’hanno condiviso, hanno provato le stesse emozioni e che il loro coinvolgimento è maggiore del tuo. Un vero incanto.

Dove trovi l’ispirazione per le tue storie?

Non saprei da dove nascano le singole storie. Mi basta andare con la mente nella città di allora, nella specifica stagione, sentire sotto le scarpe il terreno sconnesso delle strade, ascoltare il rumore del mare e delle ruote delle carrozze o dei motori di quelle antiquate automobili, e guardarmi attorno. Finora è bastato a scrivere i romanzi, e anzi spesso devo forzarmi per non raccontare tante piccole storie che mi vengono agli occhi mentre scrivo. Se dovessi, prima o poi, non avere più idee, allora magari aprirò il giornale.

Secondo te, quali sono le caratteristiche che rendono un libro un buon libro?

Penso che un libro buono, così come un film, una canzone o un quadro, debba lasciarti un po’ diverso da com’eri prima di leggerlo. Una piccola cicatrice sull’anima, una ruga o una lacrima, un sorriso. Una parola che di là a mesi o anni ti faccia ricordare quella storia, l’incanto e il rapimento che hai avuto nel leggere, anche solo per un attimo. Io sono pieno di queste cicatrici, tanto da dirti che non credo di aver mai letto un libro così inutile o brutto da non lasciarmi qualcosa, anche di minuscolo. Non sono un buon critico, temo; mi emoziono troppo facilmente, sarà l’età.

Sei molto amato dal pubblico, quanto è importante per te il filo diretto che intrattieni con i lettori?

Assolutamente fondamentale. I lettori sentono la passione, la riconoscono e la ricambiano con gli interessi. In particolare un gruppo di lettura, i Corpi Freddi dell’omonimo blog, partecipa alla mia scrittura; parlo con loro della trama del prossimo romanzo, mi confronto, li consulto e poi aspetto con trepidazione l’opinione che avranno del romanzo, soffrendo molto se a qualcuno non piace il romanzo. In generale quello che condivido coi lettori è la curiosità, l’amore per il mondo e i personaggi che ho inventato. Credo sia una prerogativa dei personaggi seriali.

Credi che i social networks e i blog dedicati ai libri siano un valido aiuto per gli autori?

Come ho detto prima, credo che non sia una buona idea per lo scrittore indagare i gusti dei lettori. Se ne rimane inevitabilmente influenzati e questo toglie spontaneità alle storie. Penso che i social network e i blog restituiscano però l’affetto, la passione di chi condivide i racconti e il mondo dei romanzi, ed è una sensazione meravigliosa e impagabile. Ecco, direi che per gli autori sono contesti importantissimi ma a valle della scrittura, non a monte.

Il 2011 è stato per te un anno di grandi soddisfazioni, premi e riconoscimenti, cosa ti aspetti dal 2012 e cosa dobbiamo aspettarci da te noi lettori?

Non cerco i premi e i riconoscimenti, anche se è innegabile che mi faccia felice rilevare il riscontro positivo che le mie storie hanno. Mi aspetto quello che vorrebbe ogni scrittore, cioè ancora più lettori e ancora maggiore condivisione. In cambio vorrei dare, oltre al Ricciardi… d’ordinanza, un altro romanzo. Magari contemporaneo. Così. Giusto per vedere se lo so scrivere. Tu che ne dici?

Intervista a cura di Cristina Aicardi

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1 Lascia un commento:

Anonimo ha detto...

si si...curiosa di leggere un non Ricciardi!!
Graziella Sciabbarrasi

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