giovedì, aprile 7

INTERVISTA a Giancarlo Berardi

Il nostro blog si occupa prevalentemente di libri , ma sappiamo che esiste una grossa fetta di pubblico appassionata di fumetti gialli, quindi abbiamo colto al volo la proposta di Giancarlo Ruggiero Perrino di intervistare uno dei più grandi sceneggiatori italiani Giancarlo Berardi per potergli chiedere come nasce una storia a fumetti.....






Nato nel 1949 a Genova, dove vive e lavora, Giancarlo Berardi debutta nei primi anni Settanta collaborando a Tarzan, Silvestro e Diabolik. Dopo la laurea, si dedica completamente ai comics e realizza testi de Il Piccolo Ranger, e le storie “Terra maledetta” e “Wyatt Doyle”. 
Tiki, la sua prima serie in tandem con il disegnatore Ivo Milazzo, è del 1976, seguita nel 1977 da Ken Parker, diffuso in quindici paesi nel mondo. Dello stesso anno è Welcome to Springville, a cui seguono “L’Uomo delle Filippine” e il detective Marvin. Nel 1986 sceneggia alcuni episodi di Sherlock Holmes, quindi scrive “Oklahoma”, da cui nascerà la collana Maxi Tex, un episodio di Nick Raider, e i racconti raccolti in Fantasticheria e Luci e ombre.
Dopo aver dato l’avvio a Tom’s Bar e a Giuli Bai – una saga ambientata a Genova – nel 1989, è tra i fondatori della Parker Editore, che pubblica il “Ken Parker Magazine”. La stessa formula viene continuata dalla Sergio Bonelli Editore; dopodiché la serie torna al formato “bonelliano”, con cadenza semestrale, e chiude nel gennaio 1998.
Dall’ottobre dello stesso anno, Berardi trasferisce il suo gusto per le storie di personaggi, l’interesse per l’universo femminile, la passione per la narrazione realistica e la preparazione criminologica su Julia, il fumetto “noir” più letto dalle donne.
Tra i numerosi riconoscimenti assegnatigli, ricordiamo il Premio Oesterheld, il Premio Internacional Barcellona de Comics, l’Haxtur e lo Yellow Kid.

Intervista realizzata da Giancarlo Ruggiero Perrino

Giancarlo Ruggiero Perrino
Innanzitutto grazie per la sua disponibilità. Sappiamo che è sempre impegnato nel creare storie per la sua creatura Julia. Iniziamo proprio dalla criminologa di Garden City. Anche se ne avrà parlato centinaia di volte nelle sue interviste, ci può introdurre Julia e il mondo nel quale gravita?

Giancarlo Berardi
La serie nasce dalla constatazione che la donna è la vera protagonista del mondo occidentale odierno. Consapevole, sicura di sé, economicamente indipendente, l’altra metà del cielo sa quel che vuole e come ottenerlo. E non esita a sottoporsi ai tanti ruoli che la vedono contemporaneamente moglie, madre, lavoratrice. Julia, in particolare, è una trentenne con aspirazioni normali, le cui doti sono quelle peculiari al suo sesso: intuito, sensibilità, capacità d’ascolto, curiosità, voglia di capire. Ma è anche una professionista preparata, che, per farsi accettare in un ambiente maschile, dev’essere brava quanto i colleghi, e forse anche di più. Orfana dei genitori fin dalla tenera età, è stata cresciuta dalla nonna materna insieme alla sorella minore, Norma, che fa la modella e ha problemi di droga. Il suo obiettivo, come criminologa, è quello di cercare le ragioni profonde che si annidano dietro i delitti. Tanta dedizione si riflette in modo negativo sulla sua vita sentimentale, che stenta a concretizzarsi in un rapporto duraturo.


Giancarlo Ruggiero Perrino
Il fumetto giallo ha avuto una sua evoluzione. Che differenze ci sono tra Nick Raider, Napoleone e Julia, tutti personaggi di casa Bonelli? Julia potrebbe collaborare in una storia con questi suoi “colleghi”?

Giancarlo Berardi
Non penso mai a Julia come a un personaggio, ma come a una persona. Le differenze tra le varie serie è bene che le colgano i lettori. Personalmente, sono contrario alle misture. Certi cocktail possono risultare indigesti.

Giancarlo Ruggiero Perrino
In tutti gli albi che ho letto di Julia non ho mai trovato la nostra eroina alle prese con la criminalità organizzata come la mafia italo-americana o altre tipo di organizzazioni criminali. Come mai questa scelta di eliminare una tematica così importante in un fumetto giallo?

Giancarlo Berardi
Il genere “criminalità organizzata”, così come il “serial killer”, è stato usato e abusato in ambito letterario e cinematografico, e anche Julia ci ha avuto a che fare di tanto in tanto. Le mie storie preferite, però, hanno come protagonisti i criminali dilettanti, che agiscono in ambienti insospettabili, dove, a delitto avvenuto, di solito i vicini commentano: “Era una persona così perbene!…”.

Giancarlo Ruggiero Perrino
Immagino un lavoro serrato per produrre soggetti e sceneggiature sempre di alto livello e mai banali tutto l’anno. Come fa a garantire una pubblicazione mensile di un fumetto “impegnativo” come Julia?

Giancarlo Berardi
Lavorando otto ore al giorno cinque giorni alla settimana, e ricorrendo all’aiuto di due ottimi professionisti: Maurizio Mantero e Lorenzo Calza, entrambi cresciuti nel mio studio. Il primo lavora con me fin dai tempi di Ken Parker; il secondo collabora a Julia da dieci anni. Oltre che dalla professione, siamo uniti dall’amicizia e da una visione del mondo simile.

Giancarlo Ruggiero Perrino
Quando è al lavoro come soggettista/sceneggiatore per la serie Julia, quali sono i suoi punti di riferimento? Quali autori di fumetti polizieschi e gialli o di thriller l’hanno maggiormente influenzata nella fase di stesura narrativa della storia?

Giancarlo Berardi
Evito di riferirmi ad altri autori, per non creare imbarazzanti “assonanze”, ma naturalmente ho letto tutto ciò che la letteratura poliziesca ha prodotto fin dalla sua origine. Con una predilezione per il giallo realistico a sfondo sociale. Non a caso, la mia tesi di laurea s’intitolava “Sociologia del romanzo poliziesco”. In questo ambito, gli autori che mi hanno influenzato maggiormente sono i classici Dashiell Hammett e Raymond Chandler, seguiti da Giorgio Scerbanenco. Il personaggio a fumetti che m’incantava da ragazzino era Rip Kirby, scritto da Ward Greene e Fred Dickenson, e disegnato da Alex Raymond.

Giancarlo Ruggiero Perrino
Presumo che ci siano degli schemi che Lei segue quando scrive una storia a fumetti. Quali sono i limiti entro i quali un soggettista deve rimanere? Esistono degli argomenti che non si devono trattare?

Giancarlo Berardi
Non ho schemi prefissati e neanche li voglio avere. La fantasia dev’essere libera e un po’ anarchica. Seguire un ordine prefissato significa ripetersi all’infinito: la morte della creatività. Gli unici temi che evito sono quelli sconsigliati dalla filosofia editoriale di Sergio Bonelli, il quale, giustamente, tiene conto dei lettori più giovani. La pedofilia, per esempio.

Giancarlo Ruggiero Perrino
Secondo Lei che caratteristiche deve avere una storia d’immagini, appunto il fumetto, a differenza di un “tradizionale” racconto thriller/noir? C’è più libertà nella parola (libri) o nell’immagine (fumetto)?

Giancarlo Berardi
Sono due tecniche di narrazione diverse, che si propongono lo stesso risultato: intrattenere il pubblico, coinvolgendolo. Il libro stimola ad immaginare scene e personaggi secondo il proprio gusto. Il fumetto offre già una visione di ciò che avviene nella storia, ma manca di continuità. È il famoso spazio bianco tra una vignetta e l’altra che il lettore deve riempire con la sua fantasia. Un esercizio psicologico formidabile per i più giovani.

Giancarlo Ruggiero Perrino
Le è mai capitato che leggendo i fatti di cronaca di questi ultimi tempi, la realtà (caso Scazzi, caso Claps) superasse la fantasia delle sue sceneggiature truculenti? Come si pone o come si porrebbe Julia, il suo alter ego, di fronte a tutta questa violenza reale?

Giancarlo Berardi
Julia affronta sempre casi molto verosimili, ai limiti della cronaca. Qualche volta, addirittura le è capitato di anticiparla. Certo, un racconto ha obblighi di razionalità e coerenza di cui la realtà non deve tener conto. Se i casi da lei citati fossero invenzioni letterarie – con il loro accumulo di contraddizioni, superficialità e casualità – sicuramente qualcuno le avrebbe definite incredibili e assurde, opera di un autore alle prime armi, ignaro delle tecniche narrative. L’arte imita la vita, ma non la eguaglia mai.

Giancarlo Ruggiero Perrino
Durante gli anni Sessanta si sviluppò il filone dei fumetti neri (Diabolik, Kriminal) che ebbero un notevole successo per i contenuti e per il linguaggio innovativo (soprattutto in Kriminal). Ovviamente queste storie, proprio per la loro violenza e per la loro ventata di novità furono sottoposte a censura. Secondo lei c’è ancora oggi, nel panorama del fumetto italiano, quella voglia di esplorare e di “rompere gli schemi”?

Giancarlo Berardi
C’è poco da rompere. La violenza – nelle sue varie forme – ha ormai permeato ogni aspetto della nostra esistenza, da quelli più strettamente privati a quelli del vivere comune, alla politica, ai rapporti tra le nazioni. Il tutto sotto un ombrello ipocrita che impone di non parlarne. Ecco, rompere lo schema del “politically correct” è sicuramente un modo per andare controcorrente. Un altro, importantissimo, sarebbe quello di tornare ai sentimenti e alle emozioni genuine che la mercificazione dei media ha trasformato in sentimentalismo ed emotività da reality show.



Giancarlo Ruggiero Perrino
Nonostante la crisi che ha investito negli ultimi tempi la nostra società, come vede il fumetto italiano oggi?

Giancarlo Berardi
In affanno, come l’economia e la cultura occidentale. Mai come adesso il mondo è stato attraversato da tragedie e sofferenze, eppure, in Italia, la letteratura, il cinema, la televisione e il fumetto raccontano altro. I generi preferiti sono la fantascienza, il fantasy, la commedia, il superomismo. Il massimo della tensione morale prevede gli struggimenti del solito professionista di successo, come se non esistesse altro strato sociale. Storie vuote, consolatorie, per una società che non vuole pensare, che si rifugia nell’adolescenza a vita. Ma la realtà, per quanto ignorata, avanza inesorabilmente, imponendosi alla nostra attenzione. Presto saranno necessari nuovi produttori, nuovi editori, nuovi scrittori, in grado di rappresentarla.


Thrillerpage ringrazia Giancarlo Berardi per la disponibilità, Giancarlo Ruggiero Perrino, per l'idea avuta, le belle domande e sopratutto per averci fatto conoscere meglio Berardi e infine Cristina Aicardi, per la mediazione.



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