giovedì, novembre 24

GIOVANNI BRUSCA - "Lo scannacristiani"

« Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la prima volta: avevo già adoperato l'auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento. »
Giovanni Brusca detto "lo scannacristiani" per la ferocia del suo agire criminale, oppure in lingua siciliana "u verru", il porco (San Giuseppe Jato, 20 febbraio 1957) è un criminale italiano. È stato un membro di Cosa nostra e attuale collaboratore di giustizia, condannato per oltre un centinaio di omicidi, tra cui quello tristemente celebre del piccolo Giuseppe Di Matteo (figlio del pentito Santino Di Matteo) strangolato e sciolto nell'acido, quello del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Brusca ricoprì un ruolo fondamentale nella strage di Capaci in quanto fu l'uomo che spinse il tasto del radiocomando a distanza che fece esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l'autostrada.



"Come ho sequestrato e mandato a morte il piccolo Di Matteo" 



Non cercherò attenuanti. Non ho avuto alcuna esitazione a mandare a morte un ragazzino di quindici anni. Sono diventato «il mostro» per avere commesso questo delitto. Forse non lo sarei diventato se mi fossi limitato a uccidere il dottor Falcone e sua moglie. Mi rendo perfettamente conto che un atto del genere non può essere perdonato e nemmeno dimenticato. Sono io l'ispiratore dell'omicidio e il principale responsabile di un sequestro durato due anni e tre mesi: iniziò nel novembre 1993 e si concluse nel gennaio 1996. Recentemente sono stati tutti condannati.

L'ho detto e ripetuto nelle aule dei processi che si sono svolti dal giorno del mio arresto. La mia ricostruzione, se possibile, è stata ancora più minuziosa, più puntigliosa, più ricca di particolari che per tutti gli altri crimini che mi sono ritrovato a elencare. Ormai, l'unico modo che ho di fare la mia parte, è svelare sino in fondo i retroscena di quella tragedia. Altro non è più umanamente possibile. Ha senso pentirsi per fatti del genere? Non lo so. Ha senso chiedere scusa? Non lo so. Devo una spiegazione: ogni volta che in dibattimento mi hanno rivolto domande su Giuseppe Di Matteo ho perso la calma, spesso il mio autocontrollo, la mia sicurezza espositiva. Serve a qualcosa vergognarsi quando si è fatto uccidere un ragazzino che poteva essere tuo figlio? Non lo so. So, di sicuro, che per me sarebbe meglio non parlarne.

Il sequestro è la diretta conseguenza della strage di Capaci. E il primo sintomo che stiamo perdendo il controllo della situazione e che, nel tentativo di tornare a padroneggiare gli eventi, finiamo in una spirale dalla quale non saremmo più usciti. Mario Santo Di Matteo, il padre del ragazzo, è il primo collaboratore di giustizia che racconta per filo e per segno come erano andate le cose sull'autostrada, o almeno quella parte di fatti che lui conosceva direttamente. È un aspetto che occorre tenere presente. Con la sua deposizione ci spedì tutti all'inferno. Arrestato a metà del giugno 1993, «uomo d'onore» della «famiglia» di Altofonte, appartenente al mandamento di San Giuseppe Jato, Mario Santo Di Matteo, nel bene e nel male, era cresciuto dentro Cosa Nostra. Ha commesso omicidi e sequestri di persona, come tutti noi.

Si intuisce subito che vuole collaborare. Comincia a pentirsi nell'ottobre 1993, raccontando un fatto molto grave: la strage di Capaci alla quale aveva preso parte - l'ho già detto - sino ai preliminari. Successivamente era stato congedato perché dava l'impressione di essere molto nervoso e di riferire alla moglie il progetto di morte che riguardava il dottor Falcone. Racconto tutto questo per tenere fede alla premessa iniziale: non cerco attenuanti. Da quando ho deciso di collaborare davvero, ho giurato a me stesso che non avrei mai nascosto «una» sola delle mie colpe. Con i giudici credo di avere tenuto fede a questo impegno.

La sera dell'11 gennaio 1996 persi i nervi: era venuto a trovarmi Monticciolo e gli diedi una sfilza di incarichi. Prova ne sia che quando venne arrestato, la polizia gli troverà un intero block notes che conteneva gli ordini che doveva eseguire in paese, per conto mio e di Cosa Nostra. Monticciolo mi informò che San Giuseppe era ormai piena di polizia, che non era più possibile tenere nascosto il ragazzo e continuava a ripetere che sarebbe stata l'ora di chiudere la partita. Gli risposi di resistere, perché non avevo rinunciato all'idea di fare ritrattare il padre. Mentre stavo discutendo con lui, la televisione diede la notizia della sentenza del processo per l'uccisione di Ignazio Salvo: ergastolo per me e per Bagarella, anche sulla base delle rivelazioni di Mario Santo Di Matteo. Appena sentii quella notizia ebbi uno scatto d'ira e dissi: «Ma vaffanculo, niscemuninne...», usciamocene.

Monticciolo se ne andò. Non avevo più il tempo di fermarlo per un ripensamento. La sera stessa, o forse l'indomani mattina, questo non l'ho mai saputo, organizzarono tutto a Giambascio, nel casolare accanto al quale sarà poi trovato l'arsenale di armi pesanti che erano a disposizione della nostra «famiglia». Il giorno successivo, sarà sempre lui a raccontarmi come era andata. Prendono Giuseppe, lo strangolano, lo sciolgono nell'acido. A strangolarlo fu Vincenzo Chiodo, il proprietario della casa dove era custodito in quel momento il ragazzino. Ha ammesso il delitto quando anche lui ha iniziato a confessare. Io ero fermo al giorno prima, alla frase maturata in quel contesto. È questa l'unica precisazione che ho fatto in tutti i processi e alla quale tengo anche adesso, visto che molti hanno preferito scaricare esclusivamente su di me la responsabilità di quanto accadde: un sequestro durato due anni e tre mesi e che vide il coinvolgimento di quasi un centinaio di persone.

[...] Stiamo parlando di alcuni dei principali protagonisti del sequestro e dell'uccisione di Giuseppe Di Matteo. Capisco perfettamente che, anche fra cinquant'anni, l'immagine del ragazzino a cavallo che ha fatto quella fine rappresenterà efficacemente Cosa Nostra molto di più di cento libri o cento discorsi. Le cose sono andate come ho raccontato, anche se altri collaboranti potranno ricostruirle a modo loro. Stando chiuso in isolamento mi è venuto il pallino della verità. Mi dà molto fastidio quando «protagonisti della politica» vogliono utilizzare questa vicenda per seguire il loro fine personale, quello della demolizione del pentitismo e dei pentiti. Non aspetto che siano gli altri a farmi le domande più imbarazzanti e più scabrose per dimostrare quanto sono sincero nelle mie risposte. Allora, già che ci sono, voglio anticipare l'argomento degli orrori perché non si può scrivere la vera storia di Giovanni Brusca facendo finta che così facevano tutti...

Ho una piccola cicatrice sul mignolo della mano destra: avevo poco più di vent'anni, mi trovavo a Napoli nella villa di Angelo Nuvoletta, punto di riferimento dei corleonesi, che è ancora oggi latitante. Per anni - fra le nostre famiglie - ci furono ottimi rapporti. Stavamo strangolando una persona che non ricordo più neanche come si chiamasse. A un tratto, la vittima riuscì a impugnare la pistola di Nuvoletta infilata sotto la cinghia dei pantaloni. Partì un colpo che tagliò in due un dito di Nuvoletta e ferì anche me. Lo strangolammo lo stesso. Non l'ho mai nascosto: ho torturato persone per farle parlare, ho strangolato sia chi rendeva la sua confessione sia chi restava muto, ho sciolto i corpi nell'acido, ho arrostito cadaveri sulle graticole, ho seppellito i resti scavando le fosse con macchine meccaniche. Ci sono pentiti che, adesso, dicono che provavano schifo per quello che facevano. Posso parlare per me: non mi sono mai impressionato di questi aspetti della mia attività. Spesso non conoscevo le mie vittime. Ne ammazzai tre, ad Agrigento, che stavano in campagna. Mi aveva chiesto il «favore» un capomafia della zona dicendomi: tutti quelli che vedi su quel trattore, in quel determinato posto, a quella determinata ora, «ammazzali tutti». Tre ne ho trovati e tre ne ho uccisi.

Che io sappia non esistono veri e propri «cimiteri di mafia». Di solito, è più semplice: ognuno di noi conosce qualche posto, normalmente in campagna, e se deve fare sparire dei corpi va a scavare lì e sotterra i resti. Contrariamente a quello che si pensa, solo in casi rarissimi la persona torturata rivelava i suoi segreti. L'interrogatorio durava mezz'ora, non di più. Si dava qualche martellata sulle gambe dicendogli: «Parla o te le rompo ...». Si poteva tirare l'orecchio con una pinza, ma solo per fargli male e fargli capire che le intenzioni erano serie. Non serviva a niente. A quel punto il tizio sapeva perfettamente che lo avremmo ucciso. Ai condannati veniva una forza sovrumana. Noi lo capivamo e dicevamo la fatidica frase: «Niscemuninne». Per strangolare adoperavamo una cordicella di nylon molto sottile: due di noi tenevano il malcapitato per le braccia, due per i piedi e uno, messo dietro, tirava... Dopo una decina di minuti sopraggiungeva la morte. Come lo capivamo? Perché i tessuti si allentavano e la persona si faceva la pipì e la cacca addosso... Il segnale era questo.

Dovevamo essere sicuri che fosse avvenuto il decesso. Sarebbe stato rischiosissimo immergere nell'acido un corpo che avrebbe potuto ancora avere delle convulsioni, degli spasmi. Qualche schizzo di acido sarebbe stato micidiale per tutti i presenti. Centinaia e centinaia di persone sono finite nell'acido negli anni della guerra di Mafia. Usavamo lo stesso acido adoperato dagli artigiani per lavorare l'argento. Quello che si adopera anche per raffinare l'eroina. Una volta si vendeva liberamente. Poi sono cominciati i controlli e le restrizioni. Un tizio di Brancaccio fu ucciso perché si era messo a passare notizie ai poliziotti che volevano essere avvertiti quando qualcuno andava a fare rifornimenti per una certa quantità. Aggiravamo l'ostacolo con qualche muratore che si prestava: se gli chiedevano, diceva che l'acido doveva servire a lavare i mattoni dei palazzi in costruzione... Gaspare Spatuzza - del quale riparlerò - aveva un amico nell'edilizia che gli procurava ogni volta un paio di bidoni senza problemi. C'era Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, che aveva un altro amico: una sua partita di acido fu quella adoperata per sciogliere il corpo del piccolo Di Matteo...

L'abitudine era di mettere l'acido da parte. Se uno di noi aveva l'occasione di acquistarne qualche bidone lo acquistava. Anche se non c'era la necessità immediata di utilizzarlo. Con lo stesso spirito col quale potevamo acquistare fucili o pistole perché... non si sa mai. Bisogna considerare che occorrono 50 litri di acido per ottenere la disintegrazione di un corpo in una media di tre ore. Certe volte adoperavamo anche un bruciatore con la fiammella per aumentare l'effetto calore. Avevamo scoperto anche questo sistema per abbreviare i tempi. L'acido è pericoloso. Devi stare attento agli schizzi. Ma nessuno di noi ha mai adoperato i guanti.

Il corpo si scioglie lentamente, rimangono i denti della vittima, lo scheletro del volto si deforma. Può restare parzialmente intatto il bacino... Alla fine non si vede quasi più niente. A quel punto si prendono i resti e si vanno a buttare da qualche parte. A San Giuseppe Jato li andavamo a buttare nel torrente. Quando i palermitani ci sfottevano chiamandoci «zoticoni» o «cafoni» o «peri incretati», cioè piedi sporchi di fango, noi rispondevamo: «E voi, allora? Bella acqua che bevete a Palermo... ». La diga dello Jato è infatti una delle principali risorse idriche del capoluogo siciliano. Questo per dare l'idea del nostro tipo di scherzo... Stefano Bontade e Totuccio Inzerillo - ci tengo a ricordarlo - furono i primi a adoperare l'acido. Sino all'inizio degli anni Ottanta, noi adoperavamo un sistema molto più primitivo e molto più lento. Arrostivamo i cadaveri sulle graticole. Si cominciava di primo mattino e si finiva al tramonto: per fare scomparire un solo cadavere impiegavamo dalle sette alle otto ore e ci volevano camion carichi di legna per tenere sempre viva la fiamma. Poi anche noi cominciammo a adoperare l'acido.

In tempi recentissimi poteva capitare di restarne sprovvisti. In quel caso andavamo a scavare a una profondità di quattro-cinque metri. Ma qualche volta i corpi vennero scoperti. Da quel giorno prendemmo la decisione di adoperare scavatori con braccio meccanico, a pappagallo: una specie di trivella che scavava sino a dieci-quindici metri di profondità rendendo impossibile il ritrovamento dei corpi. Un certo Genova e un certo D'Anna vennero individuati solo grazie alle nostre indicazioni.



Polemiche sul suo regime di detenzione 

Il regime leggero di detenzione applicato al pluriomicida ha suscitato diverse polemiche da parte dell'opinione pubblica. A Giovanni Brusca, infatti, grazie ad una decisione del Tribunale di sorveglianza di Roma, dal 2004 sono concessi periodicamente alcuni giorni di libertà per visitare la propria famiglia.

Il tribunale di sorveglianza di Roma ha concesso all'ex boss Giovanni Brusca la possibilità di ottenere permessi premio per uscire dal carcere ogni 45 giorni o al massimo ogni due mesi. L'autorizzazione, motivata con la buona condotta del detenuto, è stata accordata la scorsa primavera, ma la notizia è trapelata soltanto ora. Brusca, in cella dal giorno del suo arresto, avvenuto il 20 maggio del 1996, ha trascorso fino ad ora i permessi concessigli dal tribunale romano con la sua famiglia che vive in una località protetta, come rivela oggi il Giornale di Sicilia. Scortato, in stato di detenzione domiciliare, l'ex capomafia di San Giuseppe Jato ha lasciato la cella per alcuni giorni. Prima della decisione dei giudici della Capitale il killer che ha premuto il telecomando a Capaci era uscito dal carcere soltanto in seguito ad un'autorizzazione straordinaria per motivi familiari.

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