sabato, novembre 12

Racconti - L'EREDE di Claudio Gianini

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Ho deciso.
Lo uccido.
E dopo aver finalmente compiuto questa scelta una calma inquietante si impadronisce di me.
Come se il solo aver stabilito e fissato questo punto abbia bloccato tutte le mie emozioni.
Ogni pensiero congelato.
Ogni sensazione incantata ed incatenata nella fotografia della mia anima scattata poco prima della decisione finale.
Guardo il mio viso riflesso nel freddo acciaio cromato e liscio del coltello da cucina il cui grosso e confortevole manico di legno stringo nella mano destra. Le labbra sono piegate in una smorfia che dovrebbe essere un sorriso ma appare ai miei occhi invece il ghigno di un pazzo assetato di sangue.
Con una lieve torsione del polso il mio volto scompare dalla mia vista ed io posso ignorare la follia che ho visto balenare nell’acciaio per poi concentrare la mia attenzione sul coltello.
La lama è affilatissima, tagliente come un rasoio.
Forgiata per fendere le carni. Per separare muscoli e ossa.
La punta può penetrare facilmente negli strati adiposi. Se usato con la necessaria forza può persino forare lo sterno di un uomo e aprirsi nell’osso una strada verso il cuore.
Dilaniare atri e ventricoli.
Far colare il sangue con la medesima semplicità con cui si spurgano gli impianti idraulici.
Come aprire con un colpo secco un barattolo di vernice color rosso vermiglio con la quale tingere le pareti della mia follia omicida.
Sono destinato a morire. Come tutti, del resto. Solo che io, a differenza degli altri, sono malato e conosco il giorno della mia morte. Con un piccolissimo margine di errore.
Tre mesi, dissero i dottori.
E ormai la scadenza è vicina.
Poche settimane.
Sento le fredde mani della morte intorno al mio cuore.
Sento il suo gelido alito soffiarmi sul viso putrefazione e oscurità.
Non ho amato nessuno nella mia vita. Nemmeno i miei genitori. Ho avuto tante donne per pochi attimi di sesso senza amore. Nessun odioso marmocchio piagnucoloso a cui pulire il culo e a cui insegnare a vivere. Ammesso di esserne capace. Io, che non conosco nemmeno il significato della parola vivere.
Sono solo perché nella mia vita ho amato unicamente me stesso.
Ed ora il solo individuo che non vorrei vicino nel giorno della mia morte sarà proprio l’unico ad esserci.
Per puro interesse. Perchè sarà il solo erede del piccolo patrimonio che con un po’ di fortuna e di duro lavoro sono riuscito a mettere da parte in pochi anni.
Mio fratello.
E quella odiosa balena che ha sposato.
Ho già fatto testamento, decidendo di lasciare tutto a una delle tante organizzazioni impegnate nella ricerca sulle malattie che schiacciano l’uomo.
“Una parte andrà comunque a suo fratello”, aveva detto il notaio mentre firmavo il documento.
A meno che io non lo ammazzi prima di morire, avevo pensato allora con un ghigno ferocemente ironico.
Da quel momento la fantasticheria ha cominciato a trasformarsi in sogno irrealizzabile fino a divenire man mano una possibilità. Spinta e sostenuta dal desiderio di rivendicazione. Per poi sfociare in un atto premeditato. Di più, organizzato nei minimi dettagli.
Non ho nemmeno bisogno di camuffare il mio omicidio. Anche se mi sbattessero in galera cosa potrebbe mai importarmi?
Tra poco morirò. E forse nessun giudice se la sentirà di rinchiudermi in una gabbia per il poco tempo che ancora mi resterà da vivere.
Dunque è deciso.
Abbasso nuovamente gli occhi sul coltello. La lama ora mi appare come l’unico oggetto talmente affilato da poter separare il bene dal male. Come una mente acuta in grado di distinguere con lucidità ciò che è giusto da ciò che invece non lo è. Quando penetrerà nelle carni della mia vittima giustizia sarà infine fatta.
E tuttavia quel poco di razionalità rimasto in me vede chiaramente la debolezza delle giustificazioni per il mio atto criminale. È facile e persino superficiale trovare conforto nelle motivazioni alla base di un omicidio.
Voglio ammazzare mio fratello perché in realtà lo odio.
Da sempre.
Da quando, lui ragazzino ed io poco più di un bimbo, non riuscivamo a vivere civilmente nella stanza che condividevamo. Non avevamo punti in comune. Nessuno.
Né allora né in seguito. Crescere non ci ha avvicinati ma semmai allontanati ancora di più.
Guardo ancora il mio volto riflesso nell’acciaio del coltello. Le occhiaie livide sbiadiscono il verde delle mie iridi. Le rughe sul viso sono solchi profondi in cui scorre la disperazione per il rimpianto di una vita inseguita con tenacia e tuttavia mai raggiunta.
Nemmeno sfiorata.
E ora devo morire.
La sola consolazione è che senza un domani posso oggi fare ciò che voglio ignorando le conseguenze. Facendomi beffe delle responsabilità.
Allora è deciso.
Ammazzo mio fratello.
Carne della mia carne e sangue del mio sangue.
Tuttavia l’attesa è come un muro da scalare con pazienza aggrappandosi ai minuti che trascorrono lentamente. Troppo lentamente.
È sempre stato così: una volta prese la mie decisioni ho sempre cercato di attuarle nel più breve tempo possibile. Per valutare subito l’effetto delle mie scelte.
E allora ho invitato mio fratello a passare da qui. Per discutere di una questione importante, gli ho detto poco fa al telefono.
Lui sa che sto morendo ed ha accettato subito di venire. Probabilmente pensa che parleremo di eredità, perché era allegro e mi pareva anche ansioso di incontrarmi. Stava sorridendo, ne sono sicuro.
Il ticchettio dell’orologio appeso alla parete della cucina sembra produrre un suono via via più forte.
Non riesco a stare seduto nell’attesa. Allora mi alzo e comincio a passeggiare nel locale, il coltello sempre stretto nella mano destra che ora, nervosamente, picchia ritmicamente il piatto della lama sulla gamba mentre cammino.
Ogni secondo un colpetto.
Ogni secondo un passo.
Poi, d’improvviso, un rumore sulle scale copre il ticchettio dell’orologio. È la porta a vetri che sbatte.
È entrato qualcuno e ora sta salendo.
Di corsa, gli scalini scalati a due a due.
È lui. Riconosco il passo.
Sposto il coltello nella mano sinistra e con rapidi movimenti del gomito e della spalla sciolgo i muscoli del braccio destro intorpiditi dalla tensione.
Il campanello suona.
Riporto il coltello nella mano destra e allungo la sinistra verso la maniglia della porta.
La apro di scatto e, appena ricononosciuto il suo faccione odioso, alzo il braccio e con tutta la forza gli pianto il coltello in pieno petto.
Dolore e stupore si mischiano tra le pieghe del suo viso in un’espressione grottesca.
Fa un passo in avanti, portandosi le mani al petto dove il coltello rimane piantato nelle carni senza tuttavia impedire al sangue di sgorgare abbondante.
Un altro passo, più incerto questa volta, mentre un rivolo di sangue salito alla gola dai polmoni squarciati scaturisce da un angolo della bocca.
Io mi scosto e richiudo la porta alle sue spalle.
Poi torno verso di lui, afferro il manico del coltello mentre gli poso la mano sinistra vicino alla ferita. Tiro con forza e la lama viscida sguscia dalle carni con un risucchio terrificante, trascinando con sé un altro fiotto di sangue.
Non c’è più dolore sul viso di mio fratello.
Solo stupore.
E rimpianto.
I suoi occhi però non invocano pietà. Forse perché sa che sta morendo.
Cambio impugnatura sul coltello e questa volta glielo infilo con violenza nello stomaco, compiendo una leggera torsione con il polso.
Cade in ginocchio, gli occhi ormai chiusi.
Non ha emesso un solo gemito.
Poi stramazza sul pavimento e giace, immobile e prono, in una pozza di sangue sempre più vasta.
Lo ribalto con un piede in posizione supina.
E solo ora scorgo il foglio che teneva nella mano destra. È coperto da alcuni schizzi di sangue ma sembra ancora leggibile.
Lo sottraggo dalle sue dita ormai prive di vita e il mio cervello, nonostante le sue facoltà siano acuite dallo scorrere dell’adrenalina, stenta a comprendere il significato delle parole scritte là sopra:

Gentile signore,
c’è stato uno scambio tra la cartella clinica di Suo fratello e quella di un altro paziente. Ci scusiamo per questo increscioso incidente per il quale non esistono giustificazioni. Tuttavia la buona notizia è che Suo fratello non è in pericolo di vita.




Testo e musica a cura di Claudio Gianini
Fotografie  cura di Irene Petrella
Ptete trovare qui le recensioni e la trama dell'ultimo libro di Clauadio Gianini:
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2 Lascia un commento:

brontolo ha detto...

Bello!!!!Le frasi brevi e concise, ma al tempo stesso colme di emozioni , danno pathos al racconto.

Anonimo ha detto...

fanculo, nel migliore dei sensi....mi ha fatto stare in ansia fino alla fine. Bellissimo il finale.

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