sabato, ottobre 15

PER TUTTI I BAMBINI SENZA VOCE di Sara Bilotti

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Oggi c’è il sole. 
I raggi si arrampicano sul muro di cinta, sono le otto del mattino e fanno fatica. Piano, cominciano a leccare la finestra, mi fanno infine il solletico sul braccio. Sono distratta.
E’ perché oggi è il mio compleanno. Compio dieci anni.
La maestra Maria dice che avrebbe giurato ne compissi venti, e questa cosa mi fa ridere. La maestra dice sempre che sono una donna nel corpo di una bambina, e io penso che non è vero, perché se fosse così me ne sarei accorta, avrei sentito la pelle tirare ed avrei anche tutte quelle cose belle che hanno le femmine grandi, quello sguardo che sembra uguale a quello dei gatti, e la camminata sicura, un piede avanti all’altro, nonostante i tacchi.
Giovanni è dall’altra parte dell’aula, e il sole gli ferisce gli occhi azzurri, perché li tiene sempre rivolti verso di me. Io
invece lo guardo poco, perché non trovo mai niente che non mi piaccia, in lui, e allora arrossisco e mi vergogno. Anche quando mi ha dato il regalo, stamattina, non l’ho guardato, ma lui non se l’è presa: sorrideva. Era orgoglioso del ritratto che mi ha fatto, e aveva ragione a esserlo: sembra una fotografia. L’ho ringraziato, poi l’ho infilato nel quaderno grande, quello con i quadroni: è il più doppio di tutti e lo manterrà bello stirato.
Oggi non ci sono quadri nell’aula, forse è per questo che mi annoio e mi distraggo, oltre al fatto che è un giorno speciale che viene una volta all’anno. La maestra Maria ci porta sempre i poster con le foto dei quadri, invece oggi non ha portato niente, ha detto che dovevamo parlare di un filosofo e che un filosofo non lascia niente di materiale, quando deve esprimere quello che sente.
Allora Daniele le ha chiesto come si fa a capire quello che vuole dire un filosofo, e lei ha risposto che non c’è sempre bisogno di vedere, per capire, che a volte bastano le parole, se chi le pronuncia è abbastanza intelligente.
-A me non interessano le parole.- ha detto poi Daniele, ma la maestra non si è arrabbiata, anzi, ha fatto su e giù con la testa.
E poi gli ha detto: -Kant, che era un filosofo, ti avrebbe dato ragione. Le cose sono belle solo in maniera disinteressata, diceva lui. Se hai interesse a ritenere una cosa bella, essa non sarà mai bella. La bellezza è disinteressata, finalizzata solamente a se stessa. Nessuno può ricamarci sopra una morale, un secondo fine, una necessità.
Io non la capisco bene, la maestra Maria. Però meglio di Luisa, Antonio e Michele, che non capiscono proprio niente e si mettono a fare disegni o a leccarsi le dita per pulire il banco.
Daniele risponde sempre alla maestra, invece Giovanni la ascolta e basta. Questo succede perché Daniele è il più intelligente di tutti noi, sa usare le parole come fossero oggetti, te le tira addosso quando è arrabbiato e allora sono guai. Forse perché non gli interessano, forse è per questo che riesce a usarle con tanta leggerezza.
Non che Giovanni sia stupido, anzi. Giovanni invece delle parole usa i pennelli, e la maestra Maria lo capisce lo stesso; comunicano così, scambiandosi i disegni.
Io invece parlo con la maestra, però solo delle cose che faccio, e di quelle che provo. Parlo delle cose vere, non di quelle nascoste nei quadri, anche se vorrei tanto capirci qualcosa in più, della luce e delle ombre, del segreto nascosto dietro le figure, quello che le rende belle, come dice la maestra.
Quando parla della bellezza, la maestra pensa sempre a Daniele, io lo so. Perché lo guarda e dice che un essere umano raramente è bello, più spesso è mediocre e ridicolo. E dice che c’è una sola persona nella nostra scuola che non è mai ridicola. Il nome non lo dice, ma io lo so che si riferisce a mio fratello.
Daniele sembra già un ragazzo, uno di quelli che si vedono nei film americani: sempre in ordine, sempre sicuro, come un attore. Ha tredici anni e non dovrebbe essere così, io lo so. Lo so perché anche altri, all’istituto, hanno tredici anni, ma non sono come lui, sono buffi e camminano in modo strano e fanno cose schifose come misurarsi il pisello nei
bagni e scoreggiare nelle bottiglie di plastica. Daniele non farebbe mai una cosa del genere.
Io la vedo, la maestra Maria, che lo guarda incantata, ma anche le altre bambine, e le suore. Suor Germana gli chiede tutti gli anni di fare Cristo in croce durante la recita di Pasqua, ma Daniele si rifiuta categoricamente e dice che non ci crede, a Gesù. Allora suor Germana alza una mano sulla sua testa, sembra sempre che voglia dargli uno schiaffo ma poi non glielo dà e scuote la testa, andando a cercare la maestra per dirgliene quattro. Se la prende sempre con lei, quando uno dei ragazzi dice cose contro la religione, e io questa cosa non la capisco. Che c’entra la maestra Maria con Gesù? Solo perché si chiama Maria deve insegnare la religione ai bambini?
Tanto la maestra non ce l' insegnerà mai religione, perché una volta l’ha detto sul serio che non crede a Gesù, e allora forse un po’ di ragione ce l’ha, suor Germana, a prendersela con lei.
Ultimamente Giovanni passa il tempo con me, quando andiamo a fare la passeggiata in cortile. E’ strano, perché lui è Scheggia, quello che corre sempre, e appena si trova all’aperto parte in quarta e fila via. Be’, non proprio. Non può filare via, fa solo il giro della scuola, però almeno venti volte, e allora un po’ se ne va, capito? A volte sembra che voli.
E’ una settimana che passa l’ora in cortile insieme a me, mangiando la frutta sul muretto più lontano dall’ingresso e lanciando occhiate a Daniele, che parla con il cuoco. Questa storia del cuoco non gli va giù, eppure Daniele divide sempre con noi quello che lui gli dà la sera, di nascosto.
Ma forse Giovanni non si arrabbia perché Daniele ha un sacco di dolcetti e la parte più tenera della carne, forse si arrabbia perché il suo amico passa tutto quel tempo con il cuoco. E se ci avviciniamo loro non parlano più, come se parlassero di qualcosa di segreto, qualcosa che noi non possiamo capire.
Questa cosa può sembrare normale, ma non lo è. Perché noi tre stiamo sempre insieme, non abbiamo segreti, io, mio fratello e Giovanni. Tranne quando il cuoco fa le passeggiate con Daniele, in giardino.
Secco è grande, però a volte sembra un bambino. In bocca ha due denti, come i neonati, e ride sempre.
E’ lui quello che controlla a che ora andiamo a dormire, e quando ci lamentiamo perché vogliamo ancora tenere la luce accesa dice che dobbiamo stare zitti e ringraziare la Madonna. Che anche lui è cresciuto in un orfanotrofio, solo che non era bello come il nostro. Lui doveva dormire in una stanza grande con cento bambini, anche due in uno stesso letto, e c’era sempre chi aveva la febbre, chi vomitava o faceva pipì a letto, e c’era una puzza infernale.
Noi invece abbiamo le stanze. In una dormiamo noi tre, anche se non era così dall’inizio. Poi Daniele è andato a parlare con il direttore e gli ha detto se poteva dormire con me e Giovanni, che all’inizio dormivamo con Luisa.
Secco dice che non va bene che dormiamo maschi e femmine mischiati, e che lo dice sempre alle suore, e che le suore sono sceme, non capiscono niente.
Devo essere scema anche io, perché non lo capisco neanche io questo fatto, cioè che non dovremmo dormire insieme.
Io dormivo con Daniele pure quando stavamo a casa nostra, con papà. E papà non ha mai detto che era una cosa strana. Però forse papà non se ne importava niente di noi, perché quando ha fatto le valigie e Daniele gli ha chiesto dove andavamo, lui ha risposto che partiva da solo, senza di noi. Ci ha lasciati a casa, anche se questa cosa qui non me la ricordo, se la ricorda bene solo Daniele, che aveva otto anni. Mi racconta che papà se n’è andato e ci ha lasciato tutto il frigorifero pieno, però poi le cose da mangiare sono finite e noi siamo stati portati qui dentro. Era meglio
se papà lo riempiva di più il frigorifero, almeno il doppio, così noi eravamo ancora a casa quando lui tornava e non ci portavano dalle suore, e dal Secco che spegne la luce così presto.
Il cuoco mi ha portato la torta, stasera. E’ bella, piena di panna e con la glassa rossa, che è il mio colore preferito. Ho spento le candeline e lui mi ha fatto le fotografie.
Quando me le fa io mi vergogno, perché sono brutta. Mi metto le mani in faccia e il cuoco si arrabbia, dice che è meglio ancora se sono brutta. Faccio ridere di più.
Non lo so mica se è una cosa bella, che faccio ridere.
Nella stanza c’è solo la luce delle candele, e c’è il cuoco, Secco e Mosca, oltre a Giovanni e Daniele, che cantano a bassa voce Tanti Auguri.
Mosca aveva detto di stare zitti, ma poi il cuoco, che ha studiato più di tutti, tranne che della maestra Maria, dice che si può parlare a bassa voce e si può pure cantare a bassa voce, perché le mura di pietra sono doppie e nessuno ci sente. E poi le suore dormono dall’altra parte, perché non vogliono essere scocciate se un bambino non si sente bene o se Marino piange. Infatti i bambini che dormono con lui dicono che Marino piange sempre, ma io non lo sento. Sarà per colpa delle mura doppie.
Ci togliamo i vestiti e ci mettiamo nel letto, tutti e tre insieme, anche se ci sono tre letti, perché dobbiamo fare le fotografie.
Non le facciamo sempre, solo quando Secco si mette a parlare dopo che ha spento la luce. Poi Secco si prende Giovanni e si mettono da una parte, nel buio. Giovanni piange, gli manca qualcuno, però non so chi, perché Giovanni la mamma non l’ha mai conosciuta. Forse qualcuna delle mamme adottive che l’hanno preso e poi riportato qui. Fossi in lui, non piangerei così per loro, visto che non l’hanno voluto. Che ci hanno giocato come fosse una bambolina, come dice Daniele, e poi si sono stufati e l’hanno riportato qui.
Io però sono felice che lui sia tornato, perché l’ho detto già, di Giovanni mi piace tutto, anche se poi divento tutta calda in faccia e non lo riesco a guardare.
Quando arriva il cuoco si arrabbia con Secco, dice che non deve farlo quando lui non c’è, però Secco a volte sembra sordo perché fa sempre le stesse cose, anche quando gli dicono di non farle, e poi si mette a ridere con quei due denti da neonato e il cuoco scuote la testa, con la faccia arrabbiata.
Stasera che ho la torta, il cuoco chiede scusa a Daniele. Gli dice che domani penserà di nuovo a lui, ma che oggi è il mio compleanno e deve regalare una cosa a me. Poi gli dà uno schiaffo sulla faccia, ma Daniele non dice niente, non la muove neanche, la faccia, lo guarda e basta, e il cuoco ride e diceocchi di ghiaccio, ride con quel fischio nella gola, non lo so come fa. Quando Mosca mi prepara io dico che lo voglio fare pure io, quel fischio, e Mosca dice che prima devo ingoiare il fischietto di suor Angela, quello che usa quando finisce l’ora della passeggiata per farsi sentire da tutti i bambini.
Il cuoco fa le fotografie e respira forte, e a me anche se dà fastidio la luce forte della macchina fotografica non dico niente, perché se parlo sento più dolore e il giorno dopo mi ricordo tutto bene.



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Fotografie e testo a cura di Sara Bilotti  
Musiche a cura di Irene Petrella

8 Lascia un commento:

Alessandro ha detto...

Che meraviglia di racconto! Lo condivido subito.

Michele Fiano ha detto...

Bello, tenero e amaro. Unico appuntino: visto che è in prima persona e la bimba è decenne le avrei dato un registro narrativo più semplice. Comunque il giudizio è positivo, brava Sara.

Tiziana ha detto...

Davvero bello. Complimenti!!!

Antonia ha detto...

Mi piace molto. Da condividere!

Anonimo ha detto...

Brava Sara,bellissimo racconto,molto tenero.L'ho condiviso subito perchè è giusto che lo leggano anche amici e amiche mie
Antonella

IVO TIBERIO GINEVRA ha detto...

Coinvolgente. Buona l'accoppiata testo e musica. Bravi.

Barbara Marin ha detto...

Bellissimo. Letto e riletto. Purtroppo la seconda volta ho fatto partire l'audio. E con la musica é stata una drastica sevizia. Il pezzo musicale é splendido. E sulle ultime parole, mentre c'é un cuoco, una luce e un silenzio che chiudono il sipario, mi son sentita tremare dentro. I miei complimenti all'autrice.

luana1973 ha detto...

Posto quello che già ci siamo dette come personale testimonianza su questo blog. Il racconto è cominciato nel migliore dei modi credendo che fosse il semplice resoconto di una bambina ad una classica giornata e invece leggevo i suoi pensieri e arrivata alla fine percepivo il suo dolore. scelta ardua la tua di vedere i sopprusi con gli occhi dei bambini, devi continuamente altalenarti tra l'infanzia con il suo candore e la sua purezza e quello con la sua debolezza che soccombe alla malvagità che in realtà non viene mai capita anzi il più delle volte questi bambini "maledetti" riescono con la tenacia e quel poco di purezza rimasta a sopravvivere. sono piccoli miracoli come quando si riesce a salvare una persona arrivato alla fine del tunnel, quasi entrato nella luce. la canzone sottolinea armonicamente il pathos del tuo racconto e aumenta all'aumentare dei battiti per la paura e la maledizione di aver capito lo schifo. ti condivido lasciando le altre parole per noi. un abbraccio

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