lunedì, maggio 27

CITY ON FIRE a cura di Stefano Di Marino

Ringo Lam è uno dei nomi più significativi della new wave noir del cinema di  Hong Kong  tra gli anni 80’ e 90’. Poco importa che all’handover della ex colonia inglese alla madrepatria la sua sortita hollywodiana si sia risolta in alcuni poco memorabili film americani con van damme e un ritorno non ispiratissimo in patria. In quegli anni firmo alcuni dei migliori film  ‘neri’ di HK. City on Fire del 1987 uscì nello stesso periodo di A Better Tomorrow di Woo e in qualche modo  propone una coppia di attori che, sebbene a ruoli inversi, ritroveremo in The Killer. Chow Yun Fat e Danny Lee non sono solo action  heroes, sono attori completi e qui lo dimostrano in una vicenda di rapine ispirata a un famoso colpo a una gioielleria avvenuto a Kowloon. Poche ma efficaci sparatorie, City on Fire è un ritratto al nero di una Hong Kong invernale, insolitamente fredda, lontana da ogni stereotipo cartolinesco dei film occidentali, verissima e sfaccettata. Notevole il commento jazz e la canzone che accompagna i momenti clou che mescola sonorità orientali ad altre più vicine a noi e al genere.
Sin da qui si coglie una voce autoriale, uno sguardo attento al filone ma anche alla realtà dei luoghi in cui la storia si svolge. Si comincia al mercato notturno di Mongkok. Un informatore della polizia infiltrato in una banda di rapinatori ricercatissima viene scoperto e pugnalato freddamente. Nessuno ha visto o sentito nulla , ovviamente. Al vecchio ispettore ‘zio’ Kwong Lau, stanco poliziotto distrutto dal dolore  per la perdita del figlio agente anni prima e frustrato per la mancanza di considerazione dei capi, tocca pure l’umiliazione di vedersi sorpassare da un arrogante poliziotto delle Special Duty Unit, John, che gli ricorda continuamente quanto i suoi metodi siano superati e inefficaci. Kwong allora non può fare a meno di chiamare in azione un altro infiltrato Chow che si presenta subito come la riuscita sintesi di un eroe del cinema orientale e un flic alla maniera di Delon e Belmondo. Chow Yun Fat ne delinea il carattere con spavalda sicurezza, sostenuto dal fisico imponente, dalla faccia da schiaffi e da una mimica capace di passare dalla comicità al dramma nel giro di un secondo. Cow è uno spostato. Anela a sposare la bella Hung (Carrie Ng, allora all’inizio di una carriera che la porterà persino a una cover di Sharon Stone in un remake di Basic Instinct)che è una capricciosa studentessa, incerta tra l’amore romantico e quello interessato per un uomo d’affari che se la porterebbe in Canada lasciando persino la moglie. Ma Chow ha anche un altro cruccio. La sua attività l’ha portato a tradire Shing, un gangster del quale era diventato amico che, piuttosto che farsi prendere e sconvolto dal tradimento dell’amico si è suicidato. Il tema dell’amicizia virile, della lealta è caratterizzante del noir non solo honkonghese ma in questo film è particolarmente sentito. Tra poliziotti, tra banditi, tra amici e tra colleghi. Tutto sta lì, nei rapporti d’onore che sono più forti della legge, del dovere. E un rapporto d’amicizia virile a volte agrodolce si instaura tra Chow e Fu(DannyLee) capo di una scalcinata e violentissima banda di rapinatori. Che questi compiano una rapina armati di mannaie in modo piuttosto grottesco e surreale non stupisca. Sono gli stilemi del cinema di HK di quegli anni ma anche uno specchio della realtà. Da buona colonia britannica Hk vede praticamente impossibile per i delinquenti procurarsi armi da fuoco per cui l’uso di coltellacci e spranghe di ferro risulta la soluzione più comune. Non per nulla Chow  riesce a infiltrarsi nella banda proprio perché fornisce armi da fuoco al gruppo. Una tattica pericolosa che attrae indesiderato sospetto da parte della squadra speciale di John. Malmenato, pedinato, persino sospettato di essere passato dall’altra parte  Chow corre per la città da un appuntamento all’altro mescolando vita professionale e privata. Se le angherie dei colleghi gli rendono possibile conquistarsi la fiducia di Fu, gli fanno apparentemente perdere l’occasione di sposare Hung che parte con il suo businessman alla volta del Canada. In seguito scopriremo che l’amore ha trionfato. Hung non ha avuto il coraggio di proseguire e si è fermata alle Hawaii. Da qui scrive a Chow implorandolo di andare a riprenderla. Ma Chow  non ci arriverà mai. Ormai il colpo alla gioielleria incombe e lui è costretto a partecipare, chiuso in una baracca vicino al porto da dove non può comunicare la posizione. Arriviamo quindi al colpo vero e proprio, ricostruzione fantasiosa di una rapina reale. Chi è stato anche una sola volta a HK può immaginare che una scena di inseguimento in macchina in una via dove il traffico e il passaggio pedonale sono paralizzanti in realtà è impensabile. Lo scalpore sulle pagine della cronaca venne dall’uso appunto delle armi da fuoco sino a quel momento mai usate dalla malavita in azioni del genere. Sullo schermo esplodono centinaia di pallottole e, di fronte alla brutalità dei duri della SDU Chow sceglie l’amicizia, si batte con Fu e con lui si rifugia nella casa-sicura dei rapinatori. Lasica però un indizio sulla sua dislocazione ma il gioco sfugge dalle mani del vecchio zio Kwong e passa in quelle spietate di John. Leggenda vuole che tarantino si si ispirato per le iene a questo film che non potrebbe essere più differente. Solo il particolare del mexican stand-off in cui i rapinatori ormai divisi e rosi dal dubbio si minacciano ad armi spiante l’un l’altro è riscontrabile nel film di Tarantino che di certo ha assorbito però tutta la mitologia di queste pellicole. Di nuovo l’amicizia tra sbirro e gangster è messa a dura prova. L’arrivo delle squadre speciali chiude la questione in un ‘eroico bagno di sangue’ per dirla come il critico Rick Baker che definì così il filone negli anni 90. Fu viene imprigionato e Chow perde la la vita,u cciso dai suoi stessi colleghi. Finale nerissimo con uno sfogo di zio Kwong che colpisce l’arrogante John a mattonate. Davvero uno dei migliori gangster movie orientali, spettacolare ma non esagerato, ottimamente recitato e pervaso da una tristezza degna dei migliori Melville.

Articolo a cura di Stefano Di Marino/Stephen Gunn


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