domenica, agosto 28

Recensione de SEMINA IL VENTO di Alessandro Perissinotto

Titolo Semina il vento
Autore Perissinotto Alessandro
Prezzo di copertina € 16,50
Dati 2011, 280 p., brossura
Editore Piemme


Forse è stato il caso o forse l’amore a condurre Giacomo Musso, maestro di trentacinque anni, al Braccio 6, nel reparto di massima sicurezza di un carcere del Nord Italia. Sulle labbra, la dichiarazione di innocenza; tra le mani, il giornale che ritrae in prima pagina il corpo senza vita di sua moglie. Su consiglio del proprio avvocato, Giacomo decide di raccontare la propria vicenda, l’inevitabile serie di eventi che lo ha condotto in quella cella. E così torna all’epoca in cui, per riuscire a sopravvivere a Parigi, alternava il lavoro di curatore di mostre per bambini, a quello di cameriere. Era in quel periodo che aveva conosciuto Shirin. Non l’aveva trovata subito bella, almeno non nel senso consueto del termine; era stato attratto piuttosto dalla storia che i suoi occhi sembravano celare, da quel profondo distacco verso chi le stava accanto, come se per lei la vita vera fosse altrove. Ci sono amori che iniziano all’improvviso, con notti memorabili, il loro invece era nato con la lentezza inesorabile delle cose fatte per durare. L’innamoramento, il matrimonio e poi la decisione che avrebbe cambiato le loro vite per sempre: lasciare Parigi per trasferirsi a Molini, sulle montagne piemontesi, nel paese dove lui era nato.
Lontano dalla frenesia della Capitale, tra le vecchie case di pietra e i rituali semplici di un posto che pareva essere rimasto indenne al trascorrere del tempo, Giacomo aveva rinsaldato il legame con la propria tradizione e Shirin aveva trovato una terra in cui far crescere quelle radici che le erano sempre mancate, quelle radici che i suoi genitori avevano reciso fuggendo dall’Iran e dalla rivoluzione islamica.
Ma nessun luogo è al riparo dal vento dell’odio, dal fanatismo delle religioni, dall’arroganza del potere, dall’intolleranza strisciante. Così il paradiso aveva cominciato a scivolare verso l’inferno, prima piano, poi sempre più rapidamente, fino ad arrestarsi lì, in quella cella, con il tormento del ricordo d’un amore reso perfetto dalla morte.


Recensione di Maria Luisa Lamanna:
Bellissimo romanzo di Alessandro Perissinotto. Si parla della non accettazione delle altrui diversita', degli altrui costumi e pensieri, insomma di intolleranza esaperata fino al razzismo, argomento, purtroppo sempre attuale. Storia di Giacomo e Shirin, conosciutisi a Parigi e approdati in un paesino piemontese, nativo di lui, dove tutto sembra accogliente, genuino, dove le radici di Giacomo vorrebbero diventare anche quelle di Shirin, che ne resta affascinata. Trovata cadavere Shirin, con Giacomo maggiore indiziato, inizia un percorso a ritroso, una ricerca spasmodica di ricordi, pensieri e circostanze che hanno portato la situazione all'assurda conclusione. Come dice l'autore "nessun luogo e' al riparo dal vento dell'odio" ed e' qui che attraverso un episodio casuale si scatena una vera guerra. Un'intolleranza all'ennesima potenza, verso e contro una cultura e religione diverse. Shirin partendo da qui si mette in discussione, alla ricerca e alla costruzione di radici gia' tranciate dai suoi genitori fuggiti dall'Iran. Pagine molto tese tengono il lettore fortemente agganciato verso un'epilogo crudo, in cui tutti noi siamo portati a porci le stesse domande. Profonda e accurata l'analisi socio-politica. Cruda e incalzante la scrittura. Bellissime e minuziose le descrizioni dei luoghi e dei sentimenti. Volendo trovare un aggettivo, anzi due, per il finale lo definirei crudele e perfetto.

Alessandro Perissinotto nasce a Torino nel 1964. Pratica vari mestieri e, intanto, si laurea in Lettere nel 1992 con un tesi in semiotica. Inizia quindi un’intensa attività di ricerca, occupandosi di semiologia della fiaba, di multimedialità e di didattica della letteratura. È docente nell'Università di Torino. Tra i suoi saggi ritroviamo Il testo multimediale (Utet-Libreria), Gli attrezzi del narratore (Rizzoli), e, con G.P. Caprettini, il Dizionario della fiaba (Meltemi, Premio C. Nigra per il folclore).
Alla narrativa approda nel 1997 con il romanzo poliziesco L’anno che uccisero Rosetta (Sellerio), storia di un’indagine condotta negli anni ’60 in un remoto paese delle alpi piemontesi, al quale fa seguito, nel 2000, La canzone di Colombano (Sellerio - Premio Fedeli), un "noir" ambientato tra Val di Susa e Delfinato all’inizio del Cinquecento. Il suo ultimo romanzo, Treno 8017 (Sellerio 2003), è ancora una storia con delitto che prende le mosse da un fatto vero, la morte di oltre cinquecento persone in un incidente ferroviario del 1944, un incidente poco noto e mai chiarito. Nel 2004 pubblica per Rizzoli Al mio giudice (Premio Grinzane Cavour 2005 per la Narrativa Italiana, Premio via Po 2005, Premio Chianti 2005-2006), un noir epistolare che porta alla luce le criminali spericolatezze della finanza on-line. Del 2006 è Una piccola storia ignobile (Rizzoli - Premio Camaiore), un'indagine nella banalità del male condotta da una psicologa, Anna Pavesi che usa la sua conoscenza dell'animo umano come altri detective usano i mezzi della polizia scientifica. E Anna Pavesi torna anche in L'ultima notte bianca, ambientato nella Torino olimpica, tra la gente esclusa dalla grande festa. Nel 2008 la riflessione sul poliziesco si sviluppa anche in forma saggistica con La società dell’indagine (Bompiani), mentre la sua produzione narrativa si arricchisce con il terzo volume della saga di Anna Pavesi: L’orchestra del Titanic (Rizzoli). Conclusa la trilogia dedicata ad Anna Pavesi, decide di andare oltre il poliziesco per giungere a un romanzo che, pur conservando i ritmi del noir, si svincoli dagli schematismi dell’indagine, un romanzo di sempllice e dolorosa denuncia. Nasce così Per vendetta, una storia d'amore e di follia, ambientato in un'Argentina che non ha ancora sanato le ferite lasciate aperte dalla dittatura.
I suoi romanzi sono stati tradotti in numerosi paesi europei e in Giappone.
Collabora inoltre con il quotidiano La Stampa, per il quale scrive articoli e racconti che appaiono sul supplementoTorinoSette.


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1 Lascia un commento:

Antonia ha detto...

E’ il 1° romanzo che leggo di questo scrittore e devo dire che mi è piaciuto parecchio. Si legge velocemente sia perché il testo scorre bene ma anche perché l’autore ha sapientemente esposto l’argomento dell’intolleranza razziale. E poi figuriamoci al nord!! E seppure le prime avvisaglie di razzismo si sono avute da un sindaco leghista ma di origini meridionali. L’ho letto con molto piacere anche se devo dire che quando l’ho iniziato pensavo di leggere un giallo, ma così non è perché come ho già accennato in precedenza tratta di argomenti attuali che ormai fanno parte della nostra quotidianità metropolitana e no. Devo dire che in questo romanzo i personaggi hanno dei tratti un po’ “piatti”, mi sarebbe piaciuto conoscere meglio il marito invece capire la personalità di Shinin è stato più semplice pensando alle sue scelte di vita. Insomma la parte che più mi è piaciuta è la descrizione dell’ambiente del nord. Me le immagino le valli piemontesi e quelle persone che vivono da sempre nei piccoli borghi, questa ambientazione sembrava che fosse davanti agli occhi.
E poi il finale ritengo che sia stato troppo “frettoloso”.
Antonia Dettori

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