lunedì, maggio 20

IL CLAN DEI SICILIANI a cura di Stefano Di Marino

Verneuil torna a raccontare una storia di ‘guardie e ladri’ ma con un tono decisamente più drammatico  di quanto non avesse fatto con Melodie au sous sol. Lo  ispira l’omonimo romanzo di Auguste LeBreton e può contare sui dialoghi di un altro maestro del genere, Josè Giovanni. In scena tutti i volti più amati del poliziesco francese, anche (ma in una piccola parte) un giovanissimo Marc Porel.  Una storia intrigante e spettacolare sotto diversi profili. La rapina in sé, il furto dei gioielli dapprima esposti a Villa Borghese a Roma e poi trasportati in aereo a New York via Parigi, è vagamente inverosimile ma eseguita con un taglio secco che annulla  ogni dubbio. La spettacolarità del dirottamento di un aereo di linea su un’autostrada dove è in attesa un piccolo esercito di mafiosi capeggiati da  Amedeo Nazzari risulta sicuramente di grande effetto.  Il  film, però, è tutto giocato sulle contrapposizioni tra i protagonisti. Gabin è Malanese, un perfetto ‘siciliano a Parigi’ che nella versione nostrana parla come il Padrino, governa la famiglia distribuendo  spaghetti e ordini pesanti come macigni e sogna di tornare all’isola natia per rivalersi contro quelli che da piccolo gli facevano la carità. Lui e il suo nucleo di siciliani, parenti e lavoranti, costituiscono un’organizzazione che non ha legami con il milieu abituale, vive con la copertura di una ditta di biliardini e porta a segno colpi perfetti come meccanismi. Ma anche in questo microcosmo  (che intuiamo sconosciuto alla  polizia) si inserisce un elemento estraneo. Aldo, uno dei figli ha sposato Jeanne, ragazza francese che porta abiti troppo corti e mal sopporta il clima di segregazione in cui vivono le altre donne del clan. Di più. Jeanne è una donna moderna, libera, attratta dalle sensazioni forti. E queste arrivano in casa sua sotto le spoglie di Roger Sartè (Delon) che interpreta l’abituale ruolo di  ‘ribelle senza causa’, bello e dannato sino in fondo. Rapinatore assassino viene salvato proprio dalla banda dei Siciliani . Paga la sua spettacolare evasione con francobolli rarissimi e usa la sorella come intermediaria. Il vecchio Malanese non giudica di buon occhio chi non ha le sue stesse origini ma si compiace per la scelta di investire in francobolli e accetta di tenere nascosto il giovane lestofante.  Sulle tracce di questi c’è il commissario le Goff (Lino Ventura) che più duro non si può. Pronto a sparare, minacciare, sbatacchiare i testimoni ma, alla fine , quasi sempre battuto sul tempo da Sarté. Il giovane ha portato in dote i piani di un super colpo ai gioielli di cui parlavamo inizialmente e, in virtù della sua amicizia con Aldo, è ammesso nel colpo. Essendo però Delon l’uomo che ha infiammato le platee femminili degli anni ‘70 ci si può aspettare che crei dei problemi con le femmine. Jeanne lo provoca, gli chiede cosa si ‘ prova a uccidere’. La prima volta lui la allontana specificando però ‘che sono due anni che non tocca una donna’. Frase questa che, probabilmente fa cadere l’elastico delle mutandine della signora in meno di un secondo.  Avendo trentacinque anni ed essendo animato da sani appetiti, il nostro si rifà la bocca con una ‘bella di notte’ che sembra una mannequin e per poco Le Goff non lo prende. Sparatoria e fuga tra i tetti di Parigi. Il vecchio Malanese è sempre più contrariato ma il bottino lo alletta. Si allea allora con il compaesano Nicosia (Nazzari) per rapinare l’aereo dopo averlo dirottato. Il film procede intrecciando le indagini di Le Goff e la preparazione del colpo. Trasferitisi in Riviera i gangster  mettono a punto un piano d’azione malgrado il loro fornitore di documenti falsi sia beccato da Le Goff. Roger gioca all’uomo virile pestando un’anguilla sugli scogli, immagine emblematica che scatena  i peggiori impulsi di Jeanne che gli si offre nuda dietro i faraglioni. Mal ne incoglie ai due amanti che il nipotino Roberto li veda. Al momento tutto sembra appianato ma, una volta portato a compimento il colpo (con non poche difficoltà tra le quali si inserisce l’imprevisto intervento della moglie di un agente delle assicurazioni), il pargoletto porta allo scoperto la tresca. L’onore dei Siciliani va lavato con il sangue. Roger, messo sull’avviso dalla sorella che è diventata amica di Jeannette, riuscirebbe però a farla franca. Fa arrestare infatti tutti i figli di Malanese e propone uno scambio, sperando di rimettere le cose a posto e prendersi i suoi soldi. Fa male i conti perché l’onore non è acqua e il vecchio padrino uccide lui e la femmina scostumata sul bordo di una cava prima di consegnarsi senza troppe storie al commissario. Un ottimo film che nella versione originale ha un paio di scene in più a quella circolata in Italia e affronta con brio quasi tutti i luoghi comuni del filone. Se l’immagine dei Siciliani è quella stereotipata il tutto risulta credibile e avvincente. Di fondo è la storia del gruppo contro il singolo. Della banda contro il cane sciolto, dalla famiglia contro la donna libera, della burocrazia contro il commissario spaccateste. Secco e privo di moralismi come deve essere un vero gangster movie, Il clan dei Siciliani è uno dei miglior polar francesi della sua generazione.

Articolo a cura di Stefano Di Marino/Stephen Gunn

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