domenica, maggio 12

CHI UCCIDERÀ CHARLIE VARRICK? a cura di Stefano Di Marino

Dal maestro Don Siegel  una storia di rapina adattata dal  romanzo The Looters di John Reese. Walter Mattahu non è stato solo un divo di commedie sofisticate. Qui è inserito in un ambiente che quasi ricorda il West anche se siamo nel più puro nero criminale americano. In una piccola banca del New Mexico l’ Organizzazione (da sempre sinonimo di ogni tipo di criminalità organizzata non solo mafiosa) ammassa e ricicla fondi sporchi. Varrick, ex pilota acrobatico, con la moglie Sybil e due complici di mezza tacca crede di poter realizzare un ‘piccolo’ colpo facile. Invece si ritrova vedovo, ricercato da tutti dopo una violenta sparatoria con la polizia durante la quale è morto anche un altro complice. Resta solo con il malloppo assieme ad Andrew Robinson, bel viso da delinquete disturbato che, l’anno precedente, era stato l’assassino psicopatico di Ispettore Callaghan il caso Skorpio è tuo. Si accorge però che il frutto del colpo ammonta a tre quarti di milione di dollari, decisamente troppo per una banca di quelle dimensioni. E infatti John Vernon, altra bella faccia da galera del cinema di quegli anni, responsabile della mafia per la regione, si mette subito in caccia scatenandogli dietro un sicario dal poco virile nome di Molly ma che è una carogna patentata. In effetti Joe Don Baker, Stetson in testa e pipa in bocca, risulta uno dei migliori cattivi del filone con una caratterizzazione tutta sopra le righe che sicuramente sarà piaciuta a Tarantino. Tutto il film, dopo la rapina, si gioca al gatto e al topo tra l’organizzazione, il suo killer, Varrick e la polizia.  Ne esce uno spaccato del sudovest americano, ancora in bilico tra un tempo che ricorda la Forntiera e la modernità. Un territorio ostile, popolato da prostitute, sceriffi con il grilletto facile, trafficoni e falsificatrici di documenti. Un’America che si sgretola inseguendo il suo stesso sogno. E Varrick, sempre  in bilico tra la malinconia e l’ironia, riesce a far scattare una trappola con la quale far perdere le proprie tracce e fuggire con il bottino.  Il suo è un gioco di equilibrismo non solo tra i pericoli che la trama gli scodella a ritmo continuato ma tra i vari toni, drammatico, agrodolce e comico, che ne esaltano le capacità interpretative. Mattahu non è, a rigor di locica, un personaggio noir o duro, immediatamente identificabile come tale. C’è però nel suo modo fatalistico e ironico di affrontare la realtà qualcosa di struggente, che ci fa fare immediatamente il tifo per lui. È il fascino di quel viso da cagnolone randagio, sfaccettato e irresistibile che ,ancora una volta gli vale l’affetto del pubblico.
In questo come in pochi altri casi il colpo riesce, fondamentalmente perché i soldi sono sporchi e quindi… rubare ai ladri non è reato. Il meccanismo del colpo (che di per sé risulta semplice e anche piuttosto rozzo rispetto ad altri più elaborati film) è sostituito dal gioco di astuzie con cui Varrick si fa beffe della polizia ma anche e soprattutto dei suoi rivali. Che di Anderson non si possa fidare lo si capisce subito quando questi insiste per lasciare Sybil moribonda e poi progetta già acquisti di auto costose con un malloppo che andrebbe tenuto nascosto. Approfittando del mal di denti del ragazzo e della sua ingenua aggressività, Varrick segue un suo piano che maschera impronte e tracce, indirizza Molly su una falsa pista  legata ai documenti fabbricati da una bella hippie, e predispone una trappola per Vernon in modo da farlo sembrare complice della rapina. All’interno dell’organizzazione infatti il colpo non sembra affatto fortuito. E se Vernon fa fuori il direttore di banca connivente, non riesce a sfuggire all’imbroglio he lo mette nelle coordinate del mirino del suo stesso sicario.
Il finale, con la pista di atterraggio accanto al cimitero di auto ha fatto scuola. La finta morte con esplosine e scambio di cadaveri è diventato un classico del genere.
Tutto realizzato con uno stile sobrio, secco, tipico di Siegel. Quasi un western per ambientazioni e personaggi. Belle sequenze di sparatorie e qualche stunt con auto vere e, fortunatamente, non ancora digitalizzate. Questo ritratto della mala americana differisce profondamente da quello dei film francesi d’epoca. Non solo perché si differenziano i luoghi fisici ma la cultura criminale pur riproponendo figure di ricettatori, pupe e duri che possono avere punti in comune hanno sostrati differenti. In particolare in questo film i vicoli delle grandi città, con il loro carico di disperazione e destino già segnato lasciano spazio ai panorami della frontiera. Il rapinatore è il nuovo westerner che sostituisce la pistola con l’astuzia e al quale, una volta tanto, è concesso di tenersi la bella e il malloppo.

Articolo a cura di Stefano Di Marino/Stephen Gunn


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