mercoledì, gennaio 9

Recensione THE HOT ROCK di Donald Westlake

Articolo di Ivo Tiberio Ginevra

AVVERTENZE

Un giorno un vecchio amico m’incontrò alla cassa della libreria con un libro di Westlake in mano. Dopo i primi convenevoli iniziò a parlarmi dell’autore americano che avevo appena acquistato come se fossi un suo ammiratore ed era felice di poter parlare finalmente con qualcuno che lo stimava, perché “Westlake in Italia è poco tradotto”….”perchè di lui in giro si trova poco e niente”…”dobbiamo fare un club per farlo conoscere”. Insomma era un vero estimatore che mi dava pacche sulla spalla contento come un bambino parlando del suo beniamino. All’inizio restai frastornato. Pensai pure di filargliela perché non volevo deluderlo, ma sull’argomento era anche troppo preparato. Provai ad uscirmene spostando la conversazione su altri autori, però anche questo fu impossibile. Quando poi iniziò ad attaccarmi con delle domande specifiche, non mi restò altro che confessare l’amara verità: “Io non ho mai letto nulla di Westlake”. In effetti avevo comprato quel libro perché la copertina era accattivante e la quarta mi aveva intrigato. “Poca cosa” disse congedandomi. “Mi cercherai a casa per farti prestare tutto quello che ho di Donald” disse proprio così: “Donald” perché: “Ricorda! Lui è peggio di una droga se ti piace un suo libro non potrai più farne a meno. Devi leggerli tutti”.

Per strada rimasticavo questa frase e me la dissi anche quando iniziai la lettura.
Il libro lo divorai in poco tempo. Autore veramente notevole, scrittura eccellente. Un mondo nuovo! Capii subito che non avrei potuto più far a meno di Westlake. Dovevo spararmi subito una seconda dose. Cercai su Wikipedia informazioni sullo scrittore e (e qua il motivo dell’avvertenza introduttiva) e scoprii che questo mostro aveva pubblicato quasi un centinaio di romanzi. Dopo lo sconforto iniziale non sapevo più se gioire o incazzarmi come una bestia. Se iniziare subito un programma di disintossicazione o perdermi nei fumi della droga targata “Donald” Alla fine scelsi la seconda soluzione iniziando ad acquistare tutto quello che mi capitava, perché Westlake, purtroppo o per fortuna è davvero una droga.
Fatte queste doverose AVVERTENZE e ripetendo la frase che se ne leggi uno poi devi leggerli tutti, da esaltato scrivo quattro indegne righe su uno dei suoi capolavori: The hot rock (la pietra che scotta).

 The hot rock (la pietra che scotta).

LA TRAMA E RECENSIONE

The hot rock è una pietra che scotta. E scotta molto, moltissimo. Si tratta del diamante Balabomo….. conteso dalle nazioni Akinzi e Talabwo.
<<Dicono che una delle due tribù aveva uno smeraldo, un gioiello e la gente lo adorava come se fosse stato un dio. Oggi lo smeraldo è il loro simbolo. Come una mascotte. Come la tomba del milite ignoto. Roba del genere insomma>>.
<<Uno smeraldo?>>.
<<Dicono che vale mezzo milione di cocuzze>> fece Kelp.
<<Un bel po’>>.
Al momento il diamante è in possesso degli Akinzi, ma il maggiore Patrick Iko dei Talabwo vuole rubarlo per ridarlo al suo popolo. Per far questo ingaggia una banda di ladri e commissiona il furto. L’occasione è troppo ghiotta per Dortmunder e i suoi quattro complici perché al momento lo smeraldo si trova esposto al Coliseum di New York. Il capo di questo gruppo, John Dortumunder, elabora un piano artificioso per rubare la pietra preziosa, ma il furto si rivelerà molto più complicato del previsto. Non posso anticipare altro perché il libro vive su tutte le trovate geniali che l’autore snocciola in quantità impressionante, fino al suo incredibile epilogo.

GLI INEFFABILI CINQUE

John Arcibald Dortmunder è la mente. L’archetipo del criminale mancato. Alle spalle ha un matrimonio fallito, due condanne per rapina e una serie d’insuccessi. Andy Kelp: un pregiudicato specialista in furti d’automobili e con un debole per quelle dei medici. Stan Murch: un povero diavolo che vive con la madre, una tassista stramba, e che ha una spiccata sensibilità musicale. La sua passione sono i dischi che riproducono rombi di motori, stridio di freni, urla di pneumatici che mordono l’asfalto. Roger Chefwick: magari un po’ picchiato, con la sua mania per i trenini elettrici, ma in fondo neanche tanto. Lui la sua smania la soddisfa e riesce nientemeno che a guidare una vera locomotiva. Alan Greewood: uomo tuttofare soprattutto con le donne.
Ecco, questi i componenti della banda e su tutti Dortumunder. Il capo. La mente. Con il suo humor. La sua ostinazione, sfortuna e genialità. Protagonista memorabile dei romanzi di Westlake, insieme ai suoi degni compari, tutti fin troppo ben caratterizzati. Sembra un miracolo, come lo scrittore in poche pagine riesca a tracciare profili psicologici così completi e complessi. E non solo dei protagonisti, ma anche di tutte le comparse del romanzo come il maggiore Patrick Iko, l’avvocato Eugene Prosker o il Grande Miasmo. Tutti perfetti, incredibilmente completi e indimenticabili, e questo vale anche per qualsiasi personaggio minore di Westlake della serie Dortmunder, fra i tanti ricordo Tiny Bulcher, e il barista Rollo di O.J. Amsterdam Avenue.
Dietro il banco c’era Rollo, alto, grasso, pelato, guance illividite dalla barba, camicia bianca sporca e grembiule bianco ancora più sporco.
Quel pomeriggio, Dortumunder aveva già organizzato le cose telefonicamente, con Rollo, ma si fermò egualmente un attimo al banco, un po’ per educazione e un po’ per chiedere <<è arrivato qualcuno?>>.
<<Uno solo>> rispose Rollo <<un birra alla spina. Non mi pare di conoscerlo. È nella saletta posteriore>>.
<<Grazie>>.
<<Tu sei un Bourbon doppio, vero? Te lo porto subito>>.
Dortmunder lo guardò. <<Mi sorprende che ti ricordi ancora i miei gusti>>.
<<Io non dimentico mai, i miei clienti>> rispose Rollo. <<Lieto di riaverti qui. Se vuoi, ti porto tutta la bottiglia>>.
E poi più tardi.
<<Fuori c’è un tipo che deve essere venuto per te>> disse <<Uno “Scherry”. Devo farlo entrare?>>.
Oppure
Un momento dopo entrò Greenwood, con un bicchiere pieno in mano e una saliera nell’altra. <<Il barista dice che “Birra alla spina” vuole questo>> esclamò.
<<Sì grazie>> rispose Murch.

Lo stile di Donald Westlake è uno di quelli che si ricorda. La sua scrittura non è mai banale eppure è sempre leggera. È versatile e gradevole. Proprio a lui dobbiamo l’inserimento dell’umorismo nelle trame gialle e poliziesche fino all’invenzione del romanzo comico crime con le sue trovate geniali, sfortunate, imprevedibili, scalcinate e divertenti, ma sempre, e sottolineo sempre, con un’equilibrata naturalezza a tratti disarmante. Come se, tutto quel marasma d’incredibilità comica fosse una conseguenza logica della storia donata al lettore con un semplice sorriso. Tutto questo, grazie ad un uso scorrevole e semplice della scrittura, resa accessibile a chiunque, magari povera di narrazione a beneficio dei dialoghi, sapientemente dosati e ricchi di un’ironia che sconfina nel puro divertimento della lettura. Nelle storie di Dortumunder c’è sempre una costante: LA MALASORTE. Si manifesta sempre. Può essere improvvisa oppure presente fin dall’inizio, ma di certo è sempre incallita, ossessiva, e semplicemente perfetta come un meccanismo ad orologeria che innesca una bomba di situazioni, gag e trovate esilaranti, del tutto geniali e ripeto in linea con i personaggi e la storia stessa, come se questo parossismo fosse logico e naturale. Questo è il dono di Westlake che resta indimenticabile per la profonda ironia che manifestano i suoi protagonisti. Grazie a questo insito humour, le azioni criminali del gruppo appaiono addirittura credibili e del tutto normali.

Greenwood puntò il dito contro il cane e ordinò:<<A cuccia!>>.
Il cane si voltò a guardare Greenwood, incuriosito. Probabilmente si stava chiedendo: <<E che è questo sconosciuto che sa come parlare ai cani?>>.
Il cane parve stringersi nelle spalle. Nel dubbio obbedisci agli ordini. Si mise a cuccia.
<<Avanti>> disse Greenwood a Dortmunder. <<Non ti darà più fastidio, ora>>.
<<Ne sei sicuro?>>. Lanciando un’occhiata dubbiosa al cane, Dortmunder fece un passo verso i gradini.
<<Non far vedere che hai paura di lui>> consigliò Greenwood.
<<E come faccio a non farglielo vedere?>> rispose Dortmunder, ma tentò di assumere un atteggiamento coraggioso.
Il cane parve perplesso. Guardò Dortmunder, poi ancora Greenwood.
<<Fermo!>> ordino Greenwood.
Dortmunder si fermò.
<<No tu>> disse Greenwood. <<Il cane>>.
<<Oh!>>, Dortmunder scese i gradini, passando vicino al cane, che gli annusò il ginocchio sinistro come per assicurarsi di poterlo riconoscere quando si fossero incontrati di nuovo.
<<Fermo!>> ripetè Greenwood, puntando il dito contro il cane, e poi si voltò per seguire Dortmunder e Kelp fino alla macchina.
Salirono, con Dortmunder dietro, e Kelp li portò via di lì. Il cane, ancora accovacciato allo stesso posto, li seguì con lo sguardo finché non furono scomparsi. Forse stava imparando a memoria il numero della targa.

IL FILM - La pietra che scotta

Wiliam Goldman con molte licenze, ha tratto un arrangiamento piuttosto gradevole ed a tratti elisarante del romanzo di Westlake. Ad interpretare Dortmunder c’è un Robert Redford piuttosto credibile e ben coordinato da Gorge Segal e Paul Sand. La regia impeccabile e leggera è di Peter Yates, mentre le musiche sono di Quincy Jones ed entrano nel sangue.
Il prodotto cinematografico è ben fatto e mi sento di consigliarlo per passare qualche ora di spensierato divertimento.


1 Lascia un commento:

Sam Stoner ha detto...

Che goduria questa recensione. E che vergogna non trovare nessun commento. A quanto pare i westlakiani sono pochi. Pochi persino tra gli scrittori, ahimé. Le parole di Ivo Tiberio Ginevra trasudamo amore, un amore condiviso. Leggere Westlake è come vedere McEnroe sotto rete o Maradona dei tempi belli palla al piede. Tutto, anche l'impossibile sembra semplice. Negli Stati Uniti Westlake è considerato "Il maestro" dai suoi colleghi di crime fiction. Lo è certamente per me.

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