mercoledì, novembre 21

Recensione L’AMMAZZATORE di Rosario Palazzolo

Un buon libro non ha età e lo scorrere degli anni lo fa diventare ancora più buono. È un po’ come il vino, cambia solo il suo alloggio da botte di rovere a ripiano di una libreria, ma il sapore, quello di una buona bevuta, resta, eccome se resta. 
Palazzolo a me fa quest’effetto. Ubriacante. Cento e rotti pagine di un vino d’annata rosso dal sapore corposo e complesso. Rosso, perché nelle sue storie c’è sempre il sangue, complesso perché evoca sapori dalle pulsioni ancestrali, corposo perché non può prescindere da un contesto sociale che si appiccica alla pelle diventando una sola unica cosa con il lettore.
Ne L’ammazzatore, così come nelle altre opere di Palazzolo,  la prima cosa che colpisce è lo stile più che innovativo e personale del linguaggio, fatto da un uso scorretto della punteggiatura e delle maiuscole, al quale si devono sommare lunghi periodi che contengono spesso errori di sintassi o di grammatica. Non è un rimprovero, ma un paradossale complimento, perché con questo sgangherato modo di esprimersi ci si addentra all’interno della storia come se fosse stata scritta e narrata dal suo stesso protagonista. Rosario Palazzolo, lo scrittore, non interviene. È assente. È solo il suo personaggio che scrive, quindi c’è il libero sfogo ai suoi contorti pensieri trasmessi così come vengono, senza un rigore letterario. L’effetto, mi si consenta il termine meraviglioso, è quello di coinvolgere il lettore non solo nell’incedere in una lettura ricca di primordiale musicalità, ma di trascinarlo nell’intero mondo del protagonista incollandoti addosso i suoi luoghi e le sue cose. Pure i pensieri intimi e pensieri neanche pensati. Pure la miseria senza riscatto. È solo grazie a questo linguaggio colloquiale di un io narrante sgrammaticato e senza filtri che tutto prende un senso e diventa materia plasmata. 
La storia è semplice. Ernesto Scossa è un giovane palermitano del popolare quartiere di Brancaccio. Ernesto ha addosso il degrado sociale e culturale della sua città. Non ha speranza, volontà e forza di uscire  da questo ambiente, che accetta con disarmante ineluttabilità. Senza volere, sperare o semplicemente pensare ad un riscatto. Riscatto che gli è negato “a prescindere” da “u Ziu”. Dal potere mafioso. Quello terreno, che comanda e decide vite e destini degli uomini, come se fossero pertinenze del quartiere. Come oggetti che gli appartengono. È proprio “u Ziu” che lo vuole killer alle sue dipendenze. Per certuni un onore, per altri una maledizione, per Ernesto Scossa solo un lavoro da fare senza chiedersi il perché. E Scossa è bravo. Fa bene il suo lavoro. “u Ziu” è contento e inizia ad avere progetti migliori su lui, finché il meccanismo di ammazzare senza un perché si blocca in modo imprevisto e nell’unico possibile. Scossa s’innamora della sua vittima. Il finale è chiaro perché è scritto fin dall’inizio. Lo dice proprio  Ernesto Scossa, L’Ammazzatore: “quando sono morto io si fece festa, una festa stramba e inutile, ridicola come le cose ridicole, una festa che ognuno se ne stava a casa propria a gioire in silenzio, una festa senza brindo, senza mani strette e sorrisi aperti, una festa muta, una festa che se mettiamo uno sarebbe passato di là non se ne accorgeva che c’era questa festa, era una festa a minchia, una festa senza cerimonie, una festa guasta….” Nonostante si conosce bene l’esito della storia, il finale  è singolare e spiazzante, perché, ovviamente, “u Ziu” non gradisce l’alzata di testa e L’Ammazzatore muore ucciso dalla sua stessa coscienza e da quello che ha imparato nel suo essere L’Ammazzatore.
Tutto qua. Poca cosa. Il problema è che Palazzolo concentra in 111 pagine una quantità tale di riflessioni e contenuti da mandare in tilt anche il più incallito dei critici. Fare una sintesi, o peggio, esprimere, o peggio ancora, commentare le sue opere è una cosa che può e si deve lasciare soltanto ai professionisti, ai così chiamati addetti ai lavori. Io accecato dalla sua Arte posso dire solo poco e solo bene. Certo ho ben compreso il perché del titolo “L’Ammazzatore” e non “Il killer” o altro, e questo perché l’Ammazzatore è uno che semplicemente esegue. Non è un assassino che uccide. C’è una profonda differenza fra chi uccide senza chiedersi un perché, proprio perché rientra nel concetto di normalità e chi lo fa per una qualsiasi ragione.  Uno ammazza, l’altro uccide. E non c’è neanche il classico rapporto fra causa ed effetto. C’è solo l’effetto. La morte. Se poi si deve proprio cercare una causa, allora questa non sta dentro Ernesto Scossa, ma solo dentro al concetto di materiale degrado socio culturale dove il protagonista è nato, vissuto e morto. Un ambiente dove la criminalità adesca, plagia o schiavizza i ragazzi facendoli crescere nel mito della delinquenza stessa. Un contesto mafioso, senza essere mai nominato anche una sola volta dallo scrittore, ma a ben guardare, quella di Scossa non è neanche una storia di mafia. È una storia di potere a prescindere dalla sua stessa matrice mafiosa. E a ben guardare non è neanche un potere, ma Il Potere, quello vero. Quello della spersonalizzazione dell’individualità ed a L’Ammazzatore, infatti, è anche negata la libertà, o meglio la stessa scelta di uccidere, perché è vittima lui stesso.
Adesso a Rosario mi rivolgo. Ora, tu che sei anche, attore regista e sovrintendi una compagnia teatrale, ascolta il mio desiderio: metti in scena L’Ammazzatore. È un testo che merita molto. Ne vale proprio la pena. È difficile, lo so bene, ma un personaggio come Ernesto Scossa credo proprio che ha diritto ad una sua vita sulle tavole di un palcoscenico pieno di Occhi, Baffi e Santa Rosalia.

Recensione a cura di Ivo Tiberio Ginevra


ROSARIO PALAZZOLO
È nato a Palermo, nel '72.
È drammaturgo, scrittore, regista e attore. 
Nel 2002 ha fondato - con Anton Giulio Pandolfo - la Compagnia del Tratto, associazione che si occupa di nuove drammaturgie. 
Per il teatro ha scritto: Ciò che accadde all'improvviso, I tempi stanno per cambiare (con Luigi Bernardi), Ouminicch', 'A Cirimonia, Manichìni. 
E per la narrativa: L'ammazzatore (Perdisa Pop, 2007) e Concetto al buio (Perdisa Pop, 2010).
Solitamente, fa il regista di ciò che scrive.
E - quando non può farne a meno - l'attore. 

TRAMA: "Certuni coi baffi dicono che da ammazzatore ad assassino il passo è breve, dicono che quando succede, la faccia si fa d'improvviso una maschera stipata di rughe e che se uno non ci sta attento, se non se la fida a distinguere, si ritrova con la coscienza nera come alla pece e non ci dorme la notte, loro che c'hanno i baffi dicono così e ci devo credere. Io, secondo me, penso che la stessa cosa precisa può capitare pure ai dottori, o a quelli che guidano gli aerei, mettiamo". Ci sono uomini costretti a vivere una vita che non gli appartiene, per scelte che non hanno fatto, per idee che non condividono. Ernesto Scossa, il protagonista de "L'ammazzatore", è uno di questi. Nato in una Palermo che non concede vie d'uscita, si trova a dover uccidere per mestiere, fino a quando la consapevolezza di una scelta non gli concederà un vago spiraglio di luce. E farà ciò che c'è da fare, costi quel che costi

Titolo L' ammazzatore
Autore Palazzolo Rosario
Prezzo di copertina € 9,00
Dati 2007, 111 p., brossura
Editore Perdisa Pop  (collana Babelesuite)

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