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sabato, novembre 12

Racconti - L'EREDE di Claudio Gianini

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Ho deciso.
Lo uccido.
E dopo aver finalmente compiuto questa scelta una calma inquietante si impadronisce di me.
Come se il solo aver stabilito e fissato questo punto abbia bloccato tutte le mie emozioni.
Ogni pensiero congelato.
Ogni sensazione incantata ed incatenata nella fotografia della mia anima scattata poco prima della decisione finale.
Guardo il mio viso riflesso nel freddo acciaio cromato e liscio del coltello da cucina il cui grosso e confortevole manico di legno stringo nella mano destra. Le labbra sono piegate in una smorfia che dovrebbe essere un sorriso ma appare ai miei occhi invece il ghigno di un pazzo assetato di sangue.
Con una lieve torsione del polso il mio volto scompare dalla mia vista ed io posso ignorare la follia che ho visto balenare nell’acciaio per poi concentrare la mia attenzione sul coltello.
La lama è affilatissima, tagliente come un rasoio.
Forgiata per fendere le carni. Per separare muscoli e ossa.
La punta può penetrare facilmente negli strati adiposi. Se usato con la necessaria forza può persino forare lo sterno di un uomo e aprirsi nell’osso una strada verso il cuore.
Dilaniare atri e ventricoli.
Far colare il sangue con la medesima semplicità con cui si spurgano gli impianti idraulici.
Come aprire con un colpo secco un barattolo di vernice color rosso vermiglio con la quale tingere le pareti della mia follia omicida.
Sono destinato a morire. Come tutti, del resto. Solo che io, a differenza degli altri, sono malato e conosco il giorno della mia morte. Con un piccolissimo margine di errore.
Tre mesi, dissero i dottori.
E ormai la scadenza è vicina.
Poche settimane.
Sento le fredde mani della morte intorno al mio cuore.
Sento il suo gelido alito soffiarmi sul viso putrefazione e oscurità.
Non ho amato nessuno nella mia vita. Nemmeno i miei genitori. Ho avuto tante donne per pochi attimi di sesso senza amore. Nessun odioso marmocchio piagnucoloso a cui pulire il culo e a cui insegnare a vivere. Ammesso di esserne capace. Io, che non conosco nemmeno il significato della parola vivere.
Sono solo perché nella mia vita ho amato unicamente me stesso.
Ed ora il solo individuo che non vorrei vicino nel giorno della mia morte sarà proprio l’unico ad esserci.
Per puro interesse. Perchè sarà il solo erede del piccolo patrimonio che con un po’ di fortuna e di duro lavoro sono riuscito a mettere da parte in pochi anni.
Mio fratello.
E quella odiosa balena che ha sposato.
Ho già fatto testamento, decidendo di lasciare tutto a una delle tante organizzazioni impegnate nella ricerca sulle malattie che schiacciano l’uomo.
“Una parte andrà comunque a suo fratello”, aveva detto il notaio mentre firmavo il documento.
A meno che io non lo ammazzi prima di morire, avevo pensato allora con un ghigno ferocemente ironico.
Da quel momento la fantasticheria ha cominciato a trasformarsi in sogno irrealizzabile fino a divenire man mano una possibilità. Spinta e sostenuta dal desiderio di rivendicazione. Per poi sfociare in un atto premeditato. Di più, organizzato nei minimi dettagli.
Non ho nemmeno bisogno di camuffare il mio omicidio. Anche se mi sbattessero in galera cosa potrebbe mai importarmi?
Tra poco morirò. E forse nessun giudice se la sentirà di rinchiudermi in una gabbia per il poco tempo che ancora mi resterà da vivere.
Dunque è deciso.
Abbasso nuovamente gli occhi sul coltello. La lama ora mi appare come l’unico oggetto talmente affilato da poter separare il bene dal male. Come una mente acuta in grado di distinguere con lucidità ciò che è giusto da ciò che invece non lo è. Quando penetrerà nelle carni della mia vittima giustizia sarà infine fatta.
E tuttavia quel poco di razionalità rimasto in me vede chiaramente la debolezza delle giustificazioni per il mio atto criminale. È facile e persino superficiale trovare conforto nelle motivazioni alla base di un omicidio.
Voglio ammazzare mio fratello perché in realtà lo odio.
Da sempre.
Da quando, lui ragazzino ed io poco più di un bimbo, non riuscivamo a vivere civilmente nella stanza che condividevamo. Non avevamo punti in comune. Nessuno.
Né allora né in seguito. Crescere non ci ha avvicinati ma semmai allontanati ancora di più.
Guardo ancora il mio volto riflesso nell’acciaio del coltello. Le occhiaie livide sbiadiscono il verde delle mie iridi. Le rughe sul viso sono solchi profondi in cui scorre la disperazione per il rimpianto di una vita inseguita con tenacia e tuttavia mai raggiunta.
Nemmeno sfiorata.
E ora devo morire.
La sola consolazione è che senza un domani posso oggi fare ciò che voglio ignorando le conseguenze. Facendomi beffe delle responsabilità.
Allora è deciso.
Ammazzo mio fratello.
Carne della mia carne e sangue del mio sangue.
Tuttavia l’attesa è come un muro da scalare con pazienza aggrappandosi ai minuti che trascorrono lentamente. Troppo lentamente.
È sempre stato così: una volta prese la mie decisioni ho sempre cercato di attuarle nel più breve tempo possibile. Per valutare subito l’effetto delle mie scelte.
E allora ho invitato mio fratello a passare da qui. Per discutere di una questione importante, gli ho detto poco fa al telefono.
Lui sa che sto morendo ed ha accettato subito di venire. Probabilmente pensa che parleremo di eredità, perché era allegro e mi pareva anche ansioso di incontrarmi. Stava sorridendo, ne sono sicuro.
Il ticchettio dell’orologio appeso alla parete della cucina sembra produrre un suono via via più forte.
Non riesco a stare seduto nell’attesa. Allora mi alzo e comincio a passeggiare nel locale, il coltello sempre stretto nella mano destra che ora, nervosamente, picchia ritmicamente il piatto della lama sulla gamba mentre cammino.
Ogni secondo un colpetto.
Ogni secondo un passo.
Poi, d’improvviso, un rumore sulle scale copre il ticchettio dell’orologio. È la porta a vetri che sbatte.
È entrato qualcuno e ora sta salendo.
Di corsa, gli scalini scalati a due a due.
È lui. Riconosco il passo.
Sposto il coltello nella mano sinistra e con rapidi movimenti del gomito e della spalla sciolgo i muscoli del braccio destro intorpiditi dalla tensione.
Il campanello suona.
Riporto il coltello nella mano destra e allungo la sinistra verso la maniglia della porta.
La apro di scatto e, appena ricononosciuto il suo faccione odioso, alzo il braccio e con tutta la forza gli pianto il coltello in pieno petto.
Dolore e stupore si mischiano tra le pieghe del suo viso in un’espressione grottesca.
Fa un passo in avanti, portandosi le mani al petto dove il coltello rimane piantato nelle carni senza tuttavia impedire al sangue di sgorgare abbondante.
Un altro passo, più incerto questa volta, mentre un rivolo di sangue salito alla gola dai polmoni squarciati scaturisce da un angolo della bocca.
Io mi scosto e richiudo la porta alle sue spalle.
Poi torno verso di lui, afferro il manico del coltello mentre gli poso la mano sinistra vicino alla ferita. Tiro con forza e la lama viscida sguscia dalle carni con un risucchio terrificante, trascinando con sé un altro fiotto di sangue.
Non c’è più dolore sul viso di mio fratello.
Solo stupore.
E rimpianto.
I suoi occhi però non invocano pietà. Forse perché sa che sta morendo.
Cambio impugnatura sul coltello e questa volta glielo infilo con violenza nello stomaco, compiendo una leggera torsione con il polso.
Cade in ginocchio, gli occhi ormai chiusi.
Non ha emesso un solo gemito.
Poi stramazza sul pavimento e giace, immobile e prono, in una pozza di sangue sempre più vasta.
Lo ribalto con un piede in posizione supina.
E solo ora scorgo il foglio che teneva nella mano destra. È coperto da alcuni schizzi di sangue ma sembra ancora leggibile.
Lo sottraggo dalle sue dita ormai prive di vita e il mio cervello, nonostante le sue facoltà siano acuite dallo scorrere dell’adrenalina, stenta a comprendere il significato delle parole scritte là sopra:

Gentile signore,
c’è stato uno scambio tra la cartella clinica di Suo fratello e quella di un altro paziente. Ci scusiamo per questo increscioso incidente per il quale non esistono giustificazioni. Tuttavia la buona notizia è che Suo fratello non è in pericolo di vita.




Testo e musica a cura di Claudio Gianini
Fotografie  cura di Irene Petrella
Ptete trovare qui le recensioni e la trama dell'ultimo libro di Clauadio Gianini:
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Racconti - FRAGOLINO di Pierluigi Porazzi

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Mi chiamavano Fragolino. 

Perché fin da piccolo, dopo averlo assaggiato, ero goloso del vino dal dolce sapore di fragola. Mi piaceva, il nome Fragolino. Sapeva di dolce, di favola. Di una vita di fiabe, castelli e principesse. Era facile sognare, con un nome così. Di vivere in un palazzo, di essere bello, alto e biondo, un vero principe azzurro. I sogni rendevano meno fredde le notti senza riscaldamento. Un goccio di vino prima di andare a dormire per avere un po’ di calore e addormentarsi più in fretta. I miei genitori ci avevano fatto assaggiare il fragolino fin da piccoli, a me e a Caterina, mia sorella. Anche se dicono che se si beve vino non si cresce. E infatti adesso sono alto poco più di un metro e sessanta. Ma per loro era naturale, mi hanno allevato come sono stati cresciuti. La vita dei contadini è dura, però i nostri genitori ci hanno sempre voluto bene. Papà, quando la mamma non guardava, ci dava a turno una razione doppia di fragolino. Prima solo a mia sorella, e io ero un po’ geloso. Poi iniziò a darne di più anche a me. Avevo compiuto da poco sei anni. Nelle notti gelide papà si preoccupava di noi, veniva sempre a scaldarci. All’inizio solo Caterina, come per il vino, e io non capivo perché. Entrava nel suo letto per scaldarla, ma anch’io avevo freddo. Poi iniziò a riscaldare anche me. 

Andava sempre nel letto di quello a cui aveva dato la doppia razione di fragolino. 

Caterina piangeva sempre quando beveva il fragolino. La sentivo singhiozzare nel suo letto. Smetteva solo quando arrivava il papà, allora cercava in tutti i modi di trattenersi. 

Ma quando papà andava via ricominciava di nuovo a piangere. 

Una notte ha iniziato a dare anche a me la doppia razione di fragolino, e poi mi ha scaldato, nel mio letto. 

Ha continuato a scaldarci quasi tutte le notti, fino a quella sera. Mentre era nel mio letto, ho afferrato la lampada sul comodino e ho iniziato a colpirlo finché un liquido rosso è uscito dalla sua testa. Sembrava fragolino, ma aveva un sapore strano, era molto meno dolce, sapeva quasi di metallo. 

Hanno scritto e detto molte cose su di me e su quello che ho fatto. Che mio padre mi aveva rubato i sogni, che aveva ucciso gli angeli nei miei occhi, che volevo difendere mia sorella… Quante fantasie! 

La verità, se volete saperlo, è che quella sera era finito il fragolino.


Testo a cura di Pierluigi Porazzi
Musiche Fotografie  cura di Irene Petrella
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martedì, novembre 8

Racconti - INSONNIA di Alessandro Bastasi

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E’ notte ormai, da parecchie ore, ma non riesce a dormire. Non trova la posizione. Non riesce a stare bocconi, l'unico modo per addormentarsi. E' troppo grasso.
Ma come cazzo fa Clara a dormire, col pancione che le cresce di settimana in settimana, diosanto!

Finisce che si alza e ciabatta fino in bagno a luci spente. Chiude accuratamente la porta, accende la luce, si guarda allo specchio. Di fronte. Di profilo. Si sorride. Rimane lì per un po’, seduto sul water, senza fare niente.

Si alza, si gira e piscia. Il sesso molle in mano, gli spruzzi sul muro, puzzo di urina. Non tira neanche l’acqua.

Riciabatta per la casa, stavolta accendendo tutte le luci, fino in cucina.

C’è un portacoltelli di legno, con le lame di varie dimensioni infilate di sbieco nelle fessure. E’ sul ripiano della mensola, vicino alla finestra. Lui prende i coltelli, uno dopo l’altro, li guarda a lungo, li muove un po’, per vedere i riflessi sull'acciaio, poi li rimette a posto. Tutti tranne uno, il più grosso, il più pesante. Il più appuntito. Sostiene il manico tra il pollice e l’indice della destra, la punta rivolta verso il basso, contro il suo piede. Quello con la cicatrice.

Lascia andare il coltello. Che si conficca profondo nella carne. Cristo! Spalanca la bocca di colpo, ma non urla. Lo stesso male di tanto tempo fa, quando il carabiniere gli aveva sparato dal pianerottolo, e lo aveva colpito proprio in quel piede, mentre lui fuggiva. Ponendo fine alla sua carriera di latitante.

“… condannato a sei anni per sovversione e costituzione di banda armata…”

Fanculo! Acqua passata.

Cazzo, il sangue non si ferma. Va in bagno, imbeve una matassa di ovatta con del disinfettante, se la preme sul piede. Poi lo fascia ben bene, stringendo forte. Come faceva sua madre quando era piccolo e lui si sbucciava le ginocchia.

Torna a letto. Alla luce notturna che filtra dalle persiane si mette a guardare Claretta. Chissà di chi è, quel figlio! Non lo sa neanche lei. Ma chi cazzo se ne frega! Lei gli era piaciuta subito, anche col figlio nella pancia. Solo che non sapeva quanto fosse rompicoglioni. Come la madre, del resto, che lo adora perché ha preso con lui la sua Clara, che altrimenti chissà come faceva.

Bisogna decidere cosa fare. Alle otto deve chiamare in ufficio e dire che sta male. Dopodiché può starsene a letto a guardare un film in dvd, oppure zoppicare per strada, procurarsi una pistola e sparare così, a casaccio, dalla finestra, ammazzare un po’ di gente, un colpo in bocca e via.

Opta per la prima soluzione, la meno faticosa. Clara esce di casa, non prima di fargli le raccomandazioni, di non muoversi dal letto che può fare infezione, e ci penso io alla cena, e a pranzo mangiati il prosciutto e melone che c’è in frigo, e…

A metà mattina arriva la suocera, col sorriso a cuore. Cos'è successo, caro? Clara mi ha detto che ti sei ferito, hai bisogno di qualcosa? Va tutto bene tra di voi, vero? E quand'è che pensi di sposarla? Sì, sì, dice lui, sì, va bene, tra un mese…

La sera Clara torna, con un sacchetto dell’Esselunga carico di roba. Suda per la fatica, perché deve trascinarsi dietro anche il pancione. Come stai, caro, cinguetta. Ti preparo qualcosa di buono? Cosa hai fatto tutto il giorno, eh? pelandrone! e comincia a baciargli il piede malato, poi gli toglie i pantaloni del pigiama e sale su, ma cosa vuol fare ‘sta stronza, sta' ferma, Clara, sta' ferma, sto male… Clara, sto male, santo cazzo, ferma! Lei non sente, e allora lui la rovescia sul letto e le preme il cuscino sulla faccia. Basta, borbotta, basta. Basta.

Lo tiene premuto per parecchio, il cuscino. Poi lo solleva, piano.

Si siede sul bordo del letto, stando attento a non poggiare male il piede per terra. Si accende una sigaretta e aspira forte.

Si alza, e zoppicando arriva alla porta della stanza. Si gira. Si appoggia allo stipite.

Sul letto c’è il corpo di Clara. Dentro di lei, il corpo del figlio di chissà chi.

Cazzo, anche stanotte non si dorme.


Testo a cura di Alessandro Bastasi
Musiche Fotografie a cura di Irene Petrella

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lunedì, novembre 7

Racconti - IO VOLEVO RESTARE di Francesca Scotti

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Mi svegliai in un posto dove non ero mai stata. Di paesi ne avevo cambiati molti e ormai dipendevo da quella sensazione estraniante che mi avvolgeva appena aperti gli occhi: niente mi era familiare e alcune volte, nemmeno io, ero certa di chi e che cosa fossi.
Ma ciò che provai quella mattina non assomigliava a nulla di quanto avevo già vissuto.

*

Quando cominciavo a sentirmi legata a un luogo significava che era arrivato il momento di fare ciò che dovevo e partire. Era quella la mia regola.
A Okinawa però avevo incontrato Hiro e ogni cosa era andata diversamente.
Ci eravamo incrociati all'alba, lungo una via costellata da bidoni dell'immondizia e ventole dei condizionatori che fiatavano il loro alito caldo e odoroso di cibo. Io avevo preso casa in quella zona. La affittavano per pochi yen. Giusto lo spazio per un materasso, un wc e una doccia come quelle delle navi. Non era fatiscente, solo terribilmente triste. Ma tanto mi sarebbe servita per un breve periodo.
Hiro mi aveva colpita con un sacchetto della spazzatura: ovviamente non lo aveva fatto di proposito. Lo aveva lanciato dal retro del locale dove lavorava, un sordido bar con le tende unte e molta gente ubriaca.
Era tarda notte e stavo rientrando dal mio girovagare. Mi muovevo con il buio perché solo in sua compagnia ero al sicuro. I miei bioritmi - ormai da più di un anno - erano capovolti. Persino la mia pelle cominciava a risentirne. Me ne accorsi proprio in quel paese dove tutti erano così abbronzati. Sotto la doccia notai che la schiuma del sapone non era di un colore tanto diverso da me; la lavavo via dal seno, mi accarezzavo le braccia: tutto era bianco.
Hiro quella notte non mi vide arrivare nell'oscurità del viottolo, così, stando in piedi sul gradino della porta sul retro lanciò i rifiuti mirando al bidone. Ma il mio corpo intercettò quella massa nera.
Non mi fece male ma la plastica si lacerò, rovesciandomi addosso resti di cibo.
Imbarazzata raccolsi le sue scuse, era davvero affranto.
"Entri la prego, l'aiuto a ripulirsi. Sono desolato mi lasci fare qualcosa, le offro dell'awamori, qui serviamo il liquore di riso migliore dell'isola."
Ma io mi allontanai svelta, senza dargli il tempo di memorizzare i miei lineamenti, la mia forma. Anche se a me bastarono quei pochi istanti per imprimermi i suoi.

*

Trascorsi alcuni giorni nel mio piccolo appartamento a pensare a lui, a come avvicinarlo di nuovo. Non riuscivo a fare altri programmi.
Mi piaceva come nessun altro uomo. Forse, per lui, avrei persino potuto fermarmi, smettere di vagare da un mondo all'altro e di rispettare le mie regole.

*

Quando entrai nel locale la notte era appena cominciata.
Le luci erano basse e dense, l'aria odorava di alcool metabolizzato dai corpi.
Mi sedetti sullo sgabello di legno e una scheggia mi ruppe le calze. Indossavo il mio unico vestito, i miei unici collant e ora si erano rovinati.
Avevo sentito che gli altri clienti, alcuni già allegri e appoggiati mollemente al bancone appiccicoso, lo chiamavano Hiro-san.
Così lo feci lo stesso e lui mi raggiunse.
Un gruppo di suonatori di shamisen si esibiva sul palco ma non li guardavo. Quando Hiro mi fu davanti ordinai, anzi, gli chiesi di essere lui a scegliere per me.
Mi portò dei bocconcini di manzo con una salsa e del liquore cristallino. Lo spillava direttamente da un otre di terracotta. Sembrava più un solvente che una bevanda.
Masticai la carne trattenendo le lacrime da tanto era piccante.
Lui, chiarente, non mi aveva riconosciuta.
Continuai a bere e mangiare sperando si accorgesse di me, almeno perché ero l'unica donna presente.
Sentii una mano tiepida scivolarmi lungo la coscia ma mi bastò incrociare gli occhi ubriachi dell’uomo per farlo desistere. Hiro però, anche se si muoveva svelto dietro bancone, aveva notato quel contatto spiacevole.
"Signorina è certa di voler restare ancora qui?"
In effetti l'atmosfera si stava alterando, complice il suono secco degli shamsen che si mescolava a quello acido degli strumenti elettrici. Percussioni e alcol rendevano l’ambiente quasi tribale. I piccoli mostri di terracotta blu, con i denti inferiori sporgenti e gli occhi grossi, che popolavano gli scaffali del locale, sembravano trarne energia.
Ma io restai, volevo restare.
Non riuscii a dirglielo e annuii soltanto. Gli ordinai dell'altro awamori e ancora qualcosa da mangiare, non avevo fame ma ripulii il piatto. Lui, dopo aver sparecchiato mi guardò negli occhi. Stava intuendo qualcosa di me, lo sentii chiaramente. Poi li abbassò. Allora sorrisi e lo fece anche lui.
Si allontanò per riapparire quasi subito e portarmi una lattina di birra con dentro un ramoscello dalle bacche rosse.
"Lei ha bisogno di qualcosa di bello questa sera." Mi disse.
La sua bocca si stirò in un sorriso. Non aveva denti belli ma quel disordine che scoprii fra le sue labbra lo rese indifeso. Poi tornò dagli altri clienti.
Non sarebbe potuto restare con me il resto della serata, lo capivo. In realtà era anche molto tardi.
"Ti chiederei il conto, per oggi mi fermo qui."
Me lo portò subito, scribacchiato su un taccuino.
Misi la mano in tasca per pagare ma non trovai il portafogli. Me lo avevano rubato. Avvampai dall'imbarazzo. Cercai subito nella tasca intera, tremando. Il portafogli non era nemmeno lì ma il resto della mia vita, per fortuna, non era stato violato.
Vergognandomi per la figura che avrei fatto mi decisi ad alzare lo sguardo e a incrociate il suo. "Scusami, sono senza contanti e me ne sono accorta ora. Ma abito qui accanto, esco un istante a prenderli e arrivo. Non preoccuparti che torno.”
Lui mi guardò e sorrise di nuovo. “La strada la conosci.”

*

Uscii stretta nella mia giacca, temendo che lui notasse quella calza smagliata.
Andai dritta verso il 7eleven che si trovava nella via accanto, entrai. Un commesso allampanato stava sistemando il bancone. Mi avvicinai e prima che i nostri occhi si incrociassero gli sparai in fronte.
Portava la divisa ed era alto, ricordo solo questo. Mi sporsi verso la cassa, lui era a terra in una pozza densa che si allargava inarrestabile.
Presi 10.000 yen e uscii.
Con passo calmo mi diressi verso il locale, Hiro mi stava aspettando, ne ero certa.
Purtroppo non era solo.
Non opposi resistenza, seguii i poliziotti. Finalmente erano riusciti ad avermi.
Hiro teneva gli occhi bassi, non sorrideva più. Ripensai ai suoi denti e questa volta li trovai disgustosi e malefici.
“Scusami, avevo bisogno di soldi, sono stufo di lavorare in questo posto.” Mi disse mentre mi portavano fuori.
Lo aveva fatto solo per la taglia.

*

Svegliarsi in prigione è angosciante, ho paura. E non riesco a respirare. Ogni notte mi addormento e spero di aprire gli occhi in un luogo nuovo, diverso. O almeno di sognarlo.




Musiche Fotografie e testo a cura di Francesca Scotti
Sito di Francesca Scotti: www.qualcosadisimile.it

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lunedì, ottobre 31

Racconti - L'INFERNO di Sam Stoner

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Me ne stavo lì, a terra. Con un fiotto di sangue che si riversava su quel freddo e desolato marciapiede.
Stavo crepando.
Lo sapevo e non potevo farci niente, se non aspettare la morte.
Tenevo la mano premuta contro la ferita illudendomi di poter fermare l’emorragia, ma il sangue continuava a uscire, scorrendomi tra le dita. Continuavo solo a chiedermi come fossi arrivato in quel fottuto angolo di strada a quell’ora di notte per crepare solo come un cane. Questa domanda bruciava più della ferita. Scavava in ogni angolo della testa come un roditore bloccato nella propria tana.
Era difficile capire quanto tempo fosse passato e perché ancora non fossi crepato o svenuto. Riuscivo a malapena a respirare. Avevo perso molto sangue come pure la speranza che qualcuno mi soccorresse.
Poi, finalmente, vidi un’auto accostarsi al ciglio del marciapiede sull’altra corsia. Era una bella macchina sportiva, molto elegante. Lo sportello del guidatore si aprì. Scese un uomo. Io non sono credente, ma in quel momento pregai il cielo e le sue Divinità che quel tizio potesse avvicinarsi e accorgersi di me. L’uomo attraversò la strada. Si diresse nella mia direzione. Raccolsi le forze. Dovevo riuscire ad attirare la sua attenzione. Il silenzio di quella notte mi avrebbe aiutato
L’uomo puntò verso il distributore di preservativi posto fuori la farmacia chiusa, a pochi metri da me. Andava bene. Da quella distanza mi avrebbe di certo sentito.
In quel momento due ragazzi si avvicinarono all’auto. Uno rimase fuori a tenere sotto controllo la strada, l’altro salì dal lato guidatore. Dopo qualche secondo quello in piedi indicò al suo compare l’uomo che poco prima era sceso dall’auto. Probabilmente stavano cercando le chiavi.
Il ragazzo scese dall’auto, attraversò la strada e puntò verso il proprietario dell’auto ormai prossimo al distributore. Durante il breve tragitto sfilò dalla cintola dei pantaloni una pistola. Pochi secondi e la canna di quell’arma avrebbe trovato il suo bersaglio. La via era deserta, poliziotti non si vedevano e i conducenti delle poche auto che passavano erano occupati a pensare ai propri cazzi.
Il tipo dell’auto era a pochi metri da me. Era questione di secondi. Cercai di richiamare la sua attenzione, ma dalla mia bocca non uscì nemmeno un suono. Era fregato e io con lui.
Il ragazzo era alle sue spalle, alzo la canna della pistola, ma non ebbe tempo di dire o fare un cazzo di niente perché l’uomo si voltò velocemente, disarmandolo. La pistola finì a terra.
Solo in quel momento mi resi conto che la vetrina della farmacia, completamente buia, rifletteva l’intero tratto di strada come fosse un specchio. L’uomo dell’auto aveva visto quello che stava accadendo, ma non era fuggito. Colpì il ragazzo al viso e poi gli diede un violento colpo al ginocchio. Sentii il crack delle ossa.
Solo in quel momento riconobbi quell’uomo. Tutto mi era familiare: gli abiti, il modo di muoversi, la tracotante supponenza di poter fregare da solo due figli di puttana armati. E soprattutto il suo viso.
Ora sapevo cosa sarebbe accaduto. Lo sapevo perché quell’uomo ero io.
Cercai di avvertirlo, di avvertirmi di prendere la pistola finita a terra e allontanarmi, ma non riuscii a pronunciare una sola parola.
E accade quello che già sapevo: mi sarei avvicinato al ragazzo a terra per scaricare su di lui la mia rabbia, quella che mi portavo sempre appresso. Lo avrei ammazzato di botte. Era questo che volevo fare.
Ma non feci in tempo ad avvertirlo. Una fredda lama entrò nel fianco del mio sosia.
Cercò un appiglio, qualcosa a cui sorreggersi. Fece qualche passo nella mia direzione. Qualche metro e mi trovai a tu per tu con me stesso.
Io a terra, immobile, e l’altro me, ferito, che mi sovrastava. Trovando il vuoto davanti a sé, mi cadde addosso. Chiusi gli occhi, cosciente che quel corpo di oltre ottanta chili sarebbe stata la fine per me. Ma non ci fu alcun impatto, avvertii solo un dolore lancinante nel costato, dove era la ferita, che cominciò di nuovo a versare sangue.
Io, invece, rimasi lì, a terra. Con un fiotto di sangue che si riversava su quel freddo e desolato marciapiede.
Stavo crepando.
Lo sapevo e non potevo farci niente, se non aspettare la morte.
Tenevo la mano premuta contro la ferita illudendomi di poter fermare l’emorragia, ma il sangue continuava a uscire scorrendomi tra le dita. Non piangevo. Continuavo solo a chiedermi come fossi arrivato in quel fottuto angolo di strada a quell’ora di notte per crepare solo come un cane.


Musiche Fotografie e testo a cura di Sam Stoner
Blog di Sam Stoner: http://www.samstonerblog.com/

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RACCONTI - MADRE E FIGLIA di Ivo Tiberio Ginevra


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L’assistevo oramai da vent’anni. Si era ridotta a un vegetale. Ogni giorno la pulivo due volte da capo a piedi e poi ogni volta che se la faceva addosso. Non mangiava più. Non parlava più. Non una parola. Mai una parola. Guardava semplicemente il soffitto. Solo il soffitto in un punto fisso senza mai cambiare. Tutto il giorno. Senza chiudere gli occhi. Sempre così. Io le parlavo, ma non capiva niente. Niente. Poi presi a parlarle per abitudine. Per far passare il tempo. Per non impazzire da sola in quella stanza tutto il giorno con quel vegetale che sì, ho tanto amato. Anche i pensieri oramai li dicevo ad alta voce. Poi ieri mentre parlavo, vidi un qualcosa di strano. Si era animata. O meglio, stava sempre ferma, ma sembrava che vivesse. Poi prese a respirare sempre più forte con un maggiore affanno. Pensai che stesse per morire. Mi spaventai, poi all’improvviso gridò “SI’”. Solo un'unica parola uscita dal profondo del suo essere. Pronunziata, anzi gridata con tragica disperazione dopo aver raccolto tutte le forze dai punti più oscuri e profondi del suo corpo. Poi basta. Di nuovo fissa a guardare quel punto nel desolato soffitto. E io con tutta la pelle accapponata. I brividi nel cervello. 
Non dormii tutta la notte. Ero ancora scioccata. Alla fine compresi perché aveva urlato quel SI’ che ancora mi rimonta nelle vene. Aveva risposto ad una mia domanda e io non ci pensavo più. Allora mi avvicinai. Mi frapposi fra i suoi occhi e il soffitto, ma il suo sguardo mi trapassò per andare su quel maledetto punto. Le dissi di guardami. Mi guardò. Le chiesi se voleva morire, e chiuse gli occhi.
Staccai la spina di quella macchina che la teneva in vita e mi distesi accanto a lei. Carezzavo il suo viso e i capelli bianchi poggiati sul mio grembo. Le dissi che l’amavo. Le diedi coraggio. Una sua lacrima mi bagnò il palmo della mano e poi tutto finì.
Composi quel piccolo fagottino inerme sul letto. Baciai i suoi capelli per un ultima volta. Le diedi un’ultima carezza.
Il medico venne dopo due ore per costatare il decesso e l’indomani fu seppellita.
Mi faceva troppo pena. Le parlavo, ma non capiva niente.


Testo a cura di Ivo Tiberio Ginevra
Musica a cura di Irene Petrella
Fotografia a cura di Thrillerpages



Ivo Tiberio Ginevra ha scritto anche Gli assassini di Cristo, che ha ricevuto tante buone critiche dai lettori di Thrillerpages.


Il blog di Ivo: http://ivoginevra.blogspot.com



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sabato, ottobre 22

Racconti - ELM di Ferdinando Pastori



Clicca Play, e leggi il racconto.


Aveva ragione Edgard Lee Masters

Ho cancellato tutte le tue fotografie. Ogni cartella, ogni singolo file. Tutte. Tranne quella che ti ho scattato ieri sera. Ho bruciato nella vasca da bagno quelle stampate. Con data e luogo scritte a mano sul retro (la tua calligrafia rotonda, i puntini troppo grandi). Le ho bruciate dopo averle guardate un'ultima volta…cercando. Chissà cosa. Illudendomi di trovare risposte senza ricorrere alla voce. Traducendo espressioni del volto e posture in parole. Le ho distrutte perché non sopportavo di vederle disposte sul tavolo ovale del soggiorno, in cronologica sequenza. Giorni, mesi e anni cancellati dal calendario. Tasselli di un mosaico andato in pezzi. Consumato dal tempo.

Anche l'amore. Si consuma.

Lentamente, a volte. Come colla secca che non appiccica più, lasciando solo tracce sbiadite. Ricordi. Difficile da raschiare via. Impossibili da eliminare come le macchie d’olio sul marmo e sul pavimento di cotto. Altre volte, non si consuma…brucia. In un attimo, come la carta sottile che avvolge le arance. Prende fuoco, si alza verso il cielo e pare non voler mai tornare giù. Ali aperte. Senza pista d'atterraggio. Alianti che seguono il vento e sembrano sospesi, agganciati a chissà quale invisibile filo. L’illusione che. Sia per sempre (esiste questa parola?) Cade, invece.

Come i bambini. Le ginocchia sbucciate.

Sembra eternità, sono solo attimi. Cenere. Impalpabile e destinata a confondersi. Annullarsi. Confusa con la polvere che si forma negli angoli (pericolosi, può succedere ogni cosa dietro a una curva che esclude lo sguardo) e si nasconde sotto i tappeti. Mischiata alla sabbia che pizzica gli occhi. Umidi. I tuoi erano grandi nelle fotografie. E sorridevi. La testa leggermente inclinata di lato. Sempre una ciocca di capelli fra le dita.

Non ho mai prestato attenzione. Ai particolari.

La bocca piccola. Le labbra appena disegnate. Un piccolo spazio fra gli incisivi. Il neo sotto l'occhio destro e una volta mi hai detto che ti sarebbe piaciuto toglierlo. Non l'hai mai fatto perché la tua pelle, troppo bianca, non cicatrizza bene.
Eri bella, in alcune fotografie. In altre…quasi brutta. Hai una bella voce. Non si vedeva quella, ma non posso (non voglio?) dimenticarla.


Mi mancherà la tua voce.

Le vocali strette e quella leggera cadenza che ti porta a trascinare l'ultima vocale di ogni parola. La erre arrotata, troppo, esagerata…così diversa dalla mia. Che scivola, inconsistente. Dici sempre che è buffa e mi fai ripetere quel terribile scioglilingua…orrore, orrore, un ramarro marrone.

Quando ridi. Sembri una bambina.

Ho bruciato tutte le tue fotografie. Ho dato loro fuoco insieme ai tuoi vestiti. Quelli nell'armadio che non hai fatto in tempo a riporre nella valigia sul letto…ancora aperta. Come la bocca di un bambino la mattina di Natale (l’attesa, lo stupore…la delusione, chi mette i doni sotto l’albero?) M'è rimasta solo la fotografia che ti ho scattato ieri sera. Nella stessa posizione in cui ti vedo adesso. Immobile, abbandonata sul divano. Gli occhi aperti e le labbra socchiuse. La domanda, appesa, che non hai fatto in tempo a porre. La macchia rossa a forma di fiore, i petali sparsi sul petto. Rossi, di sangue. Le mani aperte, il palmo rivolto verso l'alto.

Come se ti stessi offrendo.

Guardo la tua foto.
Ti guardo. Immagini che coincidono simmetriche e perfettamente sovrapponibili. La valigia è sul letto e tu non sei partita. Oggi sei bella, anche se non sorridi. Non parli e il tuo seno non si solleva seguendo il ritmo del respiro (muto). Non mi avvicino. Voglio solo guardarti. Per tutto il tempo che voglio, quello che necessita. Forse, questa è la tua fotografia che preferisco.
Perché non ti ho mai sentito così…mia.


“Perché c’è qualcosa nella morte che è come l’amore1

1 William E Emily” - Antologia di Spoon River. Edgar Lee Masters


Musiche Fotografie e testo a cura di Ferdinando Pastori
www.ferdinandopastori.com

Ferdinando Pastori è anche autore del libro "Nero imperfetto"
Intervista a Ferdinando Pastori




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Racconti - LA CLESSIDRA di Sergio Ferragina

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Ci sono giornate che non possono che finire male, dovrei saperlo.
In queste giornate uno dovrebbe fare l’unica scelta saggia: chiudersi in casa, abbassare le serrande, spegnere le luci e rimanere a letto fino al giorno successivo, dormendo se è da solo o facendo sesso fino a sfinirsi se è tanto fortunato da avere la giusta compagnia.
Ed io la giusta compagnia l’avrei anche, ma il fare sesso tutto il giorno diventa problematico se la controparte è anche colei che ti ha tirato dietro praticamente tutti gli elettrodomestici di casa prima che fossero le otto del mattino: sia chiaro, non voglio giustificarmi, probabilmente (anzi, sicuramente) era tutto colpa mia, ma la cosa, in questo preciso istante, non mi consola affatto.
Ma è andata così.
La nostra usuale litigata mattutina ed io che esco furibondo per andare al lavoro.
Tutto solito.
Tutto tristemente solito.
Così sono uscito di casa di splendido umore e mi sono recato in ufficio, fiducioso nel futuro prossimo.
Già .
Se cercaste su un’enciclopedia la parola "disastro" probabilmente trovereste come immagini esplicative diversi fotogrammi della mia giornata odierna.
Avreste l’imbarazzo della scelta: la riunione di inizio giornata in cui ci viene comunicata la perdita del più grande cliente della società a causa di un nostro errore, oppure il momento in cui il direttore generale ha deciso di tagliare i fondi del mio reparto, oppure ancora quando qualcuno ha ventilato che la causa di quel maledetto errore sia stato un mancato controllo da parte mia.
Una giornata perfetta, come si può vedere.
E così sono arrivate le sei di sera ed io, capitemi, non avevo alcuna voglia di tornare a casa: non avevo intenzioni strane, posso giurarlo su qualunque divinità voi vogliate, ma semplicemente avevo bisogno di sbollire, avevo superato il limite di rottura e dovevo starmene per i fatti miei.
Tutto qui.
Lo giuro.
Ho girato in auto a vuoto per ore, senza fermarmi a mangiare, senza guardare la strada che facevo, senza dire a nessuno dove mi trovavo, senza pensare ad altro che a guidare.
Non so di preciso come sia finito in quel locale: è in una zona lontana sia da casa che dall’ufficio e non penso ci sarei mai entrato in qualunque altra serata, eppure eccomi lì dentro, a bere non so quale intruglio della casa, circondato da sconosciuti probabilmente ben più sfortunati di me.
Ero al quarto o al quinto intruglio quando ho sentito un profumo, qualcosa che si discostava totalmente da quelli che erano gli odori di quel posto: un profumo che sovrastava tutto, che si faceva strada verso le mie narici e che sembrava volesse raggiungere solo le mie.
Mandorla e Vaniglia.
Ecco cos’era.
Mandorla e Vaniglia.
Avvolgente, caldo, pungente.
Non l’avevo vista entrare, non l’avevo sentita camminare, ero solo stato avvolto da quel profumo comparso all’improvviso assieme alla sua proprietaria sullo sgabello accanto al mio.
"Sembri un uomo con molti pensieri"
Era anche la prima volta che una donna in un locale attaccava discorso con me: in una serata normale mi sarebbe sembrato strano, ma stavolta propio non ci ho fatto caso, preso com’ero dal cercare di soffocare i pensieri nell’alcool da quattro soldi che mi riempiva il bicchiere.
Mi sono girato.
Era bellissima, misteriosa, oscura.
Un vestito nero assolutamente fuori luogo per il luogo in cui ci trovavamo ma che, inspiegabilmente, sembrava perfetto, capelli neri lunghi, occhi neri come ebano.
Eppure era il profumo che continuava ad inebriarmi, probabilmente senza quel profumo non le avrei quasi risposto.
"Sbagliato".
"Ah sì? Raramente sbaglio quando guardo un uomo"
"Invece sbagli. Assolutamente. Non sono io ad avere pensieri. Sono loro ad avere me, ormai io sono solo in loro balia"
Cercate di capirmi. So che si tratta di una risposta patetica e tragicomica ma vi ricordate la giornata che avevo avuto? E che stavo bevendo porcherie da ore? Un po’ di comprensione…
"Capisco. Ed immagino che tu sia solo, almeno stasera"
Ero confuso ed incuriosito.
"Perché dici così?"
"Perché se non fossi solo non staresti qui a bere schifezze. Saresti con tua moglie o chi per lei a sfogarti."
"E invece sono qui"
"E invece sei qui. Quindi sei solo"
"Se per solo intendi che sono stato cacciato di casa a suon di stoviglie allora sì, sono solo."
A quel punto è scoppiata a ridere.
"Cosa c’è di tanto divertente?"
"Oh niente, niente. "
Mi ha guardato.
Intensamente.
Famelicamente.
"Stavo pensando che forse è il caso di risollevarti la giornata, no?"
"Non mi spiacerebbe affatto, ma come pensi di farlo?"
Si è avvicinata a me.
Mandorla e vaniglia.
Nei polmoni, nel cervello, in tutto il corpo.
Mandorla e vaniglia.
Mi ha messo una mano in mezzo alle gambe.
La bocca vicino all’orecchio.
Ha cominciato a sussurrare
"Hai capito benissimo cosa intendo, non giriamoci intorno. Io ora mi alzo ed esco di qui. Tu puoi rimanere seduto a bere fino a cadere per terra oppure puoi alzarti e seguirmi. Stai certo, però, che se mi seguirai vivrai una notte che non ti scorderai per il resto della tua vita."
E’ impossibile rendere l’idea di ciò che stava succedendo dentro di me mentre parlava: non era semplice eccitazione sessuale, quella l’ho vissuta qualche volta nella vita e, anche ubriaco, so riconoscerla.
No, era di più, era cibo piccante in una bocca abituata al dolce, era acqua fredda nel deserto, era sangue caldo nelle vene ghiacciate, era pulsante, era vivo, era mio…
Si è alzata.
Le sono andato subito dietro, notando un piccolo tatuaggio sulla spalla nuda: niente di tipicamente femminile, anzi; era squadrato, strano, rosso con bordi neri, l’unica nota di colore in quel corpo bianco e nero.
Non ho fatto in tempo ad uscire dal locale che ha cominciato a divorarmi di baci: la sua bocca era ovunque, bevevo la sua lingua, la sua saliva, inalavo il suo respiro.
Siamo finiti in un vicolo, era passione atavica, fame allo stato puro e l’oggetto del suo desiderio ero incredibilmente io.
Vestiti strappati, mani ovunque, la mia bocca su di lei, la sua su di me.
Il mio entrarle dentro lì, in piedi, senza parlare, quasi ringhiando dalla voglia.
Il suo graffiarmi, il suo mordermi, farmi sanguinare, baciarmi e leccarmi ogni graffio ed ogni morso.
Fame.
Sete.
Voglia.
Oblio.

Non so in che momento ci siamo fermati, non so su che macchina siamo saliti, non so in che direzione ci siamo mossi, so soltanto che ad un certo punto eravamo a casa sua o in quella che penso sia casa sua.
Non ho avuto modo di guardarmi molto intorno, probabilmente se dovessi descriverla fallirei miseramente, so solo che ho avuto la strana sensazione di un posto freddo, come non fosse realmente vissuto; ma la sensazione è durata un attimo, perché la fame è tornata.
Fame di sesso, di corpi, di pelle, di calore, di sudore, di sangue.
Mentre ci ripenso tutto diventa sempre più confuso, più simile ad un caleidoscopio che a veri ricordi, non so quanto siamo andati avanti, non so se ci siamo mai fermati, se mi ha mai permesso di tirare il fiato, so solo che non abbiamo mai parlato ed, alla fine, penso di essermi addormentato.

Ed ora sono qui.
Da solo.
E riesco a malapena a muovermi.
Mi sforzo di parlare, ma non ci riesco, mi escono solo degli strani mugolii.
"Non cercare di parlare, ormai non potrai più farlo".
E’ lei è vicina, sento il suo profumo, ma non la vedo, non riesco a vederla.
Inizio a sudare freddo.
"Te l’avevo promesso no? Una notte che ti saresti ricordato per il resto della tua vita. Certo, sarebbe stato più onesto dirti che quel ricordo non sarebbe durato a lungo, ma voglio sperare che perdonerai questo piccolo inganno, vero?"
Un suo dito mi accarezza la guancia, è stata tutto il tempo qui accanto, continuo a rabbrividire ed inizio a maledire il momento in cui sono entrato in quel bar
"Sai, quasi mi dispiace… di solito attiro uomini che in un certo modo se lo meritano: locali come quello sono perfetti per tirare su qualche poco di buono, ma stasera c’eri tu e mi sono lasciata tentare. Magari ti farà piacere sapere che tutto quel che è successo stanotte non è stato solo perché avevo bisogno di te per i miei piccoli, ma anche perché ero veramente attratta da te.
Avrei potuto lasciarti andare, ma ormai è troppo tardi, non posso far loro questo."
Cosa cazzo sta dicendo? I suoi piccoli? Di cosa sta parlando? E perché è così difficile respirare? Perché non riesco a muovermi?

"Non ti agitare, vedo che ti stai sforzando, che cerchi di muoverti, ma è inutile. Sai, nei vari graffi che ti ho fatto c’era una notevole dose di un particolare veleno. Un medico ti direbbe che è una neurotossina, a me piace vederla come il nettare dei miei piccoli. Ce ne vuole tanto, ma ne vale la pena ed è l’unico modo perché la preda non si deteriori troppo in fretta"

La preda? La preda? Ma chi cazzo è questa? Ma che cazzo sta succedendo? Se è uno scherzo non mi sto affatto divertendo!

"Sshhh…. te l’ho detto, non agitarti… ti prometto che non sentirai nulla. Tra poco ti regalerò ai miei piccoli, ma tu non sentirai nulla. Certo, sarai ancora sveglio, almeno per un po’, ma è un piccolo prezzo per il loro bene."

Non può essere vero, non può.
E’ una follia!
Ero solo entrato in un bar per dimenticare tutto!
Non può succedere, non può!
Non ho neanche detto addio a mia moglie, cazzo!
Non deve succedere!
Per favore, no…

Eccola, si è seduta accanto al letto, ora la vedo.
Di nuovo mandorla e vaniglia.
Mi avvolge.
Mandorla e vaniglia.
Sento qualcosa che mi cammina sui piedi.
Mandorla e vaniglia.
I piedi, le gambe, sono quasi insensibili, ma sento qualcosa… come un formicolio.
Mandorla e vaniglia.
I suoi occhi sono più famelici ora.
Mandorla e vaniglia.
Si volta a guardare ciò che mi cammina addosso.
Di nuovo quel tatuaggio, ora lo vedo meglio.
E’ una clessidra.
Una clessidra rossa.
Come una…
Una Vedova Nera…
Mi guarda.
Sorride.
Tutto si fa buio.
Mandorla e Vaniglia….
Musiche Fotografie e testo a cura di Sergio Ferragina


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sabato, ottobre 15

PER TUTTI I BAMBINI SENZA VOCE di Sara Bilotti

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Oggi c’è il sole. 
I raggi si arrampicano sul muro di cinta, sono le otto del mattino e fanno fatica. Piano, cominciano a leccare la finestra, mi fanno infine il solletico sul braccio. Sono distratta.
E’ perché oggi è il mio compleanno. Compio dieci anni.
La maestra Maria dice che avrebbe giurato ne compissi venti, e questa cosa mi fa ridere. La maestra dice sempre che sono una donna nel corpo di una bambina, e io penso che non è vero, perché se fosse così me ne sarei accorta, avrei sentito la pelle tirare ed avrei anche tutte quelle cose belle che hanno le femmine grandi, quello sguardo che sembra uguale a quello dei gatti, e la camminata sicura, un piede avanti all’altro, nonostante i tacchi.
Giovanni è dall’altra parte dell’aula, e il sole gli ferisce gli occhi azzurri, perché li tiene sempre rivolti verso di me. Io
invece lo guardo poco, perché non trovo mai niente che non mi piaccia, in lui, e allora arrossisco e mi vergogno. Anche quando mi ha dato il regalo, stamattina, non l’ho guardato, ma lui non se l’è presa: sorrideva. Era orgoglioso del ritratto che mi ha fatto, e aveva ragione a esserlo: sembra una fotografia. L’ho ringraziato, poi l’ho infilato nel quaderno grande, quello con i quadroni: è il più doppio di tutti e lo manterrà bello stirato.
Oggi non ci sono quadri nell’aula, forse è per questo che mi annoio e mi distraggo, oltre al fatto che è un giorno speciale che viene una volta all’anno. La maestra Maria ci porta sempre i poster con le foto dei quadri, invece oggi non ha portato niente, ha detto che dovevamo parlare di un filosofo e che un filosofo non lascia niente di materiale, quando deve esprimere quello che sente.
Allora Daniele le ha chiesto come si fa a capire quello che vuole dire un filosofo, e lei ha risposto che non c’è sempre bisogno di vedere, per capire, che a volte bastano le parole, se chi le pronuncia è abbastanza intelligente.
-A me non interessano le parole.- ha detto poi Daniele, ma la maestra non si è arrabbiata, anzi, ha fatto su e giù con la testa.
E poi gli ha detto: -Kant, che era un filosofo, ti avrebbe dato ragione. Le cose sono belle solo in maniera disinteressata, diceva lui. Se hai interesse a ritenere una cosa bella, essa non sarà mai bella. La bellezza è disinteressata, finalizzata solamente a se stessa. Nessuno può ricamarci sopra una morale, un secondo fine, una necessità.
Io non la capisco bene, la maestra Maria. Però meglio di Luisa, Antonio e Michele, che non capiscono proprio niente e si mettono a fare disegni o a leccarsi le dita per pulire il banco.
Daniele risponde sempre alla maestra, invece Giovanni la ascolta e basta. Questo succede perché Daniele è il più intelligente di tutti noi, sa usare le parole come fossero oggetti, te le tira addosso quando è arrabbiato e allora sono guai. Forse perché non gli interessano, forse è per questo che riesce a usarle con tanta leggerezza.
Non che Giovanni sia stupido, anzi. Giovanni invece delle parole usa i pennelli, e la maestra Maria lo capisce lo stesso; comunicano così, scambiandosi i disegni.
Io invece parlo con la maestra, però solo delle cose che faccio, e di quelle che provo. Parlo delle cose vere, non di quelle nascoste nei quadri, anche se vorrei tanto capirci qualcosa in più, della luce e delle ombre, del segreto nascosto dietro le figure, quello che le rende belle, come dice la maestra.
Quando parla della bellezza, la maestra pensa sempre a Daniele, io lo so. Perché lo guarda e dice che un essere umano raramente è bello, più spesso è mediocre e ridicolo. E dice che c’è una sola persona nella nostra scuola che non è mai ridicola. Il nome non lo dice, ma io lo so che si riferisce a mio fratello.
Daniele sembra già un ragazzo, uno di quelli che si vedono nei film americani: sempre in ordine, sempre sicuro, come un attore. Ha tredici anni e non dovrebbe essere così, io lo so. Lo so perché anche altri, all’istituto, hanno tredici anni, ma non sono come lui, sono buffi e camminano in modo strano e fanno cose schifose come misurarsi il pisello nei
bagni e scoreggiare nelle bottiglie di plastica. Daniele non farebbe mai una cosa del genere.
Io la vedo, la maestra Maria, che lo guarda incantata, ma anche le altre bambine, e le suore. Suor Germana gli chiede tutti gli anni di fare Cristo in croce durante la recita di Pasqua, ma Daniele si rifiuta categoricamente e dice che non ci crede, a Gesù. Allora suor Germana alza una mano sulla sua testa, sembra sempre che voglia dargli uno schiaffo ma poi non glielo dà e scuote la testa, andando a cercare la maestra per dirgliene quattro. Se la prende sempre con lei, quando uno dei ragazzi dice cose contro la religione, e io questa cosa non la capisco. Che c’entra la maestra Maria con Gesù? Solo perché si chiama Maria deve insegnare la religione ai bambini?
Tanto la maestra non ce l' insegnerà mai religione, perché una volta l’ha detto sul serio che non crede a Gesù, e allora forse un po’ di ragione ce l’ha, suor Germana, a prendersela con lei.
Ultimamente Giovanni passa il tempo con me, quando andiamo a fare la passeggiata in cortile. E’ strano, perché lui è Scheggia, quello che corre sempre, e appena si trova all’aperto parte in quarta e fila via. Be’, non proprio. Non può filare via, fa solo il giro della scuola, però almeno venti volte, e allora un po’ se ne va, capito? A volte sembra che voli.
E’ una settimana che passa l’ora in cortile insieme a me, mangiando la frutta sul muretto più lontano dall’ingresso e lanciando occhiate a Daniele, che parla con il cuoco. Questa storia del cuoco non gli va giù, eppure Daniele divide sempre con noi quello che lui gli dà la sera, di nascosto.
Ma forse Giovanni non si arrabbia perché Daniele ha un sacco di dolcetti e la parte più tenera della carne, forse si arrabbia perché il suo amico passa tutto quel tempo con il cuoco. E se ci avviciniamo loro non parlano più, come se parlassero di qualcosa di segreto, qualcosa che noi non possiamo capire.
Questa cosa può sembrare normale, ma non lo è. Perché noi tre stiamo sempre insieme, non abbiamo segreti, io, mio fratello e Giovanni. Tranne quando il cuoco fa le passeggiate con Daniele, in giardino.
Secco è grande, però a volte sembra un bambino. In bocca ha due denti, come i neonati, e ride sempre.
E’ lui quello che controlla a che ora andiamo a dormire, e quando ci lamentiamo perché vogliamo ancora tenere la luce accesa dice che dobbiamo stare zitti e ringraziare la Madonna. Che anche lui è cresciuto in un orfanotrofio, solo che non era bello come il nostro. Lui doveva dormire in una stanza grande con cento bambini, anche due in uno stesso letto, e c’era sempre chi aveva la febbre, chi vomitava o faceva pipì a letto, e c’era una puzza infernale.
Noi invece abbiamo le stanze. In una dormiamo noi tre, anche se non era così dall’inizio. Poi Daniele è andato a parlare con il direttore e gli ha detto se poteva dormire con me e Giovanni, che all’inizio dormivamo con Luisa.
Secco dice che non va bene che dormiamo maschi e femmine mischiati, e che lo dice sempre alle suore, e che le suore sono sceme, non capiscono niente.
Devo essere scema anche io, perché non lo capisco neanche io questo fatto, cioè che non dovremmo dormire insieme.
Io dormivo con Daniele pure quando stavamo a casa nostra, con papà. E papà non ha mai detto che era una cosa strana. Però forse papà non se ne importava niente di noi, perché quando ha fatto le valigie e Daniele gli ha chiesto dove andavamo, lui ha risposto che partiva da solo, senza di noi. Ci ha lasciati a casa, anche se questa cosa qui non me la ricordo, se la ricorda bene solo Daniele, che aveva otto anni. Mi racconta che papà se n’è andato e ci ha lasciato tutto il frigorifero pieno, però poi le cose da mangiare sono finite e noi siamo stati portati qui dentro. Era meglio
se papà lo riempiva di più il frigorifero, almeno il doppio, così noi eravamo ancora a casa quando lui tornava e non ci portavano dalle suore, e dal Secco che spegne la luce così presto.
Il cuoco mi ha portato la torta, stasera. E’ bella, piena di panna e con la glassa rossa, che è il mio colore preferito. Ho spento le candeline e lui mi ha fatto le fotografie.
Quando me le fa io mi vergogno, perché sono brutta. Mi metto le mani in faccia e il cuoco si arrabbia, dice che è meglio ancora se sono brutta. Faccio ridere di più.
Non lo so mica se è una cosa bella, che faccio ridere.
Nella stanza c’è solo la luce delle candele, e c’è il cuoco, Secco e Mosca, oltre a Giovanni e Daniele, che cantano a bassa voce Tanti Auguri.
Mosca aveva detto di stare zitti, ma poi il cuoco, che ha studiato più di tutti, tranne che della maestra Maria, dice che si può parlare a bassa voce e si può pure cantare a bassa voce, perché le mura di pietra sono doppie e nessuno ci sente. E poi le suore dormono dall’altra parte, perché non vogliono essere scocciate se un bambino non si sente bene o se Marino piange. Infatti i bambini che dormono con lui dicono che Marino piange sempre, ma io non lo sento. Sarà per colpa delle mura doppie.
Ci togliamo i vestiti e ci mettiamo nel letto, tutti e tre insieme, anche se ci sono tre letti, perché dobbiamo fare le fotografie.
Non le facciamo sempre, solo quando Secco si mette a parlare dopo che ha spento la luce. Poi Secco si prende Giovanni e si mettono da una parte, nel buio. Giovanni piange, gli manca qualcuno, però non so chi, perché Giovanni la mamma non l’ha mai conosciuta. Forse qualcuna delle mamme adottive che l’hanno preso e poi riportato qui. Fossi in lui, non piangerei così per loro, visto che non l’hanno voluto. Che ci hanno giocato come fosse una bambolina, come dice Daniele, e poi si sono stufati e l’hanno riportato qui.
Io però sono felice che lui sia tornato, perché l’ho detto già, di Giovanni mi piace tutto, anche se poi divento tutta calda in faccia e non lo riesco a guardare.
Quando arriva il cuoco si arrabbia con Secco, dice che non deve farlo quando lui non c’è, però Secco a volte sembra sordo perché fa sempre le stesse cose, anche quando gli dicono di non farle, e poi si mette a ridere con quei due denti da neonato e il cuoco scuote la testa, con la faccia arrabbiata.
Stasera che ho la torta, il cuoco chiede scusa a Daniele. Gli dice che domani penserà di nuovo a lui, ma che oggi è il mio compleanno e deve regalare una cosa a me. Poi gli dà uno schiaffo sulla faccia, ma Daniele non dice niente, non la muove neanche, la faccia, lo guarda e basta, e il cuoco ride e diceocchi di ghiaccio, ride con quel fischio nella gola, non lo so come fa. Quando Mosca mi prepara io dico che lo voglio fare pure io, quel fischio, e Mosca dice che prima devo ingoiare il fischietto di suor Angela, quello che usa quando finisce l’ora della passeggiata per farsi sentire da tutti i bambini.
Il cuoco fa le fotografie e respira forte, e a me anche se dà fastidio la luce forte della macchina fotografica non dico niente, perché se parlo sento più dolore e il giorno dopo mi ricordo tutto bene.



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