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sabato, novembre 12

ICHI THE KILLER

è un film di Takashi Miike, con Tadanobu Asano, Nao Omori, Alien Sun e Shinya Tsukamoto. Giappone, 2001.



Scrivere di Takashi Miike non è semplice. Soprattutto se si pensa all’incredibile e vastissima sua produzione, comprensiva di circa 70 lungometraggi, 3 cortometraggi e una consistente manciata di episodi (per serie televisive).
Ichi the Killer (Koroshiya Ichi) è il trentanovesimo lavoro del regista (ma anche sceneggiatore, attore e produttore) giapponese. Girato nel 2001 e tratto dal manga di Hideo Yamamoto, l’avvicendamento di potenti e colorati fotogrammi cattura l’attenzione dello spettatore fino all’ultimo istante, racchiudendolo in un vortice di adrenaliniche emozioni. Poli opposti si incrociano generando terrore, suspense, risate e disgusto. Mozzando il fiato, come un’eccellente opera d’arte. Perfettamente delineati i personaggi: il Tadanobu Asano sfregiato che campeggia sulla locandina del film incarna il folle Kakihara, vice del boss Anjo; Nao Omori interpreta il suo rivale, Ichi, un ragazzo apparentemente timido, cortese e insicuro capace di trasformarsi in una “macchina” infernale; Jijii (il celebre Shinya Tsukamoto), infine, deciso ad annientare Kakihara e la sua banda, si finge protettore del protagonista sfruttando i suoi problemi mentali e commissionandogli gli omicidi. Ichi, per ogni sua macabra performance, indossa (alla pari di un supereroe) un singolare costume di gomma, nascondendo nelle maniche e nelle scarpe taglienti e letali rasoi. Il numero 1 (ichi, non a caso, significa “uno”), messo in evidenza sulla sua schiena, gli conferisce un aspetto decisamente bizzarro. Per non parlare delle lacrime che il curioso killer versa ogni volta prima e dopo il massacro, singhiozzando come un bambino.
Si consiglia la visione ad un curioso, eterogeneo pubblico di cinefili.

Articolo a cura di Irene Petrella

martedì, novembre 8

Racconti - INSONNIA di Alessandro Bastasi

Clicca Play, e leggi il racconto.
E’ notte ormai, da parecchie ore, ma non riesce a dormire. Non trova la posizione. Non riesce a stare bocconi, l'unico modo per addormentarsi. E' troppo grasso.
Ma come cazzo fa Clara a dormire, col pancione che le cresce di settimana in settimana, diosanto!

Finisce che si alza e ciabatta fino in bagno a luci spente. Chiude accuratamente la porta, accende la luce, si guarda allo specchio. Di fronte. Di profilo. Si sorride. Rimane lì per un po’, seduto sul water, senza fare niente.

Si alza, si gira e piscia. Il sesso molle in mano, gli spruzzi sul muro, puzzo di urina. Non tira neanche l’acqua.

Riciabatta per la casa, stavolta accendendo tutte le luci, fino in cucina.

C’è un portacoltelli di legno, con le lame di varie dimensioni infilate di sbieco nelle fessure. E’ sul ripiano della mensola, vicino alla finestra. Lui prende i coltelli, uno dopo l’altro, li guarda a lungo, li muove un po’, per vedere i riflessi sull'acciaio, poi li rimette a posto. Tutti tranne uno, il più grosso, il più pesante. Il più appuntito. Sostiene il manico tra il pollice e l’indice della destra, la punta rivolta verso il basso, contro il suo piede. Quello con la cicatrice.

Lascia andare il coltello. Che si conficca profondo nella carne. Cristo! Spalanca la bocca di colpo, ma non urla. Lo stesso male di tanto tempo fa, quando il carabiniere gli aveva sparato dal pianerottolo, e lo aveva colpito proprio in quel piede, mentre lui fuggiva. Ponendo fine alla sua carriera di latitante.

“… condannato a sei anni per sovversione e costituzione di banda armata…”

Fanculo! Acqua passata.

Cazzo, il sangue non si ferma. Va in bagno, imbeve una matassa di ovatta con del disinfettante, se la preme sul piede. Poi lo fascia ben bene, stringendo forte. Come faceva sua madre quando era piccolo e lui si sbucciava le ginocchia.

Torna a letto. Alla luce notturna che filtra dalle persiane si mette a guardare Claretta. Chissà di chi è, quel figlio! Non lo sa neanche lei. Ma chi cazzo se ne frega! Lei gli era piaciuta subito, anche col figlio nella pancia. Solo che non sapeva quanto fosse rompicoglioni. Come la madre, del resto, che lo adora perché ha preso con lui la sua Clara, che altrimenti chissà come faceva.

Bisogna decidere cosa fare. Alle otto deve chiamare in ufficio e dire che sta male. Dopodiché può starsene a letto a guardare un film in dvd, oppure zoppicare per strada, procurarsi una pistola e sparare così, a casaccio, dalla finestra, ammazzare un po’ di gente, un colpo in bocca e via.

Opta per la prima soluzione, la meno faticosa. Clara esce di casa, non prima di fargli le raccomandazioni, di non muoversi dal letto che può fare infezione, e ci penso io alla cena, e a pranzo mangiati il prosciutto e melone che c’è in frigo, e…

A metà mattina arriva la suocera, col sorriso a cuore. Cos'è successo, caro? Clara mi ha detto che ti sei ferito, hai bisogno di qualcosa? Va tutto bene tra di voi, vero? E quand'è che pensi di sposarla? Sì, sì, dice lui, sì, va bene, tra un mese…

La sera Clara torna, con un sacchetto dell’Esselunga carico di roba. Suda per la fatica, perché deve trascinarsi dietro anche il pancione. Come stai, caro, cinguetta. Ti preparo qualcosa di buono? Cosa hai fatto tutto il giorno, eh? pelandrone! e comincia a baciargli il piede malato, poi gli toglie i pantaloni del pigiama e sale su, ma cosa vuol fare ‘sta stronza, sta' ferma, Clara, sta' ferma, sto male… Clara, sto male, santo cazzo, ferma! Lei non sente, e allora lui la rovescia sul letto e le preme il cuscino sulla faccia. Basta, borbotta, basta. Basta.

Lo tiene premuto per parecchio, il cuscino. Poi lo solleva, piano.

Si siede sul bordo del letto, stando attento a non poggiare male il piede per terra. Si accende una sigaretta e aspira forte.

Si alza, e zoppicando arriva alla porta della stanza. Si gira. Si appoggia allo stipite.

Sul letto c’è il corpo di Clara. Dentro di lei, il corpo del figlio di chissà chi.

Cazzo, anche stanotte non si dorme.


Testo a cura di Alessandro Bastasi
Musiche Fotografie a cura di Irene Petrella

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mercoledì, novembre 2

TROUBLE EVERY DAY

 è un film del 2001 della regista francese Claire Denis interpretato da Vincent Gallo, Tricia Vessey, Béatrice Dalle, Alex Descas.



Tradotto in Italia con il riduttivo e deviante “Cannibal Love – Mangiata Viva”, il film fu presentato fuori concorso al Festival di Cannes nel 2001 ed uscì in edizione italiana nel 2005, direttamente in DVD. Imperniato sul disagio e sull’impossibilità di amare, il lavoro di Claire Denis offre un’alternativa interpretazione del rapporto uomo-donna. Le fosche tinte, l’analitica ripresa della carne e del sangue, il febbrile desiderio ingerito dal dolore: non di certo un horror, ma un tracciato espressionista. Rischioso come un gioco d’azzardo, fraintendibile. Eppure con una trama lucida. Senza sbavature.
Due coniugi americani, il Dr. Shane Brown (Vincent Gallo) e sua moglie June (Tricia Vessey) sono in luna di miele a Parigi. Shane appare preoccupato e sofferente, vittima di insonnia e continui mal di testa. Nella capitale francese, scelta non a caso, risiede Léo Semeneau (Alex Descas), un ricercatore bandito dalla comunità scientifica a causa delle sue inattendibili teorie sull’aumento della libido. Queste, testate con esperimenti su cavie animali, generano violenti atti di cannibalismo durante l’accoppiamento. A causa di un’inspiegabile imprevisto sua moglie (Béatrice Dalle) viene contagiata e segregata in un appartamento, condannata alla solitudine come una belva feroce. Shane, vittima dello stesso “morbo”, rinuncia all’amore per amore: evita June per non assassinarla. Le appassionanti, malinconiche note dei Tindersticks avvolgono un’opera lenta, di non facile fruizione. Ma degna d’esser visionata.

Articolo a cura di Irene Petrella




giovedì, ottobre 27

OCCHI SENZA VOLTO film del 1960 diretto da Georges Franju e interpretato da Pierre Brasseur, Alida Valli, Juliette Mayniel.


Scriveva Arthur Schnitzler: “Nessuno spettro ci assale in travestimenti più svariati di quelli con cui si camuffa la solitudine, e una delle sue maschere più impenetrabili è l'amore”.

Dal romanzo di Jean Redon emersero su pellicola, nel 1960, le molteplici sfumature del tormento. Ma anche i ricordi di un’immagine in frantumi. La condanna all’isolamento. L’incubo irreversibile dell’errore, avvolto nel buio (senza spiragli) del rimorso. Occhi senza volto (Les yeux sans visage), diretto da Georges Franju, è un viaggio surreale. A tratti horror, in grado di anticipare addirittura il genere splatter. Ma, al contempo, lirico. Di un’intensità stemperata nel sublime bianco e nero, in grado di raggiungere vette stilistiche difficili da imitare. La semplicità della trama passa in secondo piano, si disintegra in una superba narrazione al punto tale da ammaliare. Donando l’incanto delle sequenze visive. I personaggi, lungi dall’essere le macchiette monodimensionali che caratterizzano il “sottogenere” sadico-chirurgico, godono dell’eccellente interpretazione di Pierre Brasseur e Alida Valli. Una giovane Edith Scob dona l’anima alla protagonista.
Tutte le ragazze scomparse sono bionde con gli occhi blu. Vittime dei misfatti del dottor Génessier (Pierre Brasseur), che spera di restituire la bellezza al volto deturpato della figlia Christiane (Edith Scob). L’uomo, divorato dal senso di colpa, cerca disperatamente di annullare il ricordo di un terribile incidente da lui causato. Con il prezioso aiuto dell’assistente Louise (Alida Valli), irretisce e narcotizza giovani prede, servendosi dei loro volti e delle sue recenti scoperte sul trapianto dei tessuti. Un poliziotto fa delle considerazioni sul corpo di una ragazza rinvenuto nella Senna: dalle ferite sul viso, pensa di aver ritrovato il cadavere di Christiane. L’astuto Génessier finge di riconoscere la figlia scomparsa e, tornato a casa, sale negli appartamenti di una grande residenza chiusa in un parco alla periferia di Parigi. Lì, in una camera, giace la sua Christiane. La morta è una delle malcapitate, la prima: Simone.
Nonostante tutto, gli interventi non generano il successo auspicato: il viso di Christiane, a poco a poco, va in necrosi. La ragazza è costretta a rimettersi la maschera che la copre.
Disperata, chiede a Louise di lasciarla morire, magari fornendole i veleni che il padre usa negli esperimenti con i cani che tiene nelle gabbie giù in laboratorio. Poi, un giorno, telefona al fidanzato che la ritiene morta. Prende un bisturi e libera l’ennesima vittima tagliandole i lacci che la legano. Louise cerca di fermarla, ma viene colpita al collo e uccisa. Dopo aver liberato tutti i cani rinchiusi nelle gabbie, la protagonista dona il volo ad alcune colombe e si allontana nella notte. Mentre gli animali straziano il loro torturatore Génessier, massacrandolo. 
Capolavoro. Imperdibile.

Articolo a cura di Irene Petrella

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