domenica, marzo 24

GRISBI' - a cura di Stefano Di Marino

Siamo sempre negli anni ’50 ma, dall’altra parte dell’oceano, la prospettiva sembra completamente diversa. Almeno in questo Gribsì (1959 ma ambientato nel ’53) diretto da Jacques Becker. Il Grisbì, ormai lo sanno tutti, è un’espressione nel gergo della mala parigina che trovò in quelle stagioni tutto un lessico suo nei romanzi di Simenon, di Josè Giovanni e di Auguste le Breton. Il Milieu, il Rififi, i Duristi e le Nanas, tutti contro i Poulets e… attenti ai Doulos, ossia i ‘ cappelli’, gli informatori. Alla fine con pochi termini si definiva un mondo che è appunto quello della Pégre, della malavita che si muove tra i locali di Pigalle, insospettabili palazzoni di  boulevard Haussmann e ritrovi pubblici. Non è il mondo disperato e amatoriale dei colpi descritti nel cinema americano d’epoca. I gangster come Max, Riton, Angelo e Pierrot (per citare i protagonisti di questo film) svolgono una intensa attività criminale a livello professionale. Rapine, prossenetismo, droga, ricettazione. Formano un circolo in cui, come sempre, si esalta l’amicizia virile ma, in fondo, ognuno fa il suo interesse. Sono  i dritti opposti ai gonzi’ che vengono nelle charcuteries di Pigalle solo per provare il brivido della mala.
Intorno a loro si muove una folla di ballerine, segretarie-nipoti tutt’altro che caste (magnifica Delia Scala in una fugace apparizione nell’ufficio del ricettatore) signore ammaliate dalla figura del duro, mezze tacche e duri di contorno. La musica, la nebbia, la notte acquistano un fascino particolare. È un mondo brutale, destinato alla sconfitta ma anche affascinante. Come si dice Parigi è sempre Parigi. Qui la differenza più evidente con i film di rapina dell’epoca realizzati in America. Il colpo, se vogliamo essere precisi, è già stato fatto. 50 milioni in barre d’oro rubati all’aeroporto di Orly da una banda misteriosa e spariti nel nulla.  Sono stati Max( interpretato da Jean Gabin già appesantito ma sempre efficacissimo, sia che tiri schiaffi sia che sorrida sornione alle signore) e il suo amico Riton che ha forse un gran coraggio ma poco cervello, soprattutto per quel che riguarda le donne. Infatti per cercare (inutilmente) di tenere a sé la bella Loyse, ballerina di un Caffè Chantant di Pigalle, ha lasciato trapelare qualcosa. È sufficiente per mettere in moto una macchina di autodistruzione che porterà tutti alla rovina. La ragazza se la intende con Angelo (Lino Ventura roccioso e duro come d’ordinanza) che capeggia una banda di spacciatori e gente senza scrupoli. Angelo che già ha dei problemi con Pierrot, un altro anziano bandito ora proprietario del night dove lavorano le ragazze della banda di Max, fiuta il colpo e cerca di far cantare i due più attempati rapinatori. Max, però, benché deciso ad andare in pensione, è tutt’altro che un gonzo. Evita un rapimento e porta in salvo Riton. Anche a costo di perderci si sbarazzerà del  grisbì ricavandone una cifra sufficiente per mettere a posto lui e il suo amico, lontano dai guai e dalle donne pericolose. Riton, però, per la ballerina ha perso la testa e cade nelle mani di Angelo. A Max non resta che seguire la strada dell’onore e tentare uno scambio per salvare l’amico che pure giudica un imbecille. Arruola Pierrot, che non vede l’ora di tornare a menare le mani, e il giovane Marco che è un po’ il suo pupillo. Lo scambio  Grisbì-Riton si consuma di notte, in una strada di periferia. Qui il meccanismo della rapina è sostituito dalle astuzie e contro astuzie dei due gruppi, scandito come l’esecuzione di un colpo. Purtroppo finisce male. Mitragliate e persino bombe a mano. I cattivi ci lasciano la pelle ma anche Marco e Riton finiscono impallinati mentre l’oro brucia all’interno di una macchina incendiata. Arriva la pula e non resta che scappare con l’amaro in bocca. Ma per Max non è finita. Il giorno dopo si presenta con una nuova amante molto più giovane di lui a salutare gli ‘amici’ in un locale di Pigalle. È elegante, paga e sciala, sorride  alla giovane ma, quando ascolta il juke-box che suona la musica che ha fatto da refrain ogniqualvolta abbiamo visto il grisbì, si concede un’espressione triste. Anche il suo gioco, in fondo ,termina con la sconfitta.  Forse uno dei migliori film di genere prodotti in Francia, uno dei preferiti da Truffaut e sicuramente modello per moltissime altre storie e personaggi del Milieu.

Articolo a cura di Stefano Di Marino/Stephen Gunn


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